L'anello di congiunzione dei laici nella famiglia somasca

Nati in carcere e cresciuti in strada

il percorso della santità somasca

Carissimi fratelli in Cristo,

   volendo ripercorrere la vicenda cristiana del Miani si potrebbe iniziare con questa affermazione: all’inizio ci fu la sconfitta! Sì, la storia di salvezza del nostro Fondatore parte da una sconfitta: il 27 agosto 1511 la sua vita improvvisamente si ribalta e resta apparentemente vuota e senza alcuna prospettiva. I sogni della gioventù spariscono e tutta la preparazione militare e politica si dissolve nella disperazione del carcere in cui egli si trova rinchiuso. Ma in quella sconfitta Dio non era assente. La Provvidenza aveva permesso che nel cuore di Girolamo si facesse il vuoto perché ci fosse finalmente lo spazio per l’incontro, per l’incontro della vita, l’incontro con Dio. Per dare se stesso Dio ha bisogno di spazio, per questo a volte si serve anche delle sconfitte per realizzare il suo progetto, che è progetto di salvezza e santità per tutti.

   Nello stendere questa lettera, in occasione della solennità del nostro Fondatore, durante l’anno giubilare, mi sono proposto di guardare al frutto che scaturisce dall’eredità da lui trasmessa e che, oggi, dobbiamo incrementare: questo frutto è la santità. Presento la riflessione in tre tappe, come se si trattasse di fotografie che fissano momenti precisi nell’evoluzione del carisma di san Girolamo. Nelle prime due fotografie sottolineo le situazioni che hanno mediato la santità di Girolamo: l’essere cristianamente nato in carcere e cresciuto in strada. Sono condizioni che hanno segnato, e continuano a segnare, la spiritualità e la missione somasca: non si tratta di semplici riferimenti agiografici, ma dell’eredità affidata a noi dal Miani come a figli. La terza fotografia, dà una prospettiva storica, invita a riconoscere la santità presente e viva in cinque secoli di carisma somasco nella Chiesa. In essa riprenderò esempi di santità, in qualche modo legati con l’anno giubilare in corso.

Le tre istantanee, indicate con un titolo a maniera di slogan, sono introdotte da una strofa dell’inno giubilare, che in modo poetico, a mio giudizio, dice il messaggio contenuto nelle tre parole chiave: carcere, ossia la forza della fede quando tutto sembra sparire; strada, ossia la dinamica della speranza come condizione di azione nel mondo; ed infine santità, come la carità veramente compiuta senza la quale tutto è perduto e nulla vale, neppure i miracoli1. Sotto ogni foto, a modo di didascalia, ho posto una frase di san Girolamo che ne evidenzia la forte fede, l’indomita speranza e la carità che lo ha reso santo. Costruita in questo modo, la lettera vuole essere una meditazione sulla santità somasca, per questo è bene leggerla a tappe, e magari utilizzarla nel triduo di preparazione alla solennità del Fondatore.

1^ fotografia – NATI IN CARCERE: la forza della fede

Nella notte senza stelle scorre un fiume insanguinato:

giaccio in fondo alla mia torre, comandante incatenato.

