L'anello di congiunzione dei laici nella famiglia somasca

“Oltre le opere… uno stile di vita”

6° Convegno MLS 2013

Albano Laziale – RM

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Venerdì 26 luglio

Dal Vangelo secondo Luca 

(Lc 15, 1-2; 11-24)

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.

I farisei e gli scrivi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”.

Allora Gesù disse loro questa parabola:

Un uomo aveva due figli.

Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze.

Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.

Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.

Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.

Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.

Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati».

Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.

Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio».

Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

E cominciarono a far festa.

 

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“E cominciarono a far festa”.

Signore, tu sei il Dio della festa.

Anche questo 6° Convegno del Movimento Laicale Somasco lo percepiamo una festa. Veniamo da diverse parti, portiamo la nostra vita, portiamo le nostre diverse storie, siamo qui anche a nome dei nostri gruppi e di coloro che non possono essere presenti.

Staremo assieme tre giorni, per fare festa.

Festa è accoglienza, incontro, ritorno, condivisione, ricerca comune, scoperta.

Attraverso la nostra testimonianze di vita, e la testimonianza delle persone che interverranno, vogliamo scoprire che “oltre le opere… c’è uno stile di vita”.

Il dono della vita che ci hai dato, Signore, è per viverla con stile, il tuo stile, che è sempre uno stile di festa.

Ce lo ricorda san Girolamo…, che misteriosamente ci raduna oggi.

Ce lo ricorda Papa Francesco, con il quale, come Chiesa, vogliamo essere in profonda sintonia, proprio in questi giorni, con l’evento della Giornata Mondiale dei Giovani che si celebra in terra brasiliana.

Signore, in questo momento iniziale di silenzio e di preghiera, vogliamo appunto ricordare il messaggio del Papa in occasione dell’insediamento come vescovo di Roma nella Basilica di San Giovanni Laterano (7 aprile).

Così diceva:

“A me fa sempre una grande impressione rileggere la parabola del Padre misericordioso, mi fa impressione perché mi dà sempre una grande speranza. Pensate a quel figlio minore che era nella casa del Padre, era amato; eppure vuole la sua parte di eredità; se ne va via, spende tutto, arriva al livello più basso, più lontano dal Padre; e quando ha toccato il fondo, sente la nostalgia del calore della casa paterna e ritorna.

E il Padre? Aveva dimenticato il figlio? No, mai.

É lì, lo vede da lontano, lo stava aspettando ogni giorno, ogni momento: è sempre stato nel suo cuore come figlio, anche se lo aveva lasciato, anche se aveva sperperato tutto il patrimonio, cioè la sua libertà; il Padre con pazienza e amore, con speranza e misericordia non aveva smesso un attimo di pensare a lui, e appena lo vede ancora lontano gli corre incontro e lo abbraccia con tenerezza, la tenerezza di Dio, senza una parola di rimprovero: è tornato!

E quella è la gioia del padre. In quell’abbraccio al figlio c’è tutta questa gioia: è tornato!

Dio sempre ci aspetta, non si stanca. Gesù ci mostra questa pazienza misericordiosa di Dio perché ritroviamo fiducia, speranza, sempre!”.

E ancora:

“Com’è bella questa realtà della fede per la nostra vita: la misericordia di Dio!

Un amore così grande, così profondo quello di Dio verso di noi, un amore che non viene meno, sempre afferra la nostra mano e ci sorregge, ci rialza, ci guida.

 

Questo è lo stile di Dio: non è impaziente come noi, che spesso vogliamo tutto e subito, anche con le persone.

Dio è paziente con noi perché ci ama, e chi ama comprende, spera, dà fiducia, non abbandona, non taglia i ponti, sa perdonare.

Ricordiamolo nella nostra vita di cristiani: Dio ci aspetta sempre, anche quando ci siamo allontanati.

Lui non è mai lontano, e se torniamo a Lui, è pronto ad abbracciarci.

