L'anello di congiunzione dei laici nella famiglia somasca

Archivio per 16/02/2012

Ordini dei Signori Protettori – 1563

Girolamo è morto ormai da 26 anni e la sua opera continua ad avere forme di collaborazione con persone laiche che, pur rimanendo nelle proprie famiglie, condividono gli ideali della “Compagnia dei Servi dei poveri”. Venivano chiamati “protettori” e avevano degli statuti. Eccone uno stralcio, affascinante per la sua concretezza e l’idealità di una vita impegnata e di comunità.

   Come prima cosa si esortano tali protettori a vivere con uno stile cristiano, che si realizza nel precetto di una vita sobria, pia e giusta. Per sobrio s’intende esser un uomo da bene, giusto verso il prossimo, pio verso Dio. La sobrietà cristiana si dimostra nel vivere, nel vestire e nel conversare: perciò i fratelli di questa compagnia vivano in casa loro modestamente secondo il loro stato e non abusando delle cose del mondo; abbiano un abito di onesto cristiano; fuggano, per quanto è in loro, le cattive compagnie, né facciano traffici ove sia peccato manifesto o pericolo di peccato: la qual cosa eviteranno se useranno frequentemente il consiglio de loro padri spirituali. Attendano anche con vigilanza che le moglie, figli e la famiglia viva in simile coerenza, cioè che i loro costumi, abiti, pratiche e vita siano cristiane, senza bestemmiare, senza giochi che non siano di ricreamento, onesti in ogni conversazione; e si mantengano nell’amore di Dio e del prossimo, né faccino agli altri quello che non vorrebbero esser loro fatto e facciano agli altri quel che vorrebbero esser fatto loro; anzi, per quanto sta in noi è meglio fare il bene e patire il male. Non abbiano roba d’altri, né liti, e massimamente non abbiano contrasti fra loro; e se ci fosse necessità qualche decisione particolare, non la prendano senza il consenso del loro priore e del loro padre spirituale, sopratutto se si tratta di debitori o creditori e fossero costretti a far lite, mostrandosi sempre pronti a ricomporsi con il loro avversario

   Se qualcuno de fratelli cadesse ammalato, avverta la compagnia, in modo che sia visitato e aiutato dai fratelli, tanto spiritualmente, quanto corporalmente: nell’uno esortandolo ai sacramenti, cioè confessione, comunione e secondo il bisogno anche agli altri come  unzione degli infermi; nell’altro, ove ci fosse il bisogno, sovvenendoli dei beni temporali, e non patisca fin che il signor Dio gli renda la sanità o, se gli è per il meglio, la patria celeste. E questo si faccia proporzionatamente secondo l’indigenza dell’infermo. E quando andasse a meglior vita, allora non manchino a quell’anima le messe di suffragio, come si usa fra simili fraternità; con ciò sia cosa che in questi casi l’eredità si deve spendere all’onor di Dio e al servizio del prossimo, più che a propria comodità; ricordando che di quante preghiere si fanno per la compagnia in tutte le altre città, sono partecipi tutti i fratelli sia i vivi, quanto i defunti.

   Sopra tutto studino di vivere piamente per Dio, dal quale procede ogni bene. E però ogni giorno si ricordino della sua grandezza, alzando la mente a Dio e facendo preghiera mentale, o dicendo almeno il “Pater noster” e il salmo “Deus in nomene tuo salvam me fac”; e chi non sapesse leggere, preghi col rosario. E perché il vincolo e unione di questa carità sono i santissimi sacramenti, si esortano tutti nel Signore che ogni mese faccino almeno una volta la confessione e ricevano l’eucarestia (medicina contro tutte le indisposizioni corporali e mentali), a meno che non siano ritenuti impediti  per una giusta causa, il che sia a conoscenza del padre spirituale. E in quella domenica si dicano i sette salmi penitenziali.

