L'anello di congiunzione dei laici nella famiglia somasca

EDUCARE IL CUORE dell’UOMO
500 anni da un evento di liberazione ed educazione

[Intervento del Preposito generale oggi, 21 agosto 2012, ore 15, al Meeting di Rimini]


Introduzione

 Il cuore non è in vendita

 Mi ha sempre colpito quest’affermazione di Gustave Flaubert: “un cuore è una ricchezza che non si vende e non si compra”. Ricchezza originale quella del cuore se non va sotto le regole assolute ed incontestabili del mercato! Proviamo allora a capire perché non si vende e non si compra.
Il cuore è una ricchezza particolare perché la si può ottenere in origine solamente nella forma del dono, e la sia aumenta attraverso la dinamica (cfr. l’etimo greco dunamis) del regalo. Si tratta dell’unico caso in cui ciò che si regala non si perde, da parte di chi dona, ma si moltiplica, tanto per chi dà come per chi riceve. Ecco allora la prima singolarità della ricchezza del cuore: proviene da un dono e vuol essere moltiplicata donando.
Il cuore è poi ricchezza singolare perché non si compra, essa passa, potremmo dire, “sul mercato della società e della cultura” solo ed unicamente attraverso la scommessa dell’educazione. Educare è esattamente il contrario di vendere-comprare, è un tirare fuori (cfr. l’etimo latino e-ducere), è estrarre da una situazione complessa e complicata (irrisolvibile da soli) per essere messi sulla strada della libertà. Una libertà non vuota ed asettica, come la vorrebbe la dittatura del relativismo, ma una libertà piena di senso e per questo capace di futuro.
Tutto questo è quanto capitato a san Girolamo Emiliani 501 anni fa, e che spiega ancor oggi la possibilità di educare il cuore. E’ quanto cercherò di far intuire con questo mio intervento, ma che ha nella mostra a lui dedicata in questo Meeting 2012 (dal titolo: Hai spezzato le mie catene e mi hai preso per mano)  un’interpretazione efficace e coinvolgente per chi la vorrà visitare.
Infine educare il cuore è in perfetta sintonia col tema del Meeting 2012 “La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito”: cosa meglio del cuore esprime è contiene l’infinito? Pascal afferma che solo il cuore dell’uomo è uno spazio spirituale e per questo più grande dell’universo intero, ed Agostino con una meravigliosa sintesi definisce l’uomo come capax Dei. Così il cuore dell’uomo per realizzare le potenzialità spirituali in grado di assumere l’universo o trovare il senso della propria “capacità di Dio”, altra strada da intraprendere non ha se non quella dell’educazione.

 … eppure lo abbiamo venduto o cercato di comprare!