 

Quante proposte mondane sentiamo attorno a noi, ma lasciamoci afferrare dalla proposta di Dio, la sua è una carezza di amore.

Per Dio non siamo numeri, siamo importanti, anzi siamo quanto di più importante Egli abbia; anche se peccatori, siamo ciò che gli sta più a cuore.

 

Cari fratelli e sorelle, lasciamoci avvolgere dalla misericordia di Dio; confidiamo nella sua pazienza che sempre ci dà tempo; abbiamo il coraggio di tornare nella sua casa, di dimorare nelle ferite del suo amore, lasciamoci amare da Lui.

Sentiremo la sua tenerezza, tanto bella, sentiremo il suo abbraccio e saremo anche noi più capaci di misericordia, di pazienza, di perdono, di amore”.

Signore, tu sei il Dio della festa.

In Tuo nome, e chiedendo il dono del tuo Spirito, apriamo ufficialmente il 6° Convegno del Movimento Laicale Somasco.

 

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Sabato 27 luglio

Dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi

(1 Cor 13, 1-13)

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sono nulla.

E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi l’amore, niente mi giova.

L’amore è paziente, è benigno l’amore; non è invidioso l’amore, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode della ingiustizia, ma si compiace della verità.

Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

L’amore non avrà mai fine.

Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.

La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia.

Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.

Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato.

Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia.

Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e l’amore; ma di tutte più grande è l’amore.

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“Queste, le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e l’amore; ma di tutte più grande è l’amore”.

Saper amare come Te, Signore, è la nostra vocazione cristiana.

E’ il nostro primo compito e impegno.

Ce l’hai ricordato tante volte: “Vi do un comandamento nuovo: amatevi come Io vi ho amati”.

Possiamo affermare che l’unico e fondamentale problema della nostra vita è questo: imparare ad amare, vivere l’amore.

Alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’amore. Nient’altro.

Tu, Signore, vuoi che ci amiamo.

Tu ci hai amati fino a dare la tua vita per noi.

Il tuo è stato un amore serio, reale, concreto. Sei morto per amore.

Però, quante illusioni ci facciamo nel terreno dell’amore!

Tu conosci la nostra tendenza a cercare noi stessi, in modo egoista e incosciente.

Possiamo correre il rischio di vivere tutta una vita dove il nostro amore si trasforma in egocentrismo raffinato, e dove l’amor proprio diventa la nostra bandiera e la nostra preoccupazione di fondo.

“Oltre le opere… uno stile di vita”.

Crediamo profondamente che “amare come Te”, sia questo, lo “stile di vita”.

Signore, il tuo il tuo Vangelo e il tuo stile, ci invitano questa mattina a superare due rischi nell’amore.

Il primo: è quello di amare l’altro secondo i nostri interessi, secondo i nostri gusti, secondo il nostro modo di vedere, secondo i tempi e i momenti che vogliamo noi.

A volte, scegliamo noi chi amare.

Tu invece, ci inviti ad amare sempre, sempre.

Il vero amore non ha orari. Non fa distinzioni.

In tema di amore, sei esigente, Signore.

Secondo la parabola che tu ci hai raccontato, quella del Samaritano, la nostra vita si snoda costantemente da Gerusalemme a Gerico.

E lì, lungo il cammino…, sempre, e al momento meno opportuno, possiamo incontrare l’altro, un ferito nella sua dignità, una persona che grida il suo dolore (magari in silenzio), un fratello e una sorella che aspettano.

Il primo rischio, Signore, è quello di “idealizzare” il nostro amore verso l’altro.

Vorremmo che l’altro… fosse diverso, differente nel suo modo di presentarsi…

Per lo meno che fosse un poco attento, consapevole, sensibile, aperto e disponibile al nostro amore.

