L'anello di congiunzione dei laici nella famiglia somasca

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Nati in carcere e cresciuti in strada (2)

 

Nati in carcere e cresciuti in strada [2]

OPERARE LE OPERE DI CRISTO

 

il percorso della santità somasca 

Carissimi fratelli in Cristo,

Se c’è un problema serio nel Cristianesimo di oggi esso è rappresentato da un certo modo ambiguo di considerare la spiritualità1: c’è bisogno di una spiritualità unificata che presenti tutti i battezzati come figli del cielo e figli della terra, capaci al tempo stesso di passione per Dio e passione per l’umanità, disponibili ad essere discepoli di Cristo e suoi testimoni tra la gente2 . Il dono di grazia del Giubileo somasco, che sta per chiudersi, ci deve reintegrare in una vita cristiana unificata attorno a quel preciso itinerario di santità percorso dal Miani e trasmesso a noi come eredità. Solo in una vita unificata dalla santità riusciremo, come ha dimostrato san Girolamo, a confidare in Dio come se tutto dipendesse da Lui e, al tempo stesso, impegnarci generosamente nelle opere di Cristo come se tutto dipendesse da noi3.

Intendo riprendere con questa lettera il tema già trattato della santità somasca integrandolo con due scatti fotografici sulle immagini che ci hanno accompagnato in quest’anno, il carcere e la strada. Cerco di cogliere, questa volta, le due immagini dalla prospettiva dell’operare4, o della attuazione della missione, dopo averle presentate come elementi peculiari della nostra spiritualità. La necessità di partire da un’altra angolatura per scattare nuovamente due fotografie ci rimanda all’affermazione evangelica di Giovanni “il Padre mio opera, ed anch’io opero”5. Con questo si intende riconoscere il fondamento cristologico dell’attività apostolica illuminata dal nostro carisma che si presenta nella Chiesa come servizio a Cristo nei poveri6 . Inoltre credo si tratti anche della prospettiva più consona per crescere nella comunione dentro la Famiglia somasca, nella quale convergono vocazioni diverse: quella religiosa e quella laicale. Il comune riferimento ai poveri di Cristo da servire permette di scoprire la personale chiamata alla santità, in corrispondenza con la propria vocazione, e ci rende nel mondo affamati ed assetati di giustizia ed operatori di pace7. Operare nella comunione ecclesiale, fondati su Cristo, a beneficio dei suoi poveri rende il nostro percorso di santità veramente maturo: il Signore ci darà carità perfetta, umiltà profonda e pazienza per amore di Dio8.

Provo dunque a scattare nuovamente due fotografie al carcere ed alla strada di Girolamo cercando di guardare nell’obiettivo con i suoi occhi. Sono gli occhi bagnati dalle lacrime, come appaiono nell’ultima lettera, ed attenti ai bisogni ed al cuore dei fratelli come ce li presenta l’amico biografo9.

1a istantanea – NATI IN CARCERE: operare le opere del Signore su noi stessi10 perché il Crocifisso voglia aprire gli occhi della nostra cecità domandandogli misericordia

Tutta l’iconografia, che per secoli ha ritratto il nostro Fondatore reso più libero dall’esperienza del carcere, conserva sempre i simboli delle catene e dei ceppi. Se ci fossero dubbi sulla identità del personaggio rappresentato, la presenza di questi due elementi ci riporterebbe con certezza al patrizio veneto miracolosamente liberato dalla Vergine, come raccontato nel IV libro dei Miracoli della Madonna Grande di Treviso. Però nel messaggio scaturito dall’iconografia ceppi, manette e catene hanno assunto un significato ben diverso da quello originale e per cui sono state costruite: non sono più i segni della sconfitta e della prigionia, ma del ringraziamento per la libertà riavuta in dono. Dio, non la Repubblica Veneta, in Cristo ha pagato il riscatto della liberazione di Girolamo! E Dio, lo possiamo affermare senza ombra di dubbio, continua a pagare il riscatto della liberazione di ogni uomo, lacerato dalle più diverse ferite, colpito nella dignità e privato di futuro. Per noi figli del Miani ceppi e catene sono segni di vittoria, sono il richiamo all’atto di fede da rinnovare continuamente; ci rimandano all’unico necessario: “nostro fine è Dio, fonte di ogni bene, in Lui solo e non in altri dobbiamo confidare … il benigno nostro Signore ci ha messo alla prova per accrescere la fede ed esaudire l’orazione santa”11.