Leggo un’analisi della situazione, per alcuni forse un po’ datata, ma estremamente contemporanea e post-moderna:
“quando un popolo divorato dalla sete di libertà si trova ad avere coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade che i governanti pronti ad esaudire le richieste dei sempre più esigenti sudditi vengano chiamati despoti. Accade che chi si dimostra disciplinato venga dipinto come un uomo senza carattere o come un servo. Accade che il padre impaurito finisca col trattare i figli come suoi pari e non è più rispettato; che il maestro non osi rimproverare gli scolari e che questi si facciano beffe di lui; che i giovani pretendano gli stessi diritti dei vecchi e per non sembrare troppo severi i vecchi li accontentino. In tale clima di libertà, ed in nome della medesima, non v’è più rispetto e riguardo per nessuno. E in mezzo a tanta licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia” (Platone, Repubblica X).
Ora mi rapporto con altre analisi più vicine a nostri giorni:
“anch’io, come chiunque altro, ho in me fin dalla nascita, un centro di gravità, che neanche la più pazza educazione è riuscita a spostare. Ce l’ho ancora questo centro di gravità, ma in un certo qual modo, non c’è più il centro relativo” (Franz Kafka 1883-1924). Commenta il Card. Angelo Comastri: “cioè, sono condannato a cercare ciò che penso non ci sia, perché sono convinto che il tempo sia vuoto! Situazione tragica dell’uomo contemporaneo!”: si tratta dell’unica educazione possibile in una cultura relativista e da pensiero debole = cercare senza poter mai trovare, (opposto della proposta di S. Agostino), gravitare nel vuoto, perché non esiste alcuna relazione ferma.
“oggi si riceve una educazione comune, obbligatoria e sbagliata, che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno le spranghe…tutti sono pronti al gioco al massacro. Pur di avere! L’educazione avuta è stata: avere, possedere, distruggere” (Pierpaolo Pasolini, ultima intervista, apparsa postuma su Tuttolibri novembre 1975) e concludeva: “io scendo all’inferno. Ma state attenti: l’inferno sta salendo da voi”.  Parole di una profezia laica conclusa come tutti sappiamo pochi giorni dopo tale intervista.
Durante tutte queste analisi non sono mancate voci critiche, alla ricerca delle cause di tale situazione e di indicazioni di possibili terapie per  sanarla. Riporto in sintesi alcune di queste voce, tutte laiche o perlomeno non giudicabili come cattoliche.
• “Nessuna epoca ha saputo meno della nostra che cosa sia l’uomo” (M. Heidegger);
• “Esorto il mondo a osare di guardare in faccia la realtà. L’uomo è divenuto un superuomo riguardo al potere. Ma – ecco il fatto pericolosissimo e nefasto – più cresce il potere dell’uomo e più l’uomo diventa un pover’uomo. Le nostre coscienze non possono non essere scosse da questa considerazione: più cresciamo e diventiamo superuomini, più siamo disumani” (A. Schweitzer alla consegna del Nobel per la pace nel 1952);
• “oggi il massimo potere si unisce al massimo vuoto; e il massimo di capacità va insieme al minimo sapere intorno agli scopi ultimi della vita” (Hans Jonas 1903-1993).

Le tre voci che ho appena riportato vanno verso il tentativo di individuare una cultura capace di proporre alla società di:
• tornare al centralismo dell’antropologia (= sapere cos’è l’uomo prima di sapere di cosa l’uomo è capace o può fare); Heidegger
• rifarsi a un sano realismo, che trova nella coscienza il luogo del giudizio e della misura sulle possibilità d’azione; Schweitzer
• ritornare ad un sapere forte sulle finalità dell’uomo; Jonas.

In tutto questo muoversi ed interrogarsi vanno posti i numerosi tentativi sempre conclusi in un nulla di fatto delle riforme scolastiche proposte negli ultimi decenni in Italia. Sono a tutti noti i supporti didattici di una riforma basata sulle tre C (conoscenze, competenze, capacità), o quella più mercantilmente appetibile delle tre I (inglese, internet, impresa). Ci si è dimenticati, che se si vuole veramente riformare (e riforma è una parola che viene da lontano, ed ha nell’inizio del secolo XVI – quello di Girolamo Emiliani – un passaggio critico fondamentale) bisogna basarsi su una C ed una E (non si tratta di Comunità Europea), ossia sulla ricchezza del cuore e sulla dinamica dell’educazione.
1. CUORE ed EDUCAZIONE: l’esperienza di Girolamo Emiliani

Vengo dunque al tema assegnatomi, educare il cuore, leggendolo non attraverso un’analisi psicologica o una prospettiva di tecnica didattica (cose queste possibili, ed anche serie), ma attraverso una concreta esperienza di vita. Si tratta della vita di un uomo d’inizio ‘500 che all’età di 25 anni si ritrovò improvvisamente in carcere e, 26 anni dopo quella sconfitta, è descritto da un suo amico come pronto per il Paradiso ed in grado di consegnare ai suoi compagni un’eredità che a distanza di 5 secoli non si è ancora esaurita. Questo giovane era il patrizio veneto Girolamo Miani Capitano della Serenissima Repubblica, al momento della sconfitta, e Soldato di Cristo al momento della vittoria.
Nel rileggere l’esperienza di vita del mio Fondatore, verificandola con la storia della Compagnia da lui iniziata (oggi l’Ordine dei Chierici Regolari Somaschi), ed anche con la mia personale esperienza di educatore ed insegnante (sono in Congregazione da 35 anni e di questi 20 passati tra banchi di scuola), penso di poterla schematizzare in quattro passaggi.