Impotente prigioniero di un nemico sconosciuto

io mi sento uno straniero, fatto ostaggio, ho perso tutto

Ma una goccia di rugiada, sentinella del mattino

è un tutt’uno col mio pianto. Mi rivedo da bambino

   Ho esordito dicendo che la storia di Girolamo potrebbe iniziare con l’affermazione “all’inizio la sconfitta”. Può apparire una frase ad effetto. Se guardiamo alla vita nostra e dell’intera realtà, senza volerci nascondere dietro false illusioni, dobbiamo riconoscere che alla fine saremo tutti sconfitti: sicura ci attende la morte. La filosofia di sempre, ed in particolare quella degli ultimi due secoli, è cresciuta affrontando questo tema, senza risolverlo, od affermando che l’essere è destinato alla sconfitta nel nulla. Ma il messaggio cristiano, pur interpretando la vita nella stessa scena del mondo, e faticando sulle stesse strade della comune storia umana, conclude diversamente: alla fine la vittoria nella risurrezione di Cristo. La vita dei santi, in particolare la vicenda di san Girolamo, che ci segna nella nostra identità, conferma la verità della novità cristiana: la sconfitta si trasforma in vittoria, la morte è sgominata dalla Vita. Questa verità, che è il fondamento della nostra fede, senza la quale nulla avrebbe senso di quanto facciamo e siamo, non riguarda solo la fine, l’eschaton, ma è già presente nel quotidiano. L’esperienza di Girolamo a Quero in quell’estate del 1511 afferma proprio questa verità: la sconfitta può tramutarsi in vittoria, ciò che appare come fine, in realtà è il vero inizio. Girolamo, come cristiano e santo, non nasce nel 1486 a Venezia in un palazzo dell’aristocrazia (o a Feltre, secondo le ricerche storiche più moderne), Girolamo nasce a Castelnuovo presso Quero in carcere! La nascita dallo Spirito Santo avviene spesso nel silenzio, nel buio della notte, fuori delle logiche del mondo, e con il segno della sconfitta, in altre parole, sotto la Croce2. Permettetemi di fermarmi un attimo per contemplare prima il carcere di Girolamo e poi il nostro possibile carcere.

   Il maniero di Castelnuovo, tanto nella realtà storica, che nella tradizione somasca, è stato il carcere di Girolamo. Desta meraviglia l’attributo Nuovo legato a Castel. In realtà in quel luogo, lontano dalla capitale Venezia, in zona di confine, nella strettoia di una valle che gode di pochissime ore di sole anche durante l’estate, non c’era nulla di nuovo! Anzi, quanto Girolamo vive in quell’estate del 1511 ha solo del vecchio: strenua difesa di una posizione, guerra, violenza e, alla fine, sconfitta e carcere; la fine di ogni illusione, la delusione come ricompensa di una carriera cercata e spezzata sul nascere. Il Nuovo stava altrove, più in basso; il Nuovo, che Girolamo cercava, stava a Treviso, al santuario della Madonna Grande: in una chiesa che si stava demolendo per far spazio alla difesa militare della città. Che strana coincidenza, per difendersi si finisce per distruggere ciò che è nuovo ed aggrapparsi al vecchio! Girolamo ha bisogno della grazia di Dio per liberarsi dal vecchio e scoprire il Nuovo: e la grazia che Dio ha scelto per lui, come luogo della manifestazione dell’Amore, è proprio il carcere. La novità è lì, con lui, nel fondo di una torre, nel buio di una prigione: il Miani ha bisogno di un mese per riconoscerla, ma alla fine ci riesce. Quando riconosce di essere finito all’inferno, Girolamo trova la verità sulla sua vita e contemporaneamente la Presenza che gli apre la porta del carcere e gli dona la libertà.

   Anche senza dover provare fisicamente l’esperienza della prigione, il messaggio spirituale racchiuso in quella realtà richiama un’esperienza necessaria per ogni cristiano, a maggior ragione per chi intende vivere il Vangelo sulle orme di Girolamo. C’è un luogo nella persona che corrisponde al carcere, e che contemporaneamente contiene anche la porta per la libertà: questo luogo è il cuore. Bene descrive l’evangelista Marco la realtà del cuore come carcere: “…dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini, escono intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Queste cose cattive vengono dal di dentro e contaminano l’uomo”. Che descrizione perfetta dell’esperienza interiore di ognuno! Quale carcere può essere più duro, quali aguzzini possono essere più esigenti di quelli descritti? E poco oltre Gesù afferma ancora: “avete il cuore indurito. Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite!3” . Ma se il cuore è carcere, esso ha anche una porta che serve tanto per entrarvi quanto per uscirvi. Alla porta del cuore dobbiamo volgere l’attenzione per ascoltare la voce che ci chiama dal di fuori e ci conduce alla libertà: “ecco sto alla porta e busso: Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me4. Ecco rappresentato il nostro carcere quotidiano, il cuore. Un cuore con la porta chiusa può rappresentare un “carcere di massima sicurezza”: si resta prigionieri dell’egoismo e dell’autoreferenzialità, incapaci di riconoscere che la Vita è altrove, anche se non lontana, perché continuamente bussa alla porta del carcere. Un cuore che apre la porta, perché diversamente dalle prigioni di questo mondo la serratura sta dal di dentro e non dal di fuori, diventa un santuario, il luogo delle relazioni con Dio prima, e con i fratelli poi, avendo ritrovato la libertà dal grande aguzzino che è l’egocentrismo.