Ma finché camminiamo su questa terra la vittoria non è mai conseguita una volta per sempre: si è continuamente in situazione di combattimento. Girolamo ne era cosciente e per questo ha continuato a presentarsi come nuovo soldato di Cristo ed a guardare a Lui come suo Capitano, e per il medesimo motivo la Congregazione ai suoi inizi applicava a sé l’immagine della milizia12. Così ceppi e catene sono anche i segni di ferite: ferite rimarginate, guarite, ma pur sempre visibili nelle cicatrici rimaste. In ogni periodo della vita e ovunque andiamo, portiamo con noi i segni delle nostre prigionie passate e scorgiamo i rischi di quelle possibili e pur sempre in agguato.

Tralasciando di considerare le ferite che possiamo subire nella vita di consacrazione e di apostolato, vorrei evidenziare quelle più facili da procurare e procurarci: le lacerazioni relative alle relazioni quotidiane, quelle che provengono dallo stare insieme nella vita di comunità o di famiglia, quelle legate agli ambienti di tutti i giorni, dai luoghi di lavoro a quelli di riposo e di amicizia. Apparentemente si tratta di ferite meno pericolose; ma per chi è chiamato ad essere discepolo di Cristo, a “riformare il popolo cristiano a quello stato di santità che fu al tempo degli apostoli” … a restaurare “il modello della sua santa chiesa dei primi tempi”13, sono le più difficili da curare, quelle che continuamente rischiano di riaprirsi rendendo così la nostra devozione non trasparente, il nostro lavoro poco efficace e pesante e soprattutto la carità falsa ed inutile14. E’ per questo che Girolamo nelle sue lettere continuamente ci richiama ad essere attenti a tali relazioni, a curare il nostro atteggiamento ed il nostro sguardo in modo particolare verso i fratelli della Compagnia. Riporto, quasi per intero, due passaggi dalla terza e sesta lettera che ben esprimono il richiamo del nostro Fondatore a curare le ferite sempre possibili nelle relazioni quotidiane tra fratelli: ovviamente è la seconda frase del suo testamento quella sempre maggiormente a rischio!

Ecco la cura dell’atteggiamento verso i fratelli: deve essere nostro impegno sopportare il prossimo, scusarlo dentro di noi, pregare per lui, trovare il tempo di parlargli usando parole piene di mansuetudine e di carità cristiana … ed evitare di comportarci in modo contrario come mormorare, denigrare, corrucciarsi, spazientirsi, dire: – non sono un santo io; sono comportamenti intollerabili; è gente che non sa controllarsi -; e così perdere il merito della buona azione, scaricando sugli altri la responsabilità. Ecco le domande per correggere lo sguardo: come possono presumere di adempiere tali impegni senza carità, senza umiltà di cuore, senza sopportare il prossimo, senza procurare la salvezza del peccatore e pregare per questo scopo, senza mortificazione, senza effettiva povertà e prudente castità, senza obbedienza e osservanza delle norme in uso? Vivranno dunque da ipocriti ed ostinati? Perciò non so dir altro se non pregarli per le piaghe di Cristo ad essere pieni di umiltà, carità, sensibilità spirituale; a essere pronti a sopportarsi l’un l’altro; ad obbedire e rispettare le sante norme cristiane; ad essere mansueti e benigni con tutti, specialmente con quelli di casa.

La cura prescrittaci dal Fondatore e l’attenzione allo sguardo amorevole e caritatevole verso quelli di casa non ci esonereranno dal portare sempre con noi catene e ceppi. Ma questi, come è stato per Lui e prima per Paolo ed Ignazio di Antiochia, saranno il segno che siamo stati insigniti di un’altissima onorificenza, cioè delle catene di Cristo che portiamo ovunque con noi; ed allora non ci diremmo solo cristiani o somaschi, ma lo saremo veramente15!