• La precedenza del passivo
Girolamo conosce se stesso qual è veramente, con tutte le sue sofferenze e debolezze, e quale potrebbe essere, non da una ricerca psicologica su se stesso, o da una programmazione esistenziale (= preparazione di una carriera), ma a partire da un evento; e per di più da un evento di sconfitta. Quanto celebriamo quest’anno è proprio questo: riconoscere che una sconfitta, invece di diventare frustrazione e morte, si è trasformata in nuova occasione (un suo amico la definisce occasione della Provvidenza) e strumento di vita e risurrezione per se e per altri. L’esperienza del mese di carcere è stata per lui come il tempo della gestazione, l’utero in cui ha avvertito una presenza che lo preparava alla vita. Lì ha imparato su se stesso che non c’è luogo e persona senza Dio, ma che Dio gli è al fianco e lo solleva: quello che conta non è trovare Dio, ma lasciarsi trovare da Lui … ed a volte Dio ci permette di scendere fino all’inferno perché poi possa prenderci per mano. Da quell’inferno ne esce “miracolosamente” libero, ma non basta, c’è una strada da percorrere. Anche questa non può essere condotta in solitario. Non basta conoscere la meta, c’è bisogno di qualcuno che mi indichi i passi, mi sostenga nelle difficoltà, mi rincuori nella fatica, se no la libertà appena acquisita rischia di trasformarsi in nuovo carcere, esternamente più ampio, ma infinitamente più insensato. Girolamo ha fatto questa esperienza in quel mese (27 agosto – 27 settembre 1511) e soprattutto in quella notte (tra il 27 e 28 settembre 1511): una esperienza che lo ha educato, e che prima di aprirgli le porte del carcere fisico, gli ha aperto e continuato a tenergli aperte le porte del suo cuore.
Senza questa esperienza che definisco precedenza del passivo, non sarebbe successo nulla nella sua vita di quanto lo portò ad essere organizzatore di opere di carità educativa e Fondatore, non sarebbe successa una storia che continua a richiamarsi a lui da 5 secoli ed ora estesa in 5 continenti, io non mi troverei qui a parlare con voi, come non mi sarei trovato ad incontrare centinaia di giovani nei luoghi più diversi di questa terra. La precedenza del passivo mi assicura che posso educare, perché sono stato prima educato, posso amare (e ci riesco ad amare) perché sono stato prima amato (1Gv 4,10).

• Il presente d’incarnazione
C’è un’espressione che ritorna con forza negli scritti di Girolamo, e che viene ben osservata e quasi stenografata dal suo amico (Anonimo): quest’espressione è resa con la formuletta “stare con”. Si tratta di stare con Cristo, ma questo stare con Cristo ha un’esigenza, quella di stare con i fratelli, e tra questi con i più piccoli, perché sono loro (i più piccoli) che meglio rappresentano Cristo. Questo stare con è l’esperienza del discepolo nei confronti del Maestro (Mc 3, 14: li costituì perché stessero con Lui), che si trasforma immediatamente in funzione educativa (Mc 3, 15: per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni). Come si comporta Cristo con i discepoli, così deve essere per i discepoli con la gente a cui sono mandati. Di questo Girolamo ne era non solo convinto, ma ne diventa testimone vivente ed attraente. Due affermazioni della prima biografia, scritta da un amico rimasto volutamente Anonimo, attestano questo stare con. La prima riguarda proprio l’esperienza d’amicizia: nell’indicargli ad uno ad uno i suoi ragazzi e l’insieme della casa-scuola-bottega da lui avviata l’amico ricorda che “mi invitava in lacrime a fare vita in comune con lui”. La seconda è la testimonianza eroica del non abbandonare mai i suoi piccoli, neppure nella malattia, ma di affermare “con questi miei fratelli più piccoli io voglio vivere e morire”, e questo lo può dire per aver fatto prima l’esperienza che il Signore non abbandona mai.
Chiamo quest’atteggiamento di Girolamo con un’espressione resa famosa ultimamente da Daniel Pennac nel suo libro Diario di Scuola e specificata come presente d’incarnazione. Non credo che Pennac intendesse la valenza cristologica di tale formula, ma Girolamo Emiliani non ne ha avuto mai dubbi che fosse proprio così. Nello stare con i piccoli sta con Cristo, e come Cristo diventa strumento di salvezza: educare è salvare alla vita piena. L’educatore che salva è colui che sta qui ora con me, che non mi abbandona, che ricomincia ad ogni passo, che prima di giudicarmi mi ama e se mi giudica è perché mi ama! Un’esperienza così è possibile solo come previa educazione del cuore.

