L'anello di congiunzione dei laici nella famiglia somasca

Il 21.02.2012, dopo una lunga malattia, a Somasca partiva per il paradiso il nostro caro Fratel Giuseppe Ronchetti (66 anni).

“Chi ha conosciuto da vicino Fr. Giuseppe può dire di aver sentito la carezza e la tenerezza di san Girolamo. Ora è più vicino a colui che ha seguito, imitato e servito per tutta la vita”, ecco come lo ha ricordato il P. Generale dei Padri Somaschi.

“La vita è l’infanzia della nostra immortalità” (J. W. von Goethe) … Ecco una pagina in cui Fratel Giuseppe parla di sè.

La mia infanzia

(anni ’50 – ’60)

Inizio questo brano con il racconto di come era vissuto il giorno di festa e di riposo a Garlate, il mio paese natale, durante la mia infanzia.

La domenica percorrevamo due volte la strada vecchia (non asfaltata): la mattina per recarsi alla messa “alta” ed al pomeriggio per andare ai vespri ed all’oratorio.

La messa era celebrata in latino.

A quei tempi, la domenica era la Domenica e nessuno andava via per gite o viaggi, ma tutto il paese, anche quelli che abitavano nelle frazioni più lontane, si incontravano per fare parole rinnovando così l’amicizia.

Questo giorno iniziava con la santa messa delle 6, senza predica, finiva velocemente – pensata per le madri di famiglia – perché potessero preparare qualcosa di buono per il pranzo. Ora non viene più celebrata.

Più tardi c’era la messa solenne: i primi ad entrare in chiesa erano i bambini e le bambine (erano più i maschi delle femmine), poi le figlie di Maria con un gran velo bianco, lungo, in testa e sulle spalle, poi gli altri fedeli.

Era però abitudine per gli uomini rimanere sul sagrato per raccontarsi i fatti della settimana. Quando suonava il Santus entravano: era il momento più solenne, quello della consacrazione.

I fedeli non comprendevano niente della messa perché era in latino; la gente semplice di campagna, non capiva quello che cantava, tanto meno quello che diceva il parroco sottovoce, sempre in latino. Lui leggeva il Vangelo in latino, poi si voltava, andava alla balaustra dove lo ripeteva in italiano.

Per i fedeli era l’unico testo comprensibile. Seguiva poi la predica, in cui trovava spazio ogni genere di ammonizioni e di esortazioni attinenti più alle situazioni locali che non al brano del vangelo appena letto.

Sempre durante la messa le vecchiette recitavano il rosario e smettevano solo al momento della consacrazione quando il campanello suonava, svegliando e richiamando tutti.

Mentre il parroco alzava prima l’ostia e poi il calice ci si genufletteva ed il silenzio era totale ed assoluto: chi chinava la testa, chi si metteva in ginocchio, tutti però assistevano alla messa con grande fede.

Il sacrestano se ne stava in campanile, alla luce di una flebile lampadina, facendo rintoccare le campane affinché le persone anziane ed ammalate – a casa – si unissero alla comunità nella preghiera.

Prima della comunione del parroco i fedeli intonavano canti pii e devoti.

La domenica non finiva qui: nel pomeriggio si faceva un’altra passeggiata per le strade vecchie, poi si andava all’oratorio ed ai vespri solenni: un grande profumo di incenso saliva al Santissimo Sacramento; anche in quest’occasione, solenni inni e canti in latino.

L’oratorio era diviso per maschi e femmine: le femmine stavano alla scuola materna, mentre i maschi all’oratorio vero e proprio.

Il 2 Novembre trascorrevamo quasi tutta la mattina al cimitero perché ogni sacerdote doveva celebrare tre messe e si faceva a gara a correre da una cappella all’altra (al suono del campanello).

Una volta al mese c’era il ricordo dei cari defunti con la processione al cimitero.

C’è poi da dire che nei giorni feriali le messe erano quasi tutte “da morto”, cioè coi paramenti neri. Inoltre c’era la messa di “prima classe”: in chiesa veniva montato un catafalco altissimo e sovente venivano i padri di Somasca per aiutare il parroco (c’era la cosiddetta messa e ufficio in terzo, con tre sacerdoti).

Tutto era più solenne, canti curati e con la partecipazione delle confraternite cui il defunto aveva lasciato offerte.

Ci piaceva andare ai funerali quando eravamo liberi dalla scuola, per sentire il bel canto delle litanie dei Santi (che erano abbastanza lunghette).

La bara veniva portata a spalla dai parenti ed amici del defunto. Quattro persone reggevano il fiocco del drappo nero in segno di affetto e riconoscenza. Noi bambini arrivavamo per primi al camposanto e poi alla tomba per dare l’ultimo saluto al defunto, buttando sopra la bara manciate di terra ed anche per sentire la preghiera in latino, forse era il Salmo 129: “Dal profondo a Te grido, o Signore. Signore ascolta la mia preghiera”.

Ricordo come fosse oggi, quando è morta una bambina: io coi miei fratelli siamo saliti fino alla frazione Buffa ed abbiamo visto la creaturina posta sopra il comò. Era bella come Maria Bambina.

E che dire del funerale del Parroco don Luigi? Il buon don Egidio, prima che il parroco morisse, ci ha accompagnati (tutti i ragazzi dell’oratorio) a salutarlo per l’ultima volta. Che tristezza e che povertà il locale in cui si trovava: solo il letto ed una stufa!

