L'anello di congiunzione dei laici nella famiglia somasca

LA CASA DEGLI ONDEI A SOMASCA

Seguite la via del Crocifisso disprezzando il mondo

Amatevi l’un l’altro

Servite i poveri

Carissimi fratelli,

mancano pochi giorni all’inizio del Giubileo Somasco; da tre anni ci stiamo preparando a questo importante evento con la riflessione, la preghiera e l’esercizio quotidiano, con l’intento di interiorizzare ed attualizzare nelle nostre vite il testamento del Fondatore. Come tutti sappiamo, esso ci è stato tramandato in tre piccole frasi, ma dense di contenuto, sintesi di un’autentica esperienza spirituale:

seguite la via del Crocifisso disprezzando il mondo: partire da una spiritualità considerata come conformazione a Cristo, portando insieme al dolcissimo Gesù il peso leggero della Croce (Mt 11, 30);

amatevi gli uni gli altri: fare della comunione di vita l’elemento distintivo della Compagnia chiamata ad attualizzare la riforma della Chiesa richiamandola a quello stato di santità che fu al tempo degli Apostoli (At 2, 42 ss);

servite i poveri: sentire la missione come proclamazione della tenerezza del Padre nel servizio dei più piccoli (cfr. Mt 25, 31ss e Lc 10, 25ss), perché la missione somasca è la missione del buon Samaritano.

Con questa lettera intendo portare a termine il tentativo di rivisitare il testamento di san Girolamo frequentando i luoghi da lui abitati e santificati. Al comando-invito di servire i poveri, ci siamo già accostati guardando dall’alto della posizione geografica di Somasca la sottostante Valle di san Martino: spazio geografico e sociale ben conosciuto dal nostro Fondatore e da lui attraversato per rispondere alle necessità della società e della Chiesa di allora, entrambe bisognose di riforma e santità1. Voglio ora soffermarmi nel luogo più nascosto, ed anche ultimo, della vicenda storica e del pellegrinaggio umano e cristiano di Girolamo: la stanzetta del transito, oggi accessibile da via alla Basilica, attraverso la chiesetta-santuario della Mater Orphanorum, allora parte dell’edificio conosciuto come Casa degli Ondei, od anche Celtro della lavandaia, un complesso di casette nel mezzo del piccolo borgo di Somasca2. Sono certo che quest’ambiente, povero e dignitoso al contempo, rimasto pressoché inalterato rispetto al locale che ospitò Girolamo nella notte tra il 7 ed 8 febbraio 1537, ci possa parlare più che tanti altri del servizio offerto dal Fondatore ai suoi cari poveri che meglio gli rappresentavano Cristo3.

La stanzetta del transito, o meglio, l’identificazione a Cristo Servo

Girolamo termina il suo pellegrinaggio terreno in una casa non sua, nella dimora di una sconosciuta famiglia di un borgo dimenticato e di confine, proprio lui che era nato e cresciuto in una casa padronale dell’aristocrazia veneziana, allora reputata la nobiltà più potente ed invidiata d’Europa. Si tratta di una parabola di vita non indifferente, le cui ultime fasi sono scandite dalle costanti aspirazioni del Miani: l’imitazione del suo Capitano Cristo, la trasformazione in servo di Dio, il raggiungimento della beata vita del santo Vangelo ed il guadagno del cielo4.

Fin dall’anno del noviziato, quando lessi per la prima volta nell’Ufficio di Lettura il discorso di Natale del papa san Leone Magno, mi colpì quest’affermazione: “se Egli non scendesse a noi in questo abbassamento della nascita, nessuno con i propri meriti potrebbe salire a Lui5. Ero allora a Somasca, proprio vicino alle memorie di san Girolamo, e questa frase del grande papa del primo Medioevo mi aiutò ad entrare nel mistero della missione del Fondatore. Ora a distanza di tanti anni, e con un po’ d’esperienza di vita religiosa e sacerdotale, penso di poter confermare che proprio nell’imitare il discendere di Dio in Cristo in mezzo all’umanità sta il segreto e la grandezza dell’opera del Miani che propose un genere di vita che manifesta nel servizio dei poveri l’offerta di sé a Cristo6. Per questa sua ostinata modalità di percorso, ossia il continuare a scendere in mezzo alla gente, disposto a dare tutto ed a perdere tutto7, Girolamo diventa esempio di Vangelo possibile in mezzo ai piccoli ed ai poveri.