• I verbi ausiliari dell’educazione del cuore
Girolamo ha vissuto da educatore in una situazione socio-culturale fragile e di confine, non molto differente da quella di oggi. Il suo stile, acquisito dall’esperienza di essere stato trovato ed accompagnato da Dio, si è presentato come un continuo prendersi cura dei suoi fratelli più piccoli costruendo una relazione educativa ben supportata da particolari attenzioni. Raccoglierei oggi tali attenzioni in uno schema verbale che chiamerei i verbi ausiliari dell’educazione. Ne faccio un breve e veloce elenco, che non intende essere esauriente, ma che ogni educatore può provare a continuare scavando nella sua esperienza e nelle relazioni che ha intessuto nella vita (indico solo verbi che iniziano con la lettera A lasciando ad ognuno di seguire in ordine alfabetico: B, C, ecc.).
Ascoltare: attitudine a lasciar parlare l’altro, a creare le condizioni perché l’altro possa parlare; ascoltare è far parlare, è dare parola e dare la parola (cfr. ob-audire: dare, prestare ascolto, contro la logica dell’audience che è fare ascolto). Educo se faccio parlare i giovani: non sapendo più ascoltare hanno perso anche la capacità di parlare.
Accogliere: è fare spazio dentro di sé all’altro … è tenere e mantenere uno spazio dentro di sé per l’altro … è dare tempo all’altro. Accogliere fa sentire all’altro, che riconosco come mio fratello più piccolo, tutto il suo valore e la sua unicità prima della sua possibile utilità.
Attendere: non avere fretta, non correre e non rincorrere … rispettare i tempi dell’altro, avere pazienza (cfr. è questa la virtù più citata e ricorrente nelle lettere e preghiere di Girolamo Emiliani), non confondere i mezzi (p. es. il programma scolastico o le condizioni esterne) con i fini che sono le singole persone, con i loro nomi ed i loro talenti.
Accorgersi: l’antica affermazione, risalente a san Giovanni Bosco, che l’educazione è cosa del cuore indica un movimento ben preciso: dirigersi verso il cuore (l’etimo di accorgersi è proprio ire ad cor). Si tratta di saper stare vicino al cuore: intuire lo sguardo smarrito, spaventato, silenzioso dell’altro, … leggere nel silenzio come nell’aggressività della voce, distinguere l’esterno aggressivo dall’interno che domanda aiuto e comprensione.
Accompagnare: l’educatore è chi fa la strada insieme con l’altro; è colui che per primo dà la mano; è colui che aiuta ad interrogarsi sul perché; è colui che orienta (non impone una strada all’altro, ma gli indica dove porta e per dove passa = l’etimo di met-odo).
A questi verbi ausiliari se ne possono associare altri: ammonire (= aiutare a pensare, a custodire, a fare memoria), annunciare (ovviamente le “buone notizie”, celebrando la “strategia del positivo” non la vittoria della cronaca o la forza del negativo), ammirare, aggregare, animare.
Di tutti questi verbi ausiliari trovo conferma viva nel metodo educativo del mio Fondatore, e se leggo la mia storia personale, quella vera, perché sofferta nella relazione dialogica con ogni giovane incontrato cuore a cuore, non posso che verificarne l’efficacia positiva: l’educazione del cuore passa attraverso il coniugare quotidianamente questi verbi.