   Quanto ho descritto è esperienza spirituale, evangelica, ma è vera anche per ogni aspetto dell’antropologia: per il fisico e per la psiche, per la mente e la riconciliazione con la propria storia. Ho letto, anche stimolato da quanto ascoltato nel convegno del Movimento Laicale Somasco di Albano 2011, il libro di Marìa Jimena Duzàn, Mi Viaje al Infierno: esperienza di riconciliazione con la propria vicenda familiare colpita dall’assassinio della sorella della scrittrice nelle tragiche vicende della guerra civile colombiana. Riporto un passaggio significativo che puntualizza il momento in cui, illuminata dall’esperienza di una sua amica, Maria Jimena decide di riconciliarsi col suo passato, di fare verità e di scrivere il libro: “…ho capito che era andata fino all’inferno, da dove era rinata, e che il ‘viaggio’ le aveva permesso di uscire dall’orrore con quella dignità che io allora le invidiavo. Solo che lei era riuscita ad immergersi sino nelle profondità di se stessa con l’aiuto della sua invincibile convinzione religiosa; fede che io non avevo. Fino ad oggi non ricordo di essermi sentita tanto fragile né tanto vulnerabile come in quel giorno …ho capito che era giunta l’ora di iniziare il mio viaggio5.

   Se il bisogno di scendere fino all’inferno, di fare la verità nel proprio cuore è vero per tutti ed ovunque, indipendentemente dalle convinzioni religiose e dalle differenti culture, a maggior ragione è indispensabile per noi Somaschi, che con san Girolamo siamo nati in carcere. E’ indispensabile per scoprire la solidarietà con i tanti carcerati dell’umanità, per non ergerci a giudici, ma per collaborare da servi liberi alla salvezza del mondo6. Per poter veramente pregare come Girolamo “Signore, non essermi Giudice, ma Salvatore!”. Perché questa orazioncina, che ci accompagna, non sia futile devozionismo, ma dica il cuore dell’esperienza cristiana somasca.

Didascalia

Nati in CARCERE significa riconoscere di essere stati liberati e di ricevere la libertà come dono, esattamente come la fede: “il nostro fine è Dio, fonte di ogni bene, dobbiamo confidare in Lui solo e non in altri, come diciamo nella nostra orazione; il benignissimo Signore nostro ha voluto mettervi alla prova, per accrescere in voi la fede, senza la fede infatti, dice l’evangelista,

Cristo non può compiere molti miracoli, e per esaudire l’orazione santa che gli fate.” (2 Lett 2-3)

2^ fotografia – CRESCIUTI IN STRADA: la dinamica della speranza

Incomincia il mio cammino, solitario e senza meta

Dagli accampamenti ostili non esiste via d’uscita.

Disperato cerco un segno, nuovamente invoco te

Vieni ancora in mio sostegno, la tua mano è qui con me.

Maria, portami lontano, illumina i miei passi col tuo manto.

E quando al Figlio tuo sarò vicino, con Te innalzerò il mio canto.