E invece l’altro, il ferito della parabola, a volte (molte volte):

–       è aggressivo e maleducato

–       mi inganna, approfitta della mia bontà

–       è esigente, vuole tutto… immediatamente

–       è impaziente, si irrita

–       si presenta malvestito, sporco, con le pulci

–       è irritante, mi insulta

–       ruba il mio tempo prezioso

–       rompe i mie piani e progetti

–       arriva nel momento meno opportuno (non ha orari)

–       confronta e questiona le mie certezze e i miei principi

–       mette a prova la mia fede cristiana

–       tocca i miei sentimenti

–       proietta su di me il suo malessere

–       agita i fantasmi del mio “passato”

–       mi ricorda altre situazioni personali che vorrei evitare

–       mi fa sentir male

–       invade la mia privacy

–       corrode la mia poca pazienza

–       prova il mio equilibrio

–       perturba la mia tranquillità

–       mi mangia (mi mangia)

–       è lì, di fronte a me…

–       aspetta una risposta

–       adesso, in questo preciso momento

Il secondo rischio, Signore, è forse ancor più sottile…

E’ l’illusione di volere davvero amare sinceramente l’altro, ma un “altro distante”, lontano da me, che forse vive al di là della strada, nell’altro quartiere, nella città vicina, beh… devo fare anche un po’ di strada per incontrarlo…

E invece, l’altro, chiunque, è vicino, molto vicino, mi è vicinissimo…

Tu, Signore, sei esigente in tema di amore.

E mi spingi stamattina a fare dei nomi concreti. L’altro… può essere, è:

mia moglie, mio marito, mio fratello, mia sorella, mio figlio, mia figlia, il mio vicino di casa, la mia vicina di casa, il mio compagno di lavoro, colui che vive accanto a me tutti i giorni, colui che magari prega con me, mangia con me… del quale vedo appena le sue mancanze esterne che mi creano disagio e, forse, forse perdo l’opportunità di ascoltarlo, senza regalargli un momento del mio tempo…

Beh, tu sai Signore che il mio tempo è prezioso, non posso perdere il mio tempo, non debbo assolutamente perdere il mio tempo.

Avrò amato davvero qualcuno, qualche volta, nella mia vita, secondo il tuo stile?

Tu ce l’hai ricordato e ce lo ricordi (Gv 13): “Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”.

Signore, non sono ancora capace di amare.

Stamattina, umilmente, ti prego, ti preghiamo: insegnaci ad amare.

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Domenica 28 luglio

Dalle lettere di San Paolo

“Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio”.                                          (1 Cor 1,27-29)

“Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi.

Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo”.                                (2 Cor 4,7)                                                                                                                            

“Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo è stato per me crocifisso, come io per il mondo”.                                             (Gal 6,14)

                                                                                                                                                                          

“Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene.

Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo”.                 (Ef 2,10)

                                                                                                                                                                           

“Perché non montassi in superbia, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia.

A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me.

Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.

Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte”. (2 Cor 12)

                                                                                                                                                                          

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“Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza”.

Come cristiani (laici e religiosi) siamo stati chiamati con il dono del Battesimo a vivere la nostra vita cristiana nella gioia, ma anche nel limite e nella debolezza.

Limite e debolezza: due situazioni che accettiamo con difficoltà.

Tu lo sai bene, Signore: accettar-ci, accettare noi stessi, così come siamo, realmente, in una forma vera e reale, è un compito difficile.

Accettar-mi, accettare me stesso, significa accettare che sono debole e fragile, non sempre, ma quasi sempre.

Signore, sono fragile, terribilmente fragile e peccatore, secondo la tua logica.

Basta poco, molto poco, per riconoscere immediatamente le mie fragilità.

–       Il ritmo della vita diaria, gli impegni stressanti, i molti stimoli che mi giungono da tutte le parti, gli eventi della vita… possono, col passare del tempo, far sì che io ti perda di vista…

–       Tu sei misteriosamente presente in me…, ma io quasi sempre sono lontano da casa mia…, lontano dal mio cuore…, attirato dalle mille cose esterne…

–       Percepisco che “credere”, oggi, mi è diventato qualcosa di difficile.

–       Anche la mia preghiera, a volte, diventa un deserto. Ripeto a memoria meccanicamente alcune formule. Ma mi è difficile incontrarti.