• La Compagnia come luogo educativo
Girolamo chiamò quanto stava sorgendo attorno a lui Compagnia dei servi dei poveri. E così veniva colto da quelli che lo avvicinavano: persona capace di mettere insieme molte buone persone sia sacerdoti che laici, di costituire comunità di poveri abbandonati istruiti nella vita cristiana che si guadagnavano da vivere con il loro lavoro. Per Girolamo non poteva essere diverso: educato nella Compagnia del Divino Amore, doveva costituire Compagnie perché i suoi piccoli crescessero educati alla beata vita del santo Vangelo e da buoni cittadini. L’educazione ha bisogno di uno spazio che unisce e riscalda i cuori, senza questo spazio non si educa, perché l’educazione è cosa del cuore ed il cuore non è solitario, ma cresce legandosi con infiniti legami d’amore (Saint-Exupéry, Il piccolo Principe). Questo miracolo di Compagnia continua, e personalmente l’ho sperimentato proprio nella preparazione in compagnia della mostra sul Fondatore: buon sangue non mente. Così mi ha scritto un amico che ha condiviso nel profondo questa esperienza di incontro di carismi:“io mi sono spesso meravigliato di fronte alla ricchezza di vita, di fronte alla tensione umana che ho incontrato nei padri Somaschi, che mi hanno insegnato a guardare a don Giussani come loro guardano San Girolamo. E’ commovente il loro sguardo, segno che la vita diventa più bella quando un carisma la prende” … ma per essere presa da un carisma e diventare più bella, la vita deve essere presa insieme, deve costituire una Compagnia. Dopo tutto non è altro che il mandato di Cristo: da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13. 35). Il cristianesimo è fin dalle origini Compagnia o non è affatto.

2. Le COSTANTI del cuore sono le COSTANTI dell’EDUCAZIONE

All’origine dell’intervento di questo pomeriggio ci sta l’esperienza di un incontro tra due carismi dentro la comune missione educativa nella Chiesa: il carisma di san Girolamo Emiliani e quello di don Luigi Giussani. L’incontro è avvenuto a Corbetta (Mi) a partire dal 1997 ed ha dato vita ad una fondazione canonico-civile per la direzione di un Istituto scolastico paritario. I due carismi sono separati nei loro inizi da più di 4 secoli, ma possono evidenziare, proprio per tale lontananza d’origine nel tempo, le costanti dell’educazione del cuore.  Intendo quindi proporre un breve parallelismo tra i due metodi, non tanto per evidenziarne le differenze, quanto motivare le costanti che la missione educativa richiede e ripropone in ogni generazione.
C’è un aspetto che accomuna le due esperienze ecclesiali e che è facilmente evidenziabile: entrambe nascono in periodi storici che costituiscono cesura tra differenti civiltà e cambio d’epoca, momenti di crisi, ma anche e proprio per questo tempi ricchi di santità. Tralascio l’analisi del periodo storico e procedo unicamente in forma schematica al fine di sottolineare i parallelismi nei due metodi educativi

• Il metodo educativo di san Girolamo Emiliani posto nella cesura tra Medio Evo e Modernità