In compenso i suoi funerali sono stati un trionfo: tutto il paese era presente, persino i due o tre comunisti!

Il giorno successivo la maestra ci ha detto di svolgere una tema sul funerale del Parroco. Il più interessante e completo l’ha svolto Aldo, tanto che la maestra l’ha fatto mettere in archivio. Chissà se ci sarà ancora?

Quando non potevamo andare ai funerali, al passaggio del feretro – con il permesso della maestra Mauri – andavamo alla finestra, non solo a curiosare, ma a recitare l’Eterno Riposo.

Che dire di quelle messe antiche? Erano senz’altro consone al tempo, tempo davvero della cristianità e confesso che a me non han fatto male, anzi mi han fornito una robusta spiritualità cristiana.

A quei tempi, nei nostri paesi di campagna, la vita era scandita dalla partecipazione alla comunità cristiana: tutti andavano in chiesa e si dicevano convinti di credere in Dio, salvo due o tre garlatesi che si dicevano “comunisti” (ma che la buona gente preferiva chiamare “strani”).

La figura centrale era il parroco, al quale si ricorreva nei momenti di difficoltà o per questioni familiari. Anche i pochi che gli erano avversi lo rispettavano, pur tenendosi a distanza.

Era temuto e rispettato perché dedicava tutta la vita e spendeva le sue forze per le anime a lui affidate. Quindi il pastore aveva cura del suo gregge, curava le pecore sane e quelle ammalate.

Quando c’era qualche festa in famiglia, alcuni ballavano e quando il parroco lo veniva a sapere, la domenica successiva tuonava dal pulpito con voce a volte minacciosa, a volte implorante.

Non mancava mai di fustigare i nuovi comportamenti che iniziavano a prendere piede dopo la guerra accusando di portare distrazione nelle famiglie e nella morale cristiana.

Tuonava anche contro alcuni parrocchiani che lavoravano la domenica.

Durante la primavera c’era la benedizione della campagna e qualche contadino approfittava per benedire anche la stalla, perché tutto andasse bene durante l’anno.

E che dire del mese di Maggio? Dopo la scuola, di pomeriggio, ci si recava nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano, detta la Madonnina, e tutti noi bambini recitavamo il rosario. Anche qui il profumo dell’incenso saliva alla Vergine Maria. Dopo la funzione si andava nei campi a raccogliere le campanelle (fiori bianchi).

Ricordo che una volta ci sono stati i Padri Passionisti per le missioni (prediche al popolo). Venivano – se ricordo bene – da Erba. Erano preparatissimi, descrivevano le loro penitenze del venerdì. Le donne accorrevano e portavano in canonica qualche pollo e uova per il loro sostentamento.

Abitavo lontano dal paese: Calcherino, l’ultima frazione di Garlate, ma il buon parroco, anziano, veniva a piedi per la benedizione natalizia e si fermava in casa per parlare con la mia nonna (non ricordo cosa si dicessero), poi prendevano un po’ di caffè (e chissà che caffè, forse acqua scura …).

Tutta la mia formazione cristiana era trasmessa dai sacerdoti: il parroco ed il coadiutore e le suore. Ricordo anche con tanta gioia il maestro unico alle elementari: la signorina Mauri di Olginate!

Da piccolo ho compiuto solo due gite: una a Valgreghentino ed una a San Girolamo.

A Valgreghentino siamo andati in corriera con una vicina di casa (una corriera col muso lungo che per avviarla aveva una manovella che dava il via al motore).

Durante il viaggio, ad un certo punto – a metà strada – la vicina mi indicò una casa, dicendomi che era la casa del diavolo, perché lì si ballava. Mi è rimasta impressa questa casa fino ad oggi. Allora ho pensato dentro di me che aveva proprio ragione il mio parroco a tuonare dal pulpito.

A San Girolamo ci siamo andati anche lì con la corriera, dalle Torrette fino ad Olginate, poi a piedi. Arrivati sul ponte mi sono aggrappato a mia nonna ed alla zia perché la diga formava delle onde strane ed avevo paura … Di questa gita ricordo solo la scala santa, l’altalena, nel prato dietro al castello, nel pomeriggio la visita alla chiesa, dove vi sono tuttora le spoglie del Santo. Ricordo il prete (San Girolamo) che dormiva sul sasso e mia nonna e la zia che mi facevano pregare.

Comprammo anche delle medagliette ricordo.

Fra i ricordi che custodisco nel cuore riguardo a mia nonna ce n’è uno, una preghiera breve che lei recitava in dialetto prima di andare a dormire: “ Mi a letto me ne vu, a levare mi non su. Se vien la morte mia, mi racomando l’anima mia!”.

Altri tempi! Si avvertiva già l’aria di cambiamento, grazie al Concilio Vaticano II.

Così si viveva in quei tempi, si cercava di essere buoni cristiani, si scherzava, riconoscendo tuttavia il dono prezioso della figura del parroco, don Luigi Perego (che da piccolo era stato a Valdocco  (Torino) – presente Don Bosco – ed ebbe la fortuna di vedere un suo piccolo miracolo: la moltiplicazione delle nocciole), che faceva sì che ci fosse in paese una convivenza serena.

Questa era la mia/nostra vita: buona e semplice.

Somasca 10 marzo 2011

                                                                                    Fratel Giuseppe Ronchetti

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