–       So che il mio primo compito e impegno cristiano è quello di amare. Ma ti confesso, Signore, che a volte gli altri li sento come un peso.

–       Con il passare del tempo appaiono con sempre più evidenza le mie “inconsistenze”. Sono i limiti e le mie fragilità di sempre.

Signore, mi dà fastidio vedermi così.

Vorrei cambiare… a tutti i costi.

Nel presente Convegno mi viene presentato, sotto diversi punti di vista, uno stile di vita che ha profondamente motivato e cambiato san Girolamo.

Ho seguito con attenzione le tante, belle e significative testimonianze di persone che hanno assunto il tuo stile, Signore: fare della propria vita un dono nell’amore… Che bello!

Ma io mi sento fragile. Ci sentiamo fragili.

Sarò capace di cambiare? Saremo capaci di cambiare?

Cambiare?

Signore, molte volte, quello che ci spinge a voler cambiare è la mancanza di tolleranza con noi stessi.

Vogliamo cambiare, semplicemente perché non ci sopportiamo nel vederci così.

In questo caso, quello che dobbiamo attaccare non è la necessità di cambio, ma la nostra mancanza di tolleranza.

Non tolleriamo in noi stessi un difetto, una mancanza, una debolezza morale o psicologica, e ci sforziamo nel correggerla con vero disprezzo e con velata violenza.

Sentiamo vergogna di noi stessi, ci dà rabbia, disgusto, o semplicemente impazienza, e pretendiamo di dover cambiare per essere persone rispettabili di fronte ai nostri occhi e agli occhi degli altri.

Signore, quando finalmente capiremo la risposta che Tu hai dato a san Paolo: “Non ti tolgo la spina messa nella tua carne. Perché ti basta la mia grazia, la mia potenza si manifesta pienamente nella tua debolezza”.

Quando capiremo che la nostra fragilità, accettata e offerta a Te, …può misteriosamente diventare una benedizione?

Non abbiamo pazienza con noi stessi e ci sforziamo di cambiare.

E questo non risulta. La violenza non aiuta mai la nostra crescita.

L’unico cambio possibile consiste nell’accettar-ci.

Il cambio non può essere forzato: il cambio si realizza, da sé, si dà, avviene.

Il cambio non si realizza contando sulla nostra forza.

Forza, che a volte può anche prendere sottilmente il nome di superbia, orgoglio, amor proprio, mania di grandezza, desiderio di onnipotenza, desiderio di sostituirci a Te.

Oh sorpresa!

Il cambio si realizza, Signore, quando ci affidiamo a Te.

Il cambio si realizza quando contiamo su di Te.

Quando lasciamo che il tuo amore infinito entri nella nostra vita.

L’opera è tua.

Dobbiamo solamente lasciarti aperta la porta del nostro cuore e consentirti di lavorare in noi.

In questo Convegno, che volge al termine, abbiamo capito che amare autenticamente deve diventare lo “stile” della nostra vita.

Tutto questo supera le nostre forze.

Ma se lo desideriamo, se ogni giorno facciamo morire in noi l’amor proprio, tu ci regali questa capacità.

Ci ricordi di non temere di vedere il fondo della nostra miseria e di accettarla.

Ci dici di non scusarci, di non turbarci.

Crediamo forse che Tu non la veda meglio di noi?

Ciò non impedisce nulla; anzi al contrario Tu ci puoi usare misericordia.

Perché è proprio per questo che Tu ci ami, incondizionatamente.

Perché tutto è grazia.

Perché tutto è dono tuo. Tutto.

E’ dono tuo, anche la nostra fragile risposta… al tuo amore senza limiti.

E stamattina, sei Tu, che ancora una volta ci ripeti:

“Senza di Me non potete far nulla”.

“Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio!

Perché tutto è possibile presso Dio”. (Mc 10,27)

“Coraggio, vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me”.

“Abbiate fiducia: Io ho vinto il mondo”. (Gv 16,33)

 

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