Girolamo parte da una convinzione cristologica (già precedentemente spiegata, per cui qui viene solamente ripresa) e su tale base pone tre fondamenti all’opera educativa. Eccone lo schema:
a. Stare con se si vuole raggiungere l’intento (cfr 1Let 5), e per Girolamo l’intento corrisponde a costruire  famiglia/chiesa: si tratta di finalità educativa (ne aveva fatto esperienza fin dalla scuola di S. Rocco a Venezia 1528; cfr. rimando alla Mostra presente al Meeting);
b. I tre fondamenti dell’opera: devozione, lavoro, carità (1Let 17). Il termine opera va letto non come istituzione, ma come missione: opera educativa. Per questo i tre fondamenti si costituiscono come gli elementi metodologici della possibilità e “rischio” educativo. I fondamenti sono espressi in un linguaggio biblico-cristiano, forse anche un po’ “devozionistico” proprio dell’epoca. Si devono però all’esperienza che Girolamo aveva fatto di Chiesa ed alla famigliarità che gli era cresciuta con la Sacra Scrittura: in questa precisa esperienza e famigliarità, a dirla con don Giussani, Girolamo trovò la propria ipotesi di senso totale della realtà. Oggi, con un linguaggio un po’ più moderno e psicologico, i tre fondamenti possono essere resi così:
• Devozione: relazione con la realtà come condizione fondamentale di ogni educazione e crescita, realtà come “dono” oggettivamente trovato e non meritato, cercato, pensato; realtà, non virtualità, che sembra oggi l’unica relazione commercializzata ed anche proposta come strumento didattico. E’ ovvio che per il Miani della realtà faccia parte per primo il suo Creatore, e quindi ne consegue il primato della proposta religiosa: preghiera, liturgia, catechesi.
• Lavoro: responsabilità dell’educatore e dell’educando, che porta all’indipendenza ed alla libertà del secondo ed al rendersi “inutile” del primo. Solo chi diventa libero troverà e vivrà la realtà nella sua pienezza e ne sarà responsabili (l’ecologia della coscienza precede quella dell’ambiente). Lavoro per l’educatore è accompagnare ad esperienze di vita adulta (= donare e sapersi donare, fedeltà e perseveranza nelle scelte e nelle relazioni), è far incontrare con la sofferenza (anche con la morte) aprendo a gesti di dedizione (“un volto che si leva dopo aver lenito una sofferenza è raggiante” affermava Antonio Anile, ministro della Sanità di Giovanni Giolitti). Lavoro per l’educando è entrare in tale esperienza da protagonista, mettendoci testa, cuore, braccia e gambe (= l’intera personalità)..
• Carità: si tratta del luogo e della regola in cui è nata la vita e si sviluppa, ossia dell’incontro costante con l’Altro e gli altri in atteggiamento di dialogo. Primo compito dell’educatore è dare tempo, tutto il tempo! La frase più bella di san Girolamo è questa: “accogliete anche questi miei fratelli più piccoli con i quali voglio vivere e morire!”. Supplire al “furto del tempo” con regali, vacanze, sorprese comperate, significa mercanteggiare il dialogo e l’affetto con i soldi o la carriera: come non si può servire Dio e mammona (Mt 6,24), non si può educare e servire mammona!

• Il metodo educativo di don Luigi Giussani posto nella cesura (la nostra) tra Moderno e Post-moderno

Della ricchissima proposta educativa di don Giussani non mi ritengo un esperto, ma per le letture che ho fatto e per le amicizie che intrattengo con tanti sui discepoli, mi permetto di fare una brevissima sintesi del testo Il rischio educativo, richiamandomi in particolare alle pagine 108-120.
a. Posizione precisa di una ipotesi di senso totale della realtà (= il valore della tradizione, come condizione di certezza per l’adolescente). Già nel 1966 Paul Ricoerur sosteneva: “la maggior parte degli uomini manca certamente di giustizia, manca indubbiamente di amore, ma ancor più manca di significato. L’insignificanza del lavoro, del piacere, della sessualità: ecco i problemi di oggi”. I giovani di oggi (ma anche gli adulti, di cui i primi portano l’immagine e le problematiche non risolte) sono stracolmi di esperienze sessuali, ma poveri di amore ed incapaci ad amare (cfr. i fallimenti matrimoniali, uno ogni 33 secondi in Europa come quelli della vita religiosa e sacerdotale, quasi nella stessa percentuale dei primi), sono sazi e pieni di benessere, ma insoddisfatti ed infelici (nell’UE ogni anno muoiono suicidi 58 mila cittadini, numero superiore ai morti per incidenti stradali, omicidi ed AIDS. Il suicidio è la prima causa di morte tra i 14-25 anni in Francia ed USA, la seconda in Italia. In Italia sono depressi 1% dei bambini ed il 3% degli adolescenti). Una ragazza trovata suicida in una stazione di Roma aveva con se uno scritto per i genitori che diceva: “riconosco che mi avete voluto bene, ma…non siete stati capaci di farmi del bene. Mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma…non mi avete dato l’indispensabile: non mi avete indicato un ideale per il quale valesse la pena di vivere!”.
b. Presenza di una ben precisa e reale autorità (= luogo dell’ipotesi di senso della realtà capace di evidenziarla con la coerenza di vita da parte dell’educatore). L’educatore è chiamato ad esprimere la coerenza della propria vita con il senso che dà alla realtà, solo in questo modo è  autorità ed autorevole. Senza tale coerenza acquistano autorità per chi sta formandosi alla vita altri libri emblematici del nostro tempo (cfr La nausea di JP Sartre, o La noia di A. Moravia), la logica del Grande fratello, la mistica di Herry Potter, l’estetica di Basic Instinct, ecc. Aveva già denunciato Italo Calvino che “il territorio che il pensiero laico ha sottratto ai teologi, cade in mano ai negromanti e ai maghi” e si espande nella deriva squallida dei sexy shop, dei venditori delle droghe più diverse e lusinghiere, nello sballo di fine settimana, negli esotici villaggi per vacanza degli occidentali, ecc..
c. Sollecitazione dell’educando ad un impegno personale di verifica dell’ipotesi (= l’esperienza come condizione di una reale maturazione di convinzione personale).
d. Accettazione di un crescente ed equilibrato rischio nel confronto autonomo tra l’ipotesi e la realtà della coscienza dell’educando (= condizione per la maturità della sua libertà).