   Aperta la porta del carcere ed uscitone fuori, Girolamo si trova davanti, non il nulla o l’ignoto, come vorrebbe il pensiero nichilista, ma una strada. Di questa strada già conosce intenzionalmente la meta: Treviso ed il santuario della Madonna Grande, di cui aveva sentito parlare fin da bambino! Conoscere intenzionalmente la meta, aver davanti una strada aperta, non significa ancora saperla percorrere, essere in grado di raggiungere quanto desiderato e avvertito come verità della propria vita. Inoltre Girolamo si trovava davanti al doppio rischio dell’insidia dei nemici all’intorno e dell’oscurità della notte: ha bisogno di una guida, di chi lo assicuri e gli illumini il cammino. E la Guida è nuovamente lì, al suo fianco, lo prende per mano, come lui stesso testimonierà nel racconto del IV Libro dei Miracoli, e lo accompagna di notte fino alla città. La Guida è Maria, ed il logo del nostro Giubileo ben ci rappresenta la scena dipinta nel particolare del quadro di Giuseppe Tortelli: la mano destra della Vergine stringe quella di Girolamo, mentre la sinistra, spinta in avanti, gli indica il cammino. Girolamo impara per strada, è accompagnato amorosamente, per questo saprà a sua volta farsi accompagnatore di molti per le strade del suo tempo. L’amore che ha sperimentato lungo la strada dal carcere al santuario, di notte, tra pericoli di nemici e l’ipotesi di non essere poi riconosciuto dai suoi una volta giunto a Treviso, ha educato il suo cuore che diventa pieno di pazienza e di comprensione, attento, tenero e pronto al sacrificio come quello di una madre7, diventa un cuore educato all’amore che saprà educare all’amore. La strada per Girolamo è stata veramente il luogo dov’è maturata l’educazione, sua, per mano di Maria, e di chi lo accompagnò spiritualmente negli anni successivi; il luogo dell’educazione vissuta come carità e missione per i più piccoli e poveri.

   Nel Vangelo la strada è veramente il luogo dell’educazione, dove si incontra il Maestro e si è da Lui formati e mandati. Mi siano permesse due brevi osservazioni scritturistiche. Chi, ogni mattina recita le Lodi, si trova a lodare come Zaccaria il Signore col Benedictus. Ebbene, in quest’inno per due volte viene presentata la strada. La prima volta indica l’ambiente della nostra scoperta ed incontro col divino: “e tu bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade”. La seconda volta la strada è il teatro della missione: “per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla strada della pace8. Tutto il Vangelo di Luca si presenta come un percorso lungo il quale Gesù educa i suoi Apostoli. Il cammino ha una meta sicura, Gerusalemme, e tappe precise: Gerico il luogo dell’accoglienza del povero e del peccatore, Betania l’ambiente dove si sperimenta il calore dell’amicizia e della familiarità9.

   Tutta la vita nuova del nostro caro Padre, dalla notte del 27 settembre 1511 a quella dell’8 febbraio 1537, è segnata dalla strada: per strada è stato condotto ed educato, per strada ha accolto, educato ed attratto altri a seguirlo lungo la via di Gesù Crocifisso. Sarebbero tanti i particolari della vita di Girolamo da far risaltare e che hanno nelle calli di Venezia, o nelle strade polverose e scomode del Veneto e della Lombardia il loro ambiente: la biografia detta dell’Anonimo ne è ricca. Ne voglio solo evidenziare uno. Per strada, dal bergamasco al milanese, Girolamo ci consegna la frase che meglio qualifica il suo cuore e la nostra missione: “vi ringrazio molto, fratello, della vostra carità, ma è con questi miei fratelli che voglio vivere e morire10.

   Come per la realtà carcere-cuore anche quella della strada-educazione non ha solo una valenza cristiana, ma è anche una verità antropologica. Riporto un estratto dall’intervento della scrittrice psicanalista Julia Kristeva, rappresentante dei non credenti o agnostici, all’incontro promosso dal Papa ad Assisi lo scorso 29 ottobre. “Signore e Signori, le parole di Giovanni Paolo II, ‘Non abbiate paura!’, non sono indirizzate unicamente ai credenti, perché esse incoraggiavano a resistere al totalitarismo. L’appello di quel Papa, apostolo dei diritti umani, ci spinge anche a non temere la cultura europea, ma, al contrario, ad osare l’umanesimo: nel costruire delle complicità tra l’umanesimo cristiano e quello che, scaturito dal Rinascimento e dall’Illuminismo, ha l’ambizione di aprire le strade rischiose della libertà. Signore e Signori, l’età del sospetto non è più sufficiente. Di fronte alle crisi e alle minacce che si aggravano, è giunta l’età della scommessa. Osiamo scommettere sul rinnovamento continuo delle capacità di uomini e donne a credere e a conoscere insieme11.