Tutta la vita del nuovo Girolamo, a partire dal 27 agosto 1511, giorno della sconfitta, fino all’8 febbraio 1537, giorno della vittoria, è marcata dal continuo scendere. Non si è trattato sempre di una sua scelta (almeno all’inizio ed alla fine), ma di uno schema propostogli ed accolto per raggiungere la salvezza e per diventare servo di Cristo e dei poveri. E tale esercizio di discesa è stato vera grazia per lui, per i suoi compagni, per i poveri, per la Compagnia, e lo è tuttora per noi dopo cinquecento anni da quel primo passo verso il basso che il giovane venticinquenne Girolamo fu costretto a compiere.

Permettetemi di elencare le discese di Girolamo, dividendole in due categorie, che chiamerei così: discese per pura grazia e discese per libera grazia. Le prime discese vedono l’intervento della Provvidenza che, per grazia, si serve della sconfitta, del pericolo o della paura. Il 27 agosto 1511 Girolamo è costretto a scendere, sbattuto dopo la sconfitta militare e nel pieno della disperazione, nel fondo della torre del castello che inutilmente aveva difeso; nel mese a venire scende, in veste di prigioniero deportato dall’esercito nemico, da Quero verso Maserada e Breda seguendo il corso del fiume Piave, incatenato ed in attesa di un intervento della Repubblica che non arriva; infine nella notte tra il 27 e 28 settembre scende, accompagnato per mano da Maria, passando impaurito tra le linee nemiche, fino a Treviso e raggiunge il santuario della Madonna Grande. Tutto questo è pura grazia! Dopo questi avvenimenti la vita di Girolamo proseguirà con la stessa modalità di discesa: avrà bisogno, però, di tempi più lunghi e di scelte personali e meditate per scoprire, negli eventi, la pedagogia di Dio; dovrà decidere di volta in volta della sua vita e di quella di altri poveri che incontrerà sul suo cammino, sono le discese per libera grazia. Eccole: dalla ricerca di una carriera politica all’adesione al sodalizio del Divino Amore; dal frequentare i palazzi della nobiltà al servire presso gli ospedali del Bersaglio e degli Incurabili; dal risiedere nella dimora signorile di famiglia sita in Campo san Vidal a prendere casa in poveri rifugi lungo le calli della laguna dopo aver rinunciato ai suoi beni con testamento inter vivos; dalla capitale Venezia a Somasca, località di periferia e confine8.

Attraverso questo percorso in discesa, per strade donategli dalla grazia, o scelte liberamente per essersi lasciato formare dalla grazia, Girolamo impara in ordine tre passaggi fondamentali del discepolo: seguire il Maestro Cristo, diventare come Cristo Servo, servire i poveri di Cristo! Arrivato all’età di 51 anni e colpito dalla peste non è possibile scindere in Girolamo il doppio amore a Cristo ed ai poveri: non è più possibile perché ormai Girolamo, come il suo Maestro e Capitano Cristo9, si è trasformato in Servo di Jahwé, servo di Dio e del prossimo, come descritto nei quattro carmi del secondo Isaia e nell’ammonizione di Gesù agli Apostoli “non sono venuto per essere servito, ma per servire e dare la mia vita in riscatto per molti10. La vita di Girolamo, come quella di Cristo, è stata una liturgia al Padre e si conclude come sacrificio di lode per l’umanità.

 

L’ultima discesa: dalla Rocca alla casa degli Ondei

L’ultima discesa è nuovamente per pura grazia, esattamente come tutto era iniziato: Girolamo viene portato dai suoi primi compagni e dai fratelli più piccoli, gli orfani, fino a Somasca. Non fu una scelta sua, la decisero i fratelli della nascente Compagnia dei Servi dei poveri, e la concorda- rono con una povera, ma onesta e generosa famiglia del posto. Ancora oggi possiamo ripercorrere quella discesa per lo stesso sentiero, che mantiene le caratteristiche di allora, la stradina dei sassi. Chi in questi anni ha avuto l’opportunità di compiere gli esercizi spirituali somaschi conosce bene il tracciato che dal Castello, detto dell’Innominato, conduce a Somasca.

Permettete che mi soffermi ancora su due momenti di quest’ultimo viaggio, per pura grazia, del Fondatore: l’atto di congedo alla Rocca prima di essere trasportato in basso a Somasca ed il saluto nel momento dell’esodo al Padre. Riprendo il testo del Padre Segalla che descrive come avvenne la morte di san Girolamo nella storica stanzetta11.