Penso che non si faccia fatica a ritrovare nei due metodi, distanti nel tempo, ma riferenti all’unico importante, il cuore sia dell’educatore che dell’educando (del maestro e del discepolo, come del padre e del figlio) le costanti di sempre, proprio perché la Natura dell’uomo è rapporto con l’Infinito in tutte le epoche ed in tutte le culture. Se c’è una lingua universale, questa è la lingua del cuore: Girolamo e Giussani la conoscevano questa lingua e c’è l’hanno insegnata.

3. A CUORE APERTO

So che il Meeting è uno spazio aperto, che possono visitare e percorrere tutti, anche i politici e gli operatori pubblici e sociali a tutti i livelli. Ne voglio quindi approfittare, anche perché sono il successo di san Girolamo, un laico che ha vissuto e fatto politica e cultura sociale nel suo tempo, politica e cultura sociale cristiana (anticipando in alcuni elementi la dottrina sociale della Chiesa come è andata sviluppandosi dalla Rerum Novarum al Vaticano II), e ne approfitto elevando tre appelli.

• La Costituzione Italiana all’articolo 3 così recita: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.?È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Non solo si è lontani da questo ideale, ma cresce in Italia come in Europa la nuova tratta di schiavi: donne e minori. Una politica seria e cristiana deve partire dagli ultimi se vuole veramente sostenere anche i primi, e non dividere (anche se in modalità post-moderna) nuovamente tra schiavi e liberi. Come grida Sr. Eugenia Bonetti ormai da quasi vent’anni (1993), e come sperimenta la mia Congregazione che appoggiata da un laicato formato ed impegnato nel sociale più nascosto percorre le strade ed i quartieri disagiati (cfr. esperienza di Segnavia in Lombardia), è giunta l’ora di spezzare le catene per ridare dignità e libertà a migliaia di donne e minori in stato di schiavitù (anche se non italiani per cittadinanza): schiavi che vivono e “lavorano” in mezzo a noi, e forse collaborano anche all’aumento del nostro PIL!

• L’educazione come formazione al lavoro è elemento indispensabile per dare futuro e libertà alle nuove generazioni, oggi più che mai in difficoltà e dimenticate: i nuovi ultimi sono i minori emarginati dal sistema scolastico italiano. Intendo ripetere, utilizzando le sue stesse parole, l’appello che il Rettor Maggiore dei Salesiani ha fatto da questo palco al Meeting 2011: “noi Salesiani d’Italia (io aggiungo noi Somaschi d’Italia) chiediamo fermamente al ministro della Pubblica Istruzione e al ministro del Lavoro, al governo di cui fanno parte e alle Regioni, di valorizzare e di mantenere istituzionalmente l’offerta dei percorsi sperimentali triennali di Formazione Professionale Iniziale, ai quali si possono iscrivere ragazzi e ragazze dopo la scuola media attuale”.