2a istantanea – CRESCIUTI IN STRADA: operare le opere del Signore a beneficio dei fratelli più piccoli con i quali intendiamo vivere e morire

Usciti dalle strettoie dei nostri carceri personali e comunitari, ci incamminiamo sulla strada per impegnarci nella liberazione dei nostri fratelli più piccoli e abbandonati: i poveri di Cristo.

La strada dalla notte del 27 settembre 1511 a quella tra il 7 e l’8 febbraio 1537 è indubbiamente il palcoscenico dell’essere e dell’operare di san Girolamo. È la strada il luogo degli incontri e delle decisioni che gli hanno cambiato la vita. È scendendo in strada, dopo aver abbandonato il suo palazzo, dove si è fatto povero, dove ha servito i poveri, dove ha seguito il Crocifisso16.

Nel 1972 il Card. Michele Pellegrino nella cattedrale di Torino, al termine dell’ordinazione sacerdotale, disse a don Luigi Ciotti17 “la tua parrocchia sarà la strada”. Un programma operativo che per noi Somaschi non ha nulla di nuovo o profetico. Questa affermazione, piuttosto strana per quegli anni, ancora oggi ci permette di guardare con profondità ed attenzione il nostro operare in tutti i possibili settori della nostra missione apostolica, così come è descritta nel capitolo VIII delle Costituzioni. Se l’etimologia del termine parrocchia ci rimanda al greco para-oikia, che va tradotto casa accanto-vicino-attorno alle case18, allora ci possiamo domandare: che cosa sta accanto o vicino o attorno ad ogni casa? Che cosa collega le case tra loro rendendole villaggio e città? La risposta è evidente: ciò che sta accanto alle case collegandole tra loro è la strada! Mi viene allora da affermare che la traduzione somasca del termine parrocchia possa essere strada: la strada è la nostra parrocchia, a noi tocca, in qualsiasi campo operiamo, essere costruttori di strade tra le case. In altre parole ci tocca essere esperti di relazioni e comunicazioni per coloro che hanno perso la sicurezza delle loro “case” danneggiate o perché non sono state offerte loro occasioni per costruire relazioni stabili e sicure. Costruendo strade (= relazioni mature e permanenti) daremo case a chi non le ha, metteremo le case in relazione tra loro e costruiremo città. Quelle costruite dal nostro impegno apostolico saranno città poste sul monte, sostenute dalla forza ed eloquenza del Vangelo, saranno rocca stabile, contribuiranno alla solidità della società ed alla riforma della Chiesa: allora sì che si potrà dire che abbiamo fatto parrocchia19. Un discorso equivalente può essere riferito ad un secondo impegno legato alla missione somasca: educare. Educare non significa “imporre” (come ha inteso una certa pedagogia deviata del XX secolo), ma esattamente il contrario! Educare, da e-ducere, significa “tirare fuori e mettere per strada permettendo di camminare”: educare è il verbo della libertà! Educare è l’esperienza di Girolamo “tirato fuori” dal carcere e “condotto” sulla strada di Treviso la notte tra il 27 e 28 settembre 1511. Educare è l’esempio di vita di Girolamo sempre per strada a “raccogliere” ed “accogliere” chi non aveva libertà o gli veniva negata. Educare è, come Girolamo, saper guardare al futuro da qualsiasi situazione limite o estrema, che sia il carcere a cui era costretto da Mercurio Bua, o il letto di morte in casa degli Ondei. Sì, educare è aver fatto i propri patti con Cristo (= stretto con Lui Alleanza); educare è poter dire sempre, a tutti ed ovunque con la forza della propria testimonianza di vita che c’è speranza per la tua discendenza, che il Signore crea una cosa nuova sulla terra20 .

Infine è per strada dove Girolamo incontra e riconosce il suo caro Maestro e Capitano Cristo. E per strada Cristo si presenta a Girolamo con due volti.

• Il primo volto è quello di Cristo che, per amore verso l’umanità, porta la Croce e che il Servo dei Poveri intende seguire e servire disprezzando il mondo. È il volto più evidente ed eloquente del nostro benignissimo Signore: questo volto dobbiamo contemplare con amore perché, da Lui affascinati, possiamo scoprirlo e curarlo nei nostri fratelli sfigurati nel volto.