Il congedo:

…quando Dio giudicò il suo Servo maturo per il cielo, permise ch’egli s’infermasse del medesimo malore epidemico, che sul principio dell’anno 1537 era scoppiato nella valle di san Martino e andava mietendo numerose vittime. Tutto assorto nell’assistenza de’ suoi Orfanelli, tra i quali era pure entrata l’epidemia, e degli altri malati, egli non vedeva che le sofferenze del prossimo e non sentiva che il palpito della sua carità. La febbre lo assalì ad un tratto il giorno 4 febbraio, e non poté più reggersi in piedi. Allora facendosi sforzo, volle intorno a sé tutti i suoi figlioletti, li fece sedere, e lavò loro i piedi, baciandoli ed irrigandoli di dolci lacrime. A questa scena, che ricordava l’addio del Divino Maestro ai suoi Apostoli, tutti piangevano di tenerezza e di dolore; era quello l’estremo attestato di amore del loro benedetto Padre, l’ultimo atto di cui poteva gloriarsi colui che era stato effettivamente il Servo dei poveri”.

Mi sono sempre chiesto quale sia l’autentico significato del gesto della lavanda dei piedi durante l’ultima cena12, e quindi per analogia, anche quello compiuto dal nostro Fondatore. Un dato è certo: in nessuna delle due circostanze c’era bisogno di compiere l’atto di lavare i piedi, non c’era una necessità latente che chiedesse una risposta immediata ed un atto corrispondente. Concludo che non si tratta di un esempio per invitare alla missione, all’essere servizievoli, a compiere gesti di generosità gratuita. C’è qualcosa di più profondo e completo, qualcosa che indica il punto d’arrivo del compimento della missione: si tratta di rendere plasticamente visibile, perché diventato gesto naturale di vita, l’amore reciproco, la prossimità, il farsi prossimo. Il gesto indica come la vicenda umana, che sta per concludersi, sia giunta alla verità evangelica, anzi è diventata essa stessa vangelo compiuto. Girolamo, come Gesù, si è veramente fatto prossimo, si è caricato della vita dei suoi fratelli, è diventato uno con ciascuno di loro: non è solo più uno che serve, che compi nobili e gratuiti gesti filantropici, ma è diventato Servo, ed in questo modo è veramente beato e mette in pratica l’esempio del suo Signore e Maestro13. Tra il servire i poveri (comando evangelico e testamento del Miani) e il diventare Servo c’è un salto ontologico: è proprio questo salto che avvera il comando e non umilia, ma onora, chi viene servito ed accolto da gesti di carità.

L’esodo al Padre:

…le sue labbra mormoravano i santissimi Nomi di Gesù e Maria; gli occhi prima fissi sulla croce, alzò verso il cielo, e la sua anima benedetta volò a Dio. Così nella misera stanzuccia di un rozzo villaggio, su un pagliericcio non suo, moriva nell’estrema povertà il nobile Patrizio veneto Girola- mo Emiliani, nato negli agi di una casa signorile, in una potente città, destinato ad alti onori nel mondo. …Così, martire della carità, umile e tanto poco noto al mondo, moriva uno dei più grandi benefattori dell’umanità, il Fondatore di un nuovo Ordine religioso, uno dei più amabili santi della Chiesa di Dio”.

Le parole del Padre Segalla sono veramente toccanti e commoventi, inoltre danno di Girolamo una delle definizioni più belle è complete: umile martire di carità. Nella pagina precedente lo paragonava agli antichi patriarchi dall’aspetto dolce, tenero, dignitoso perchè consumato dall’eroica carità verso Dio e il prossimo.

Il transito di san Girolamo, avvenuto in una misera stanzuccia di una casa non sua in un rozzo villaggio, si presenta quindi come il compimento, il consumarsi della vita ed il dono dello spirito. Valgono anche per lui le ultime parole di Gesù dalla croce ed il dono che ne corrisponde: “con- summatum est. Et inclinato capite tradidit spiritum14. Nel rendere l’anima al suo Creatore, come descrive l’amico Anonimo, contempliamo in Girolamo il consumarsi di una vita che ha fatto del doppio amore, a Dio ed al prossimo, un unico amore ed ha consegnato alla Chiesa una nuova spiritualità e missione che manifesta nel servizio dei poveri l’offerta di sé a Cristo15.