   Sull’esempio di Girolamo mi sembra così di riconoscere nella dinamica della strada, maestra della mia formazione e palcoscenico della missione che mi è stata affidata, il luogo della virtù più difficile e necessaria: la speranza. Sì, perché è per strada dove riconosco l’altro come fratello, perché è nell’altro che incontro per strada che Cristo si nasconde e si rivela. Sì, perché secondo il mio comportamento sulla strada che sarò un giorno giudicato. Sì, perché percorrendo la medesima strada della storia anche l’ultimo, l’insignificante ed addirittura l’ateo è mio fratello12.

Didascalia

Cresciuti in STRADA significa riconoscere la presenza del Signore nei fratelli con cui camminiamo, disposti a rischiare tutto per Lui, si tratta della logica della speranza: “Dio non compie le sue opere in quelli che non hanno posto tutta la loro fede e speranza in lui solo: invece ha riempito di carità quanti hanno grande fede e speranza e ha fatto cose grandi in loro. Perciò, non mancando voi di fede e speranza, egli farà di voi cose grandi, esaltando gli umili.” (2 Lett 7-9)

3^ fotografia – SULLA VIA DELLA SANTITÀ: la carità compiuta

Tu che hai spezzato ogni catena morendo in croce per l’umanità,

speranza di chi crede nell’amore del Padre che è infinita carità.

Tu vieni a spezzare le mie catene ed io liberò sarò,

libero di amare veramente, di vivere e morire come te.

Libero di andare tra la gente, servire i miei fratelli insieme a Te.

   Quando la carità è compiuta si chiama santità. La storia della nostra Famiglia religiosa è segnata dal desiderio di santità fin dai suoi inizi. Si tratta di santità fatta carne nella persona di Girolamo, dei suoi primi compagni di strada, delle sante congregazioni di cristiani riformati che a lui si ispiravano vivendo nella santa pratica della vita cristiana e con la sempre amica povertà13. Si tratta di santità fatta parola, e rimasta condensata, nei testi delle nostre fonti: spiccano in particolare per tale desiderio la Nostra Orazione, le Costituzioni del 1555 ed i Monita o suggerimenti per la vita interiore ed il progresso spirituale collegati alle Costituzioni del 1626. Di questa santità fatta parola per il nostro nutrimento quotidiano ne riporto un breve escursus.

Troviamo il sogno di santità del Fondatore nella Nostra Orazione. Il suo desiderio è ben espresso, e ripetuto per due volte come apertura e conclusione della preghiera. Solenne è l’esordio “Dolce Padre… ti preghiamo di riformare il popolo cristiano a quello stato di santità che fu al tempo degli Apostoli”, ed umile ed appassionata è la conclusione “preghiamo per la chiesa, perché il Signore si degni di riformarla secondo il modello della sua santa chiesa dei primi tempi14. Il modello di santità per Girolamo è chiaro, si tratta della comunità apostolica di Gerusalemme, così come tratteggiata in Atti 2, 42-48 e 4, 32-35: una moltitudine venuta alla fede, che ha realizzato l’ideale di un cuore solo ed un’anima sola, capace di mettere tutto in comune, di essere perseverante nell’orazione, di spezzare il Pane insieme ed in comunione con gli Apostoli. Ma l’orazione del Miani contiene anche il suo brevissimo trattato di ecclesiologia. Si tratta, per noi, di una vera perla teologica che ci permette di guardare alla Chiesa come Madre amorosa, ricca di perfezione ed al contempo bisognosa di perdono, senza vincoli di spazio, tempo e cultura, perché aperta al futuro e già partecipe dell’eternità. Ecco il testo: “preghiamo Dio per la sua chiesa perfettissima in cielo, cioè per i beati, perché ne dilati il gaudio; per la chiesa perfetta in terra, cioè per quelli che sono nella grazia, perché accresca in loro le virtù e li conservi nell’osservanza dei suoi comandamenti; per la chiesa imperfetta, cioè per i peccatori, perché conceda loro conversione di vita e remissione dei peccati; per la chiesa purgante, perché liberi tutti da quelle pene e dia loro la gloria eterna; per la chiesa in crescita nel futuro, cioè per coloro che non credono in Cristo, perché doni loro la luce della fede”.