• Il secondo volto è quello del Cristo Risorto e Pellegrino. È il Cristo di Emmaus, che si accosta a noi quando fa sera, quando lo scendere del buio e l’allungarsi delle ombre ne rende difficile il riconoscimento. È il volto che mi rimanda alla Chiesa, che mi fa stringere al prossimo riconoscendolo mio fratello, fratello affidatomi da amare, per camminare insieme … perché da cristiani e discepoli è meglio fare un passo assieme che due (o anche più) da soli21.

Se poi ci viene il coraggio di volgere lo sguardo più in basso, là dove si poggiano i piedi per camminare, ossia alla strada stessa, allora scopriremo un terzo volto di Cristo. È il Cristo “strada, verità e vita” che educa i suoi discepoli. Il Cristo-strada è quello che addirittura si fa calpestare perché possiamo procedere sicuri verso la meta.

Così la strada, a noi figli e discepoli di Girolamo Emiliani, presenta ben tre volti di Cristo: il fratello sofferente da servire, il pellegrino anonimo a cui far spazio nel nostro cuore, la strada che si fa calpestare per condurci alla meta.

Contemplazione e preghiera

Anche noi oggi, a distanza di cinque secoli, possiamo essere sicuri che c’è Qualcuno che ci fa uscire dal carcere, che ci cura le ferite e ci accompagna per strada: è la Vergine Maria. Come ha fatto con Girolamo, così Maria continui a fare con ognuno di noi: ci liberi, ci conduca per mano, ci attragga a sé e ci conduca al Suo Figlio e ai suoi figli più piccoli.

Concludo questo percorso sulla santità somasca, suddiviso in due lettere, invitando a volgere lo sguardo su un quadro d’inizio settecento, conservato nella quadreria di Casa Madre a Somasca22, e che ci consegna una piccola orazioncina, che per il tenore e la lunghezza doveva essere cara anche al Fondatore. L’orazioncina, così recita in latino: MARIA, TRAHE NOS POST TE! Si tratta di una rappresentazione di Maria Assunta in cielo. A Lei volgiamo, come i giovani raffigurati in basso (convittori e novizi), il nostro sguardo e ripetiamo in forma di giaculatoria la breve preghiera: Maria, attiraci dietro di te! Così sarà possibile anche per noi che intendiamo imitare Girolamo Emiliani arrivare al termine della nostra vita avendo il Paradiso in mano!23.

Confortiamoci tutti nel Signore e la pace di Cristo sia con noi24,

p. Franco Moscone crs

Preposito generale

 

Castelnuovo di Quero, 27 settembre 2012 – solennità della Mater Orphanorum

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1  cfr. Benedetto XVI, Spe salvi, 16: «Come si è arrivati a interpretare la “salvezza dell“anima“ come fuga davanti alla responsabilità per l“insieme, e a considerare di conseguenza il programma del cristianesimo come ricerca egoistica della salvezza che si rifiuta al servizio degli altri?»

2  Ho adattato un’affermazione di p. J. Rodriguez Carballo ofm, Maestro generale dei Francescani Minori, fatta alla 78esima assem- blea USG, Roma novembre 2011.

3  Testo tratto da VC 73, ma riferibile anche a 2Lett 7ss e An 8

4  Il verbo operare ritorna continuamente sulla bocca del nostro Fondatore e nelle prime Fonti. Due esempi: “Dobbiamo pensare che solo Dio è buono e che Cristo opera in quegli strumenti che vogliono lasciarsi guidare dallo Spirito santo” (3Lett 7); “chiamato a Roma per operare l’opera del Signore” (C1555, 9).