Concludo la contemplazione del transito con due affermazioni di testimoni del nostro tempo, anch’essi definibili martiri della carità pastorale nella Chiesa, che ben interpretano l’evento carismatico di Girolamo Emiliani ed il significato del suo testamento, in particolare l’ultimo comando servite i poveri:

l’essere servo, l’essere schiavo, non è fine a se stesso, ma espressione di un amore che spoglia, che aliena, come appunto lo schiavo viene alienato e trasferito di proprietà ad un altro. Nel farsi schiavo rifulge la dignità e l’arte dell’amore, cioè di ciò che c’è di più divino, di più sovrano: il farsi una sola cosa. … Tutta la passione di Dio è l’altro, e così non ci può essere altra via per il mio servizio, se non quella di questa passione, che va a lui, che pensa con il

suo pensiero, che c’è per lui, che sta con lui, che si fa dono a lui16.

si dice che Don Tonino Bello ripetesse sovente questa frase: AMARE è voce del verbo MORIRE.

Veramente con la sua morte, nella stanzuccia e sul pagliericcio messigli a disposizione dagli Ondei, Girolamo ci ha dato l’esempio di cosa significa amare perché anche noi possiamo continuare a fare lo stesso:

seguire la via del Crocifisso disprezzando il mondo,

amarci gli uni gli altri,

servire i poveri,

certi che non saremo mai abbandonati da Dio.

 

Sì, io sono tuo Servo, DIRUPISTI VINCULA MEA!

Carissimi fratelli

la preghiera del salmo 116 e soprattutto l’espressione di fede “Sì, io sono tuo servo, Signore, io sono tuo servo, figlio della tua Ancella; hai spezzato le mie catene” ci accompagni lungo il Giubileo Somasco, che stiamo per iniziare, e trasformi la nostra vita ad immagine di colui che ci ha generati. Così, guardando da dove siamo stati chiamati e verso dove siamo condotti possiamo imparare, come Girolamo, a ricambiare l’amore con l’amore17. L’Ancella di cui siamo diventati figli e che può continuare a spezzare le nostre catene è Maria. Come fu per Girolamo può continuare a manifestarsi Grande in noi, servendosi di noi per fare cose grandi, esaltando gli umili18. Una sola cosa ci è richiesta: riconoscere che abbiamo catene che ci legano ed impediscono di camminare liberi, e lasciarci prendere e condurre per mano da Lei, senza alcuna paura. La luce che illuminò ed aprì il carcere di Quero, è in grado di continuare ad illuminare ed aprire i carceri di oggi e farci passare incolumi attraverso gli eserciti del male. Assediati dalle trame di una società post-moderna e plurale19, che ci toglie ogni riferimento sicuro condannandoci ad identità divise e poco chiare, soffocati da passioni tristi20 che negano la possibilità di senso e speranza, rischiamo la morte …non abbiamo paura, anche lì in Maria, sua Ancella, il Signore ci può raggiungere e liberare: Girolamo è esempio per ieri, oggi e sempre!

La storia della Chiesa è piena di esempi di liberazione, di catene spezzate, di assedi risolti a favore degli assediati. Non molto distante nel tempo dall’assedio di Quero, episodio di poco conto nelle vicende della lega di Cambrai, un altro assedio, più famoso, illuminò la storia d’Europa: Maria trasformò l’occupazione di Czestochowa, ormai a rischio di sconfitta, in una montagna di luce21, e questa luce continua ad illuminare.

Ricorriamo allora a Maria, soprattutto nei momenti tristi e di disperazione, aprendole il nostro cuore, e se riusciamo anche cantando:

Lei ti calma e rasserena, Lei ti libera dal male,

perché sempre ha un cuore grande per ciascuno dei suoi figli.

Lei t’illumina il cammino, se le offri un po’ d’amore,

 se ogni giorno parlerai a Lei così …

Madonna, Madonna Nera, è dolce esser tuo figlio!

 Oh lascia, Madonna Nera, ch’io viva vicino a te!22

Oh Maria, Vergine Madre di Dio, Madre delle grazie, sorgente di misericordia, nostra fiducia e sostegno degli orfani, gioia degli afflitti e liberazione degli oppressi23, come già hai fatto un tempo a Czestochowa ed a Quero, trasforma il nostro CARCERE in tuo SANTUARIO!

p. Franco Moscone crs

Preposito generale

 

Roma, 27 agosto 2011 – cinquecento anni dalla prigionia in ceppi e catene del Miani

 

Note

1 Riforma e santità costituiscono il binomio della richiesta al Dolce Padre Nostro nella Nostra Orazione, e rimangono la costante in grado di specificare la missione somasca per ogni tempo e luogo.