   I primi compagni di Girolamo, cogliendone l’eredità dopo la morte, hanno avuto chiara la percezione della santità come fine del loro essere nella Chiesa e nella società. Per questo hanno sentito il dovere di mettere per iscritto la visione e missione della santità propria della Compagnia perché non andasse perduta, o venisse inquinata dalle logiche del mondo. Nascono così le Costituzioni del 1555 che condensano la caratteristica della santità somasca. Riporto l’esordio e la conclusione del testo: “Della santa Chiesa si canta che ha i suoi fondamenti nei monti santi, cioè negli apostoli e profeti; essendo questa Congregazione, della quale si deve trattare, Chiesa particolare, è necessario mostrare i suoi fondamenti, che sono stati risplendenti di santità e perfezione di vita. … Le quali costituzioni non tendono ad altro che a farci vivere piamente verso Dio, sobriamente con noi stessi ed ad operare giustamente e senza scandalo verso il prossimo. Così la grazia dello Spirito Santo possegga i nostri cuori, perché possiamo fare cosa grata alla maestà divina per sempre e nei secoli dei secoli15.

   E quando ormai il ricordo del Fondatore si allontanava perché anche i testimoni della sua santità erano scomparsi, ed il rischio dell’affievolimento morale diventava tentazione quotidiana, ecco che i fratelli somaschi hanno sentito il bisogno di indicare un’ascetica capace di garantire lo stile somasco di santità. Nascono così i Monita come strumento di santificazione inseriti nelle Costituzioni del 1626. Riporto tre affermazioni che si possono considerare i fondamenti dell’etica somasca:

Eliminiamo quanto può dispiacere ai suoi occhi; ricambiamo l’amore e, amando Dio, riteniamo un nulla tutto il resto;

Usiamo ogni diligenza perché, con il trascorrere del tempo, non si affievolisca il fervore iniziale, che al principio della nostra conversione ci infiammava a servire Dio in santità e giustizia;

Avendo un solo Padre che è Dio, una sola madre, che è la Congregazione, una sola patria, che è il paradiso, abbracciamo con uguale benevolenza e amore ogni persona e luogo e preferiamo vivere nei luoghi e con le persone, dove troviamo più frequenti e più grandi occasioni di rinuncia alla nostra volontà16.

Le nostre origini continuano a trasmetterci il sogno di Girolamo, la chiara visione dei suoi primi compagni e l’etica per rendere splendente la Chiesa della santità somasca. Tanti fratelli lungo i cinque secoli della nostra storia ne sono stati esempi luminosi. Con gioia siamo chiamati a rendere grazia a Dio per tre avvenimenti che illuminano di santità somasca l’inizio dell’anno giubilare. L’8 settembre 2011 sono iniziate le celebrazioni per ricordare i 150 anni dell’apparizione della Vergine a Fratel Righetto Cionchi. Il messaggio che, attraverso di lui, ci ha trasmesso la Vergine Maria è semplice e chiaro: “Righetto sii BUONO”. Siamo chiamati a contemplare ed essere testimoni di bontà: il nome di Dio, il compendio di tutto l’Essere che è vero buono e bello!

   Il 29 settembre 2011 è terminato il processo diocesano per la beatificazione di Padre Giovanni Ferro, Arcivescovo di Reggio Calabria. Il titolo del libro di Mons. Agostino, suo discepolo, che ben ne delinea la figura “Nessuno così PADRE17, ha colto il segreto di P. Giovanni Ferro, farsi padre e madre di chi non ha padre e madre, ossia la finalità della santità somasca nella Chiesa (anche da Vescovo)!