5  Gv 5, 17

6  CCRR nn 66 e 67

7  Mt 5, 1ss

8  NsOr 13

9  6Lett 12-13 e An 12, 5

10  Non possiamo dimenticare che spesso il nostro modo di vivere è condizionato dal contesto culturale che sfida da ogni parte la vita consacrata. Cfr. Giovanni Paolo II, Vita Consecrata, 87-92

11  2Lett 2-3

12  An 6, 8 e Monita 353

13  NsOr 2 e 20

14  Ho combinato il richiamo di Paolo in 1Cor 13 con l’affermazione di Girolamo in 1Lett 22

15  Ignazio di Antiocchia, Lettera ai cristiani di Magnesia (dall’Ufficio di lettura della XVI domenica del tempo ordinario). Le citazi- oni precedenti da: 3Lett 2-6 e 6Lett 6-13

16  CCRR1 e An 15, 8

17 Don Luigi Ciotti, sacerdote della diocesi di Torino, è il fondatore del Gruppo Abele per la lotta alle tossicodipendenze, ed è presi- dente dell“Associazione antimafia Libera. Ha tenuto una relazione al 4° convegno del MLS ad Albano Laziale nell“agosto 2011, http://www.vitasomasca.it/vitasomasca/don%20ciotti.html (anche in Vita Somasca, anno LIII nn.156-157).

18  La preposizione para in greco precisa il senso di accostamento, supporto, vicinanza o di sussidio. La preposizione para richiama poi la consolante presenza di Colui che compie l’azione di parakalein: il Paraclito, lo Spirito Santo. Cfr le note sul termine para/ oikia in Dizionario Etimologico (www.etimo.it).

19  Mt 5, 14 e Mt 16, 18 e la spiritualità della Nostra Orazione.

20  Rimando al racconto del transito di san Girolamo come dall’Anonimo 15 collegato col testo di Geremia 31.

21  Lc 24, 13-32; 1Lett 5-6; Il servizio dell“Autorità ed Obbedienza, CIVCSVA n. 25 A.

22 Si tratta di un quadro di autore ignoto, probabilmente d“inizio XVIII secolo. La notizia più antica c“è lo dà al Collegio Gallio di Como nel 1757 nell“Oratorio dei Convittori, mentre nel 1798 risulta nell“inventario dei beni della basilica di Somasca. Per molti anni, fino al 1986, sarà sull“altare della cappella del Noviziato dando così un particolare significato di attrazione spirituale tanto all’immagine che alla scritta.

23  Lettera del Guillermi

24  Fine 2Lett ed inizio 5Let

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Bere alla fonte – 4

 

Le disse Gesù:

“Donna perché piangi?

Chi cerchi?”

(Gv 20, 15)

Dalla PAROLA

alle parole

dei profeti

e dei testimoni,

per condividere la nostra fede

 

 

 

 

  1. Passare fra le acque…
  2. Dal grembo materno…
  3. Dove sei Dio?
  4. Io l’ho incontrato
  5. Come puoi dire?
  6. Dio mi parla… oggi
  7. Quando il Cielo sembra vuoto
  8. Rimanete in me
  9. Tuo Padre vede nel segreto
  10. La “manna” quotidiana

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Come utilizzare le schede

Osservazioni

  • Dio incontra l’uomo attraverso l’esperienza della sua vita e la fede perciò non può che essere esperienza concreta di Dio e del suo amore nella vita.
  • La Scrittura è prima di tutto narrazione della storia privilegiata di Dio con il popolo d’Israele. Il racconto è la modalità caratteristica secondo cui abitualmente la Scrittura ci parla di Dio.
  • A partire dalla Parola di Dio, tentiamo di passare da una conoscenza astratta, deduttiva, affidata alla sola ragione, verso una conoscenza di tipo esperienziale, induttiva, che valorizza la storia, la propria vita, e sappia leggere in maniera sapiente il senso degli avvenimenti.
  • Diamo spazio alla comunicazione (narrazione) della nostra fede affinché tutti esprimano quello che sentono, pensano e vivono. Si tratta di uno stile (ascolto, testimonianza, discernimento) che rispecchia la natura stessa della fede.
  • Attraverso la narrazione recuperiamo gli aspetti essenziali: la fede come vita, come esperienza; la fede come testimonianza di carità vissuta; la fede come incontro con Dio; la fede come relazione.
  • Ogni nostra singola storia personale, è “abitata” da noi e da Dio. Così che la sua trama è tessuta, in simultanea, da Lui e da noi. E raccontarla vuol dire raccontare di Lui e di noi.
  • Utilizziamo lo stile narrativo, che vuol dire saper ascoltare, dar la parola a tutti, condividere responsabilità.
  • Con libertà, prudenza, carità e umiltà, facciamo regalo al gruppo della nostra esperienza di fede (scelte, legami, incontri, affetti, errori, successi, sofferenze, gioie, paure, avvenimenti…).
  • Ci sosteniamo a vicenda, nel nostro cammino di fede.
  • Chi legge la Bibbia sa che – pur essendo chiuso il “canone ispirato” – non è chiusa l’ispirazione di Dio che suscita “oggi” nuovi racconti nella vita concreta del credente.
  • La tradizione dei padri della Chiesa afferma che esistono due Bibbie: una è quella già scritta che la comunità ecclesiale consegna ad ogni credente, l’altra Bibbia – autentica “parola di Dio incarnata” – è il vissuto concreto di ogni credente.
  • Come rendere effettivamente operativa questa intuizione dei padri della Chiesa? Una delle modalità è la pratica dell’esperienza della lectio divina.