 

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Lettera pastorale di Mons. Pietro Lipomano – 1533

Pietro Lipomano, vescovo di Bergamo chiede al card. Carafa, allora figura leader del movimento del “Divino Amore” a Venezia, di mandargli un esperto nelle opere di Carità per ordinare e coordinare queste nella propria diocesi. Arrivò Girolamo che conquisto col suo ardore e la sua spiritualità così concreta il Vescovo. Ne nacque una lettera pastorale con la quale Lipomano presenta Girolamo alla sua diocesi con una stupenda descrizione. Ne riportiamo qui uno stralcio.

(…) Acceso e infiammato, per la grazia divina , di carità perfetta, il magnifico e generoso Girolamo Miani, Nobile veneto, non per la propria sua salvezza, ma a comune testimonianza ed esempio di ciascun in questa vita mortale, ha voluto istituire una simile regola e modo di vivere e bene operar, prima per se, e dopo per chi lo volesse imitare, che sicuramente, perseverando in essa, potrà con la divina grazia esser sicuro della sua salvezza finale. E perché, come abbiamo scritto sopra, il principio o fondamento del Cristianesimo consiste nel rinunciare al le ricchezze terrene, fragili e caduche, e convertirle a comune uso dei poveri mendicanti e bisognosi, secondo l’insegnamento di Gesù Cristo, quando disse: «Se vuoi essere perfetto va, vendi quello che hai, dallo ai poveri poi vieni e seguimi». Volendo attenersi ed obbedire a questo consiglio di salvezza, rimosso da sé ogni timore di una futura indigenza e povertà, con cuore gioioso e con prontissima volontà, distribuì una grande quantità di facoltà terrene in aiuto degli indigenti, come più e meglio ne conosceva la necessità e il bisogno.

E sembrandogli ancor poco l’avere distribuito tali ricchezze – che non sono propriamente nostre, ma in balia dell’instabile fortuna, e da Dio soltanto imprestate e non donate – ritenendo di non aver distribuito qualcosa che fosse veramente suo, ma di esser stato solamente dispensatore di cose di Dio, dedicò tutto se stesso, con le forze corporali e con le capacità della sua anima, all’ossequio, sussidio, istruzione, ammaestramento, tutela, difesa e mantenimento temporale e spirituale di ogni persona miserabile, inferma, afflitta, abbandonata e  in situazione di calamità, sia uomo o donna, soprattutto ove si trattasse di vedove o di bambini e ragazzi orfani. Intanto che, somma ammirazione induce in ciascun fedele che vede e contempla tanta immensa carità così profusa, tanta clemenza e pietà ch’egli dimostra; lavando con le sue stesse mani le schifose piaghe, tergendo le pestificazioni, medicando con sani rimedi ed impacchi, tollerando odori fetidi ed altre sporcizie da indurre nausea e abominazioni, mentre egli non solo non le disprezza, ma le tocca con le proprie mani come se fossero fragranti di soave odore.

Oh inaudita tolleranza! Oh pietà immensa! che ai nostri tempi un uomo tanto generoso eppure prima vissuto negli agi mostra a nostro esempio! Oh! felici e veramente felici saranno quelli che, disprezzate le fugaci delizie mondane, seguiranno le sue vestigia e la sua testimonianza. Possiamo veramente credere che Dio, che con l’occhio della sua divina ed eterna provvidenza, vede e governa ogni creatura in questa nostra felice età, lo abbia di tanto arricchito, affinché per di lui mezzo gli uomini oggi tanto deviati dalla santità del Cristianesimo, e tanto incrudeliti ed alienati da ogni comportamento di mansuetudine e di pietà siano richiamati al giusto, onesto, pietoso, cattolico e cristiano rito; e questo già si vede per un manifesto esempio di alcune pubbliche prostitute, le quali, abbandonata la loro infame vita, si sono convertite ad una salutare penitenza; e molti altri ancora d’ambi i sessi, nutriti nelle delizie e nei piaceri carnali, con prove, cure e tratti misericordiosi, con esortazioni, li piega già ad essere generosi e caritatevoli ed a lasciare il disonesto e vizioso conversare.