2 Le notizie sono reperibili in Santinelli 1767, pag 199, e in Somascha 3/1996, 182-185. Per il termine Celtro cfr. A. Tiraboschi, Vocabolario del dialetto lombardo, 1873, che indica il significato della voce Sélter in val San Martino come volta, soffitto di stanza costruito di muro in forma curva, anche come rifugio, riparo, coperto.

3 An 14, 15

4 An 6, 8; 11, 7 e 15, 9

5 S. Leone Magno, Disc. 6 per Natale, PL 54, 213-216

6 cfr CCRR nn 1, 71 e 74

7 La liturgia eucaristica della festa di san Girolamo non per nulla ci fa proclamare e meditare il brano evangelico di Mt 19, 13-21: la misura del dono è la totalità.

8 Tutte queste discese sono ben storicamente documentate, cfr G. Bonacina crs, L’origine della Congregazione dei Padri Somaschi, Roma 2009.

9 Credo che tutta la biografia detta dell’Anonimo, da cui traggo i termini Maestro e Capitano, possa essere letta come un percorso di imitazione/identificazione Girolamo-Cristo.

10 Is 49-53 e Mc 10, 45

11 I testi si trovano riportati nel libro di P. Angelo Stoppiglia crs, Vita di san Girolamo Miani, Genova 1934, pagg. 244-248.

12 Gv 15, 1ss

13 Gv 13, 14-17, i versetti citati sono quelli che spiegano il gesto di Gesù e lo trasformano in una meta da raggiungere richiesta a chi intende seguire il Maestro ed imitare l’esempio del suo Signore: alla fine il Maestro e Signore si è fatto Servo dei suoi discepoli e compagni. Sull’argomento invito a leggere J. Ratzinger Benedetto XVI, Gesù di Nazaret II, Cap 3 La lavanda dei piedi, pagg 69-89. Riporto un passaggio particolarmente somasco: “Ciò che la Lettera ai Filippesi dice nel grande inno cristologico – che cioè in un gesto contrario a quello di Adamo, che aveva tentato con le proprie forze di allungare la mano verso il divino, Cristo discese invece dalla sua divinità fino a diventare uomo, assume la condizione di servo e si fece obbediente fino alla morte di croce – tutto ciò è qui reso visibile in un solo gesto. In un atto simbolico, Gesù illustra l’insieme del suo servizio divino. Si spoglia del suo splendore divino, si inginocchia, per così dire, davanti a noi, lava ed asciuga i nostri piedi sporchi, per renderci capaci di partecipare al banchetto nuziale di Dio” (pagg 68-69).

14 Gv 19, 30: Gesù disse: Tutto è compiuto! E chinato il capo consegnò lo spirito.

15 An 15, 7 e CCRR 1

16 Klaus Hemmerle, Scelto per gli uomini, Città Nuova, Roma 1995, pagg 146-147

17 2Lett 13-17 e Monita 354. Anche Is 51, 1-2: “voi che siete in cerca di giustizia e che cercate il Signore! Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Guardate ad Abramo, vostro padre, e a Sara vostra madre”. La Parola di Dio ci chiede di non dimenticare il nostro passato: naturalmente la roccia e la cava somasca, sono Girolamo Miani “squadrato” dalla Vergine Maria.

18 2Lett 9 e Lc 1, 46ss

19 A. Scola, Buone ragioni per la vita in comune, Mondadori, Milano 2010

20 M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2004

21 Iaszna Gora significa proprio Montagna di luce. Il testo che segue è la seconda strofa ed il ritornello della lode alla Madonna Nera di Czestochowa.

22 Ecco il testo nell’originale: W Jej ramionach znajdziesz spokój/I uchronisz się od zła,/Bo dla wszystkich Swoich dieci/ Ona Serce czułe ma./I opieką cię otoczy, gdy Jej serce /Oddasz swe,/Gdy powtórzysz Jej z radością słowa te: /Madon- no, Czarna Madonno,/Jak dobrze Twym dzieckiem być!/O, pozwól, Czarna Madonno,/W ramiona Twoje się skryć!

23 Bellissime queste “litanie somasche” contenute nel n. 49 delle CCRR

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