Lectio Divina

  1. Lectio (cosa dice Dio in questo testo?). Ascoltiamo con attenzione il testo e cerchiamo di capire le opere del Signore, con l’aiuto di chi guida la lectio (che non è semplice spiegazione, ma illuminazione).
  2. Meditatio(cosa dice a me Dio in questo testo?). Faccio entrare in dialogo la Parola ascoltata con la mia vita. Nella riflessione personale colgo come / quando / in che modo la Parola diventa per me esperienza di vita. Costruisco un nuovo racconto, la “mia” Bibbia.
  3. Collatio (quale pagina posso narrare della “mia Bibbia”?). Racconto al gruppo la mia esperienza di fede e di vita, dandogli quella intonazione che solo io gli posso dare, perché unica e irrepetibile. (Importante: lo scambio di comunicazioni personali, necessariamente, deve rimanere nel segreto del gruppo).
  4. Oratio (cosa dico io a Dio a partire dalla “mia Bibbia”?). E’ il momento di una preghiera viva, condivisa.

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 1. Passare fra le acque…
  • La fede non è una fuga nel vuoto, nell’illusione o un’evasione dalla realtà concreta quotidiana. Il credente sa, proprio grazie alla relazione con il Dio “affidabile” di Gesù, che la fede gli consente di “attraversare” il dolore, la sofferenza, lo scacco, la desolazione, la crisi, l’angoscia…, e ritrovare significato, coraggio e fiducia nella vita, già qui, ora, adesso.

Esodo (14, 19-26)

L’angelo di Dio, che precedeva l’accampamento d’Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro. Venne così a trovarsi tra l’accampamento degli Egiziani e quello d’Israele. La nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte, così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte. Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore, durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono con tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri, entrando dietro di loro in mezzo al mare. Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: “Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani”. Il Signore disse a Mosè: “Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri”.

…se starete forti nella fede  (2 Lettera)

Il terzo motivo è per provarvi come si prova l’oro nel crogiolo: le scorie e le impurità che sono in esso si consumano nel fuoco, mentre l’oro buono si conserva e cresce di valore. Così fa il buon servo di Dio che spera in lui: sta saldo nelle tribolazioni e poi Dio lo conforta e gli dà in questo mondo il cento per uno di ciò che lascia per amor suo, e nell’altro la vita eterna. Si è comportato in questo modo con tutti i santi. Così si comportò con il popolo d’Israele; dopo le numerosi tribolazioni che ebbe in Egitto, non solo lo fece uscire con molti miracoli dall’Egitto e lo nutrì di manna nel deserto, ma gli diede la terra promessa. Voi lo sapete, perché vi è stato assicurato da me e da altri, che similmente farà Dio con voi, se starete forti nella fede. E al presente ve lo ripeto e affermo più che mai: se voi state forti nella fede durante le tentazioni, il Signore vi consolerà in questo mondo, vi farà uscire dalla tentazione e vi darà pace e quiete in questo mondo, in questo mondo, dico, temporaneamente e nell’altro per sempre (san Girolamo).