Affinché tale inizio possa crescere e fruttificare, il prelodato Girolamo, desideroso della salvezza universale dei suoi compagni, e che i suoi figli spirituali e discepoli possano perseverare ed aumentare di numero, e soprattutto per avere i mezzi con i quali potere sostenere le sopradette persone miserabili, orfani e vedove, supplica in “visceribus caritatis” ogni fedele cristiano a volersi muovere a pietà e compassione di tanti poveri infermi, sotto la sua cura aumentati in gran numero, ed altri da poter raggiungere, e, con generose elemosine poterli misericordiosamente sovvenire.

(…)

E quasi a modo di un istituto religioso, tutti quelli che saranno deputati a tale impresa e carità si riuniranno tutti insieme per consultarsi, almeno una volta la settimana, sulle misure necessarie al mantenimento di questi protetti, orfani, vedove ed altre persone miserabili che sono sotto la guida ed educazione del prenominato Girolamo, il quale non vuole altra cura principale di queste disgraziate persone, se non di procurare con le proprie mani la loro sanità corporale servendole, se saranno inferme, ed educarle e farle tornare nel timore di Dio e ad un giusto, onesto, religioso vivere e conversare; e lascia ogni altra impresa e di procurare le elemosine a delle persone deputati, ed in tal modo accrescerà tale compagnia in maniera di una religione devota, onde Dio ne sarà lodato e la nostra città e la nostra patria ne resteranno edificate e gli elargitori delle elemosine ne avranno merito e premio per la vita eterna; al cui acquisto, oltre quello che abbiamo detto di sopra, il Vescovo concede a chiunque farà elemosina ai questi poveri, per ogni elemosina, e per qualunque operazione, consiglio o favore a loro esibito, per ogni volta 40 giorni d’indulgenza.

Sono anche nominate alcune nobili signore di sincera fama, oneste, prudenti e bene morigerate, le quali debbono avere la cura di quelle che hanno lasciato la vita di prostituzione e che si sono ridotte a vera penitenza e devono ammaestrare nel giusto, onesto e costumato vivere; e riceveranno anche la cura e regime di vivere di tutte le altre inferme, orfani e miserabili fanciulle che sono entrate in tale Congregazione. E affinché tale beneficio sia a comune utilità, non solamente agli abitanti in città, ma a tutta la patria nostra, è ordinato che in tutte le terre della nostra Diocesi siano istituite alcune devote persone, che abbiano a procurare le elemosine per curare tali miserabili indigenti; ed a quelle è richiesto che siano sollecite nel verificare se nelle loro terre o ville o castelli, vi siano tali persone indigenti: infermi, vecchi, orfani, vedove ed altri che non avessero i mezzi per vivere. E che di questi se ne dia notizia alla Congregazione la quale dovrà riceverli, nutrirli e governarli assieme con gli altri poveri. Si ordina anche che non si ne faccia alcun cumulo delle elemosine, per volere comprare redditi, né altra cosa stabile, ma che di giorno in giorno siano distribuite a sovvenzione dei poveri in modo tale che abbiano sempre a vivere in povertà e che nel giorno presente non sappiano qual debba essere il nutrimento del seguente, in modo che sia adempia il detto del Nostro Salvatore Gesù Cristo quando parlando ai suoi Discepoli disse: «Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: il Padre vostro sa che ne avete bisogno».

In Dio dunque si deve porre ogni nostra speranza e fiducia, perché egli nutre anche gli uccelli del cielo. Pertanto, ognuno che desidera giungere a quella celeste Patria, dove si possiede ogni bene e si sazia e quieta ogni ragionevole appetito, con ogni sforzo e vigilante applicazione deve avvicinarsi e disporsi a tali opere di misericordia; e può stare sicuro e non dubiti che sopra di sé discenderanno abbondanti ed esuberanti doni di grazie celesti, mediante i quali giungerà al desiderato porto di salvezza.

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