   Ed infine la canonizzazione di san Luigi Guanella la domenica 23 ottobre 2011. San Luigi Guanella è stato alunno prima, e collaboratore poi, dei Somaschi a Como, negli anni degli studi teologici. La spiritualità somasca è linfa di santità anche per ex-alunni e collaboratori. Trascrivo due frasi del nuovo santo che fanno intravvedere il marchio di san Girolamo in lui: “credere che il bene non si può fare che salendo il cammino faticoso del Calvario… Chi non dice mai ‘basta’ nelle opere di carità salirà con Gesù in alto e possederà il Regno18.

   La santità è anche sorpresa: è stimolante per noi oggi scoprire di trovare ben tre Santi (Guanella, Scalabrini e Ferro) nella stessa comunità somasca (il Collegio Gallio di Como) in uno spazio di tempo molto limitato, in periodi di soppressioni e tentativi di rinascita per la Congregazione, e attraversato da ben due guerre mondiali! Si potrà ricavare un insegnamento per noi Somaschi del terzo millennio sulle possibilità e fecondità di quanto ricevuto dal Fondatore. Utilizzando e modificando in parte le parole del Guanella direi così: solo la santità salva il mondo, salva la Congregazione e la Famiglia somasca, solo con la santità diamo da Somaschi il nostro contributo per una Chiesa più apostolica che annunci il Vangelo ed incarni la carità.

   La santità continua a vivere nel quotidiano della vita somasca, a tutte le età ed in ogni cultura. Per me è stata una meravigliosa sorpresa leggere alcune frasi del primo religioso somasco filippino tornato alla casa del Padre il 19 dicembre 1992: Michael Paulete, giovane studente di 25 anni di voti temporanei. Le voglio trascrivere per mandarle a memoria di tutti noi: “…nella mia vita Maria ha riprodotto le beatitudini evangeliche, manifestando in terra la perfetta immagine del seguace di Cristo. … E’ questo un impegno, che richiede dedicazione, una chiamata per me. Sono invitato a purificare tutto il mio essere, i miei pensieri, azioni, parole e intenzioni … Come persona consacrata io ho una grande responsabilità e obbligo verso me stesso e gli altri. Per vivere fedelmente i voti che ho pronunciato… e compiere tale processo di purificazione, possa io diventare un degno sacrificio per la venuta di Cristo…”. Una certezza nutriva il suo cammino quotidiano, in piena coscienza della vocazione ricevuta come cristiano e maturata come religioso: “L’essere nato dall’altro dentro la ‘compagnia’, significa essere nato e vivere nello Spirito di Cristo tramite San Girolamo19. Siano queste parole, per tutti noi che cerchiamo di seguire il Signore secondo l’eredità di san Girolamo, certezza che la santità è possibile sempre, ovunque e a ogni età. Siano motivo di speranza che “fatti di Vangelo20” continuano a prodursi con abbondanza nella Famiglia somasca.

Didascalia

   Il primo passo sulla STRADA della SANTITÀ  comporta il riconoscere l’operare di Dio in noi, suoi figli: “il benedetto nostro Signore intende mostrarvi che ci vuole mettere nel numero dei suoi cari figli, se voi sarete perseveranti nelle sue vie: così ha fatto con tutti i suoi amici e alla fine li ha resi santi”. (2 Lett 6)

Conclusione

   A conclusione di questa mia lunga riflessione vi invito a fermarvi e contemplare la bellissima immagine mariana contenuta nel messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per il nostro Giubileo:

   “Continuerà a guidarci col suo sostegno la Vergine Maria,

modello insuperabile di fede e di carità.

Come sciolse il vincolo delle catene che tenevano prigioniero san Girolamo,

Ella voglia, con la sua materna bontà,

continuare a liberare gli uomini dai lacci del peccato

e dalla prigionia di una vita priva dell’amore per Dio e per i fratelli,

offrendo le chiavi che aprono il cuore di Dio a noi

e il cuore nostro a Dio”.