• C’è un altro numero della Costituzione che necessita d’essere rivisitato od interpretato con flessibilità e maggior democrazia, se veramente si vogliono offrire a tutti pari opportunità in materia d’educazione, è il n. 33: “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.?La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.?Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.?La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. …”. Credo sia giunto il tempo si superare questa discriminazione che ci vede ultimi ed “unici” in Europa, a meno che si sia d’accordo con quest’altra logica: “un altro regime che non sia il nostro può ritenere utile rinunziare all’educazione delle giovani generazioni. Noi, no. In questo campo siamo intrattabili: Nostro dev’essere l’insegnamento” (B. Mussolini, alla Camera il 13 maggio 1929).

Veramente l’educazione è cosa seria e bella al contempo, anche se a molti non appare urgente e primaria. Condivido con Paulo Freire che “l’educazione non cambia il mondo: cambia invece le persone che vanno a cambiare il mondo”, e col Cardinal Martini che: “educare è difficile, educare è possibile, educare è prendere coscienza della complessità, educare è cosa del cuore, educare è bello”.

Auguri e preghiera a modo di conclusione

Al termine di questo mio intervento mi piace raccogliere una confidenza di Lenin, riportata da un suo amico ungherese ex-prete e giornalista, Viktor Bede. I due si erano conosciuti a Parigi ed avevano continuato ad incontrarsi anche dopo la nascita dell’URSS. Ecco la confidenza: “fra un secolo non ci sarà altra forma di governo. Tuttavia credo che continuerà a sussistere, sotto le macerie delle attuali istituzioni, la gerarchia cattolica, perché in essa si effettua sistematicamente l’educazione di coloro i quali hanno il compito di guidare gli altri….nel prossimo secolo ci sarà solo una forma di governo, quella sovietica, e una religione, quella cattolica” (i testi di Bede uscirono, non firmati, sull’Osservatore Romano il 23 e 24 settembre 1924). La confidenza è risultata per ora valida solo a metà, ed il segreto del compiersi di quella metà, a distanza di un secolo, sta nella “sistematica educazione di coloro che hanno il compito di guidare gli altri”. E non è forse questo il nostro compito come educatori ed insegnanti: guidare gli altri? Allora è anche questo il nostro dovere: una sistematica autoeducazione!
Concludo con due formulette d’augurio che uniscono tra loro i due grandi educatori di cuori che si incontrano qui a Rimini a distanza di 5 secoli nella mostra al Meeting 2012 don Giussani e san Girolamo, ed a tenerli per mano pongo l’esperienza educativa del più grande “devoto” dell’Emiliani, papa Giovanni XXIII, il papa dal cuore buono:
con don Giussani … vi auguro di non stare mai tranquilli!;
con papa Giovanni ripeto:… tutto quello che ho imparato nei miei lunghi anni di studio è stato soltanto un povero commento di quello che mi avete dato negli anni belli vissuti a Sotto il Monte! (da una lettera del card. A. Roncalli ai genitori);
con san Girolamo vi assicuro: … state certi Lui, Cristo, non vi abbandonerà mai! .

 Ed infine una preghiera: Dolcissimo mio Gesù, che mi liberi da ogni catena, dammi di conservare un solo anello, quello che mi lega a Te come fede nuziale, si tratta dell’anello del cuore, e conservami nel cuore il dono d’insegnare! (Es 35,34).

p. Franco Moscone crs

Rimini, 21 agosto 2012

Bibliografia
Fonti della Storia Somasca, Quaderni della Curia Generale, Roma, a partire dal 1994
CC.RR dei Chierici Regolari Somaschi, Roma – Curia generale, 2006
Educare alla vita buona del Vangelo, Piano pastorale CEI per il decennio 2010-2020
Crad. C.M. Martini, Varie lettere pastorali sull’educazione per la diocesi di Milano (anni ’80)
Luigi Giussani, Il Rischio educativo, Rizzoli, Milano 2006
Carlo Mario Mozzanica, Pedagogia della/e fragilità,La Scuola, Brescia 2005
Daniel Pennac, Diario di Scuola, Feltrinelli, Milano 2008
Paola Mastroccola, Togliamo il disturbo, Ugo Guanda, Parma 2011
AA.VV., Una certezza per l’esistenza, BUR saggi, Milano 2011
Sr Eugenia Bonetti con Anna Pozzi, Spezzare le Catene, Rizzoli, Milano 2012

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