   La chiave che apre il cuore a Dio, ci scioglierà, come Girolamo, dai ceppi che fanno della nostra vita un carcere d’individualismo ed una sentina di oscurità.

    La chiave che apre il cuore ai fratelli, spalancherà, come per Girolamo, la porta della strada da percorrere da liberi servi del Signore e dei Poveri nelle più diverse contrade del mondo.

  Ricchi di queste chiavi, sono certo che il Signore sarà sempre presente e ci accompagnerà nelle vicende della nostra vita, della nostra Congregazione e dell’intera Famiglia Somasca21.

Confortiamoci tutti nel Signore22,

p. Franco Moscone crs

Preposito generale

 Enugu [Nigeria], 15 gennaio 2012

______________________________________________

1 1Cor 13 e 1Lett 5, 15, 19 e 22-23

2 Interessante è la vicenda di Nicodemo narrata dall’evangelista Giovanni: incontra Gesù di notte, quando il Maestro gli modifica la sua logica di “buon fariseo” (Gv 3, 1-21), ma ne diventa discepolo solo nella notte della sconfitta e della sepoltura (Gv 19, 38-42).

3 Le citazioni sono da Mc 7, 21-22 e Mc 8, 17-18. L’intera pericope di Mc 7-8 può essere letta come cura del cuore per opera del vero medico: Cristo Gesù.

4 Ap 3, 20. La citazione poi continua così: “il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono”. Diventa facile collegare questa visione dell’Apocalisse con quella riportata dall’Anonimo al capitolo 12: “che cosa mai ho visto! … ho visto una bellissima sedia avvolta in splendida luce, e sopra la sedia un fanciullo, che reggeva una scritta: questa è la sedia di Girolamo Miani”. La vittoria che Girolamo cercava a Quero, ora l’ha trovata, ma doveva prima scendere fino nel fondo del carcere.

5 María Jimena Duzán, Mi Viaje al Infierno, Ed. Norma, Bogotá 2010, pag. 16-17

6 Rimando al motto del Capitolo generale 2011, Liberi per servire, ed al lavoro compiuto, in particolare ai Documenta I-IV, Roma – Curia Generale 2011

7 Dal messaggio di Papa Benedetto XVI per il Giubileo somasco
8 Lc 1, 76, 79. Come non notare il parallelo nella Nostra Orazione: nella via della pace, della carità e della prosperità mi  guidi e mi protegga la potenza di Dio Padre … e sia con me in ogni luogo e via (NsOr 5).
9 Lc 10, 25-37 (parabola del Buon Samaritano), Lc 19, 1-10 (Zaccheo), Lc 10, 38-42 (Marta e Maria). Cfr. i paralleli in Gv
10 An 12, 5
11 Citazione da Zenit (Italia) del 01 novembre 2011
12 Mt 25, 31-46

13 An 13, 3.5

14 Ns Or 2.20; mentre la successiva citazione corrisponde al n. 10

15 C1555, 2.13

16 Le citazioni sono tratte dai Monita nn 354, 362 e 366
17 Giuseppe Agostino, Nessuno così Padre, Jason Editrice, Reggio Calabria 1993
18 S.L.Guanella, dall’Ufficio di Lettura proprio del Santo del 24 ottobre

19 Le frasi riportate sono tratte da alcune sue note spirituali scritte in occasione della festa dell’Immacolata del 1992, a pochi giorni dalla morte.

20 Prendo l’espressione fatti di Vangelo dal titolo di due libri del giornalista L. Accattoli, che ha tenuto due conferenze ad Albano Laziale in occasione del Capitolo generale 2011 e del IV convegno del MLS. Rimando al testo pubblicato da Vita Somasca n. 3 del 2011

21 Dal Saluto dei padri capitolari del 137° Capitolo generale, Albano Laziale 31 marzo 2011

22 2 Lett 32, saluto conclusivo di Girolamo, mentre quello iniziale è tratto dalle lettere V e VI

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