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  • Giuseppina Bakhita… passa fra le acque

“L’esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all’africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II. Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All’età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano Callisto Legnani che, di fronte all’avanzata dei mahdisti, tornò in Italia. Qui, dopo “padroni” così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un “padrone” totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava “paron” il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un “paron” al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal “Paron” supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava “alla destra di Dio Padre”. Ora lei aveva “speranza” – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era “redenta”, non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio. Così, quando si volle riportarla nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo “Paron”. Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L’8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane e da allora – accanto ai suoi lavori nella sagrestia e nella portineria del chiostro – cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l’aveva “redenta”, non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti”.

(Lettera enciclica “SPE SALVI” – Benedetto XVI)

  • Collatio

–       Che significa, oggi, per me… “passare fra le acque”?

–       Nell’attuale contesto dove vivo, in quale aspetto della vita di fede mi riconosco più vulnerabile e mi sento più interpellato?

–       Quale situazione critica ho attraversato in cui la mia fede è passata al vaglio della prova ed è ulteriormente maturata?

  • Oratio (spontanea)

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2. Dal grembo materno…

  • Rivisitando la storia della propria fede, ciascuno di noi può facilmente constatare che l’incontro personale con il Signore non è nato, né si è sviluppato nel vuoto, bensì nel quadro molto concreto e particolare di una famiglia, di una comunità ecclesiale. C’è un Dio che ci ha cercato, ci cerca e si lascia coinvolgere nelle nostre storie, invitandoci, nella piena libertà…

 

Geremia (1, 4-8)

Mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”. Risposi: “Ahimè, Signore Dio, ecco, io non so parlare, perché sono giovane”. Ma il Signore mi disse: “Non dire: Sono giovane, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti”.

Luca (19, 1-10)

Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò tutti mormoravano: “E’ andato ad alloggiare da un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do le metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

 

…il frequente ascolto della parola di Dio… (Anonimo 5)

Quando piacque al benignissimo Iddio (che per sua clemenza ama e predestina i suoi figli fin dall’eternità, prima ancora della creazione del mondo) di muovergli perfettamente il cuore e con santa ispirazione di attrarlo a sé dalle occupazioni del mondo, avvenne che il frequente ascolto della parola di Dio lo inducesse a ricordarsi della sua ingratitudine e delle offese fatte al suo Signore. Frequentava le chiese, ascoltava le predicazioni e partecipava alle messe. Assorto in santi pensieri, il servo di Dio (Girolamo), all’udire spesse volte quel passo del vangelo: “Chi vuole essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”, attirato dalla divina grazia, decise di imitare il più perfettamente possibile il suo caro maestro Cristo.

 

 

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  • Con la cesta della spesa

Quando il 12 ottobre 1891 Edith Stein nacque a Breslavia, ultima di undici figli, la famiglia festeggiava lo Yom Kippur, la maggior festività ebraica. Il padre venne a mancare dopo due anni, e la madre, donna religiosa, non riuscì però a mantenere nei figli una fede vitale. Edith perse la fede in Dio: “In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare”. Conseguì brillantemente la maturità e il suo vero interesse era la filosofia. Frequentò le lezioni di Edmund Husserl, divenne sua discepola e assistente e conseguì con lui la laurea. A Gottinga, Edith incontrò anche il filosofo Max Scheler.

A quel tempo accadde che osservò come una popolana, con la cesta della spesa, entrò nel duomo di Francoforte e si soffermò per una breve preghiera. “Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l’accaduto”.

Nell’estate del 1921 si recò per alcune settimane a Bergzabern, nella tenuta della signora Hedwig Conrad-Martius, una discepola di Husserl, che si era convertita, assieme al proprio coniuge, alla fede evangelica. Una sera Edith trovò nella libreria l’autobiografia di Teresa d’Avila. La lesse per tutta la notte. “Quando rinchiusi il libro mi dissi:questa è la verità”.

Il 1° gennaio 1922 si fece battezzare e nel 1933 entrerà nel monastero delle Carmelitane di Colonia. Più tardi, l’odio portato dai nazisti verso gli ebrei viene palesato a tutto il mondo; le sinagoghe bruciano e il terrore viene sparso fra la gente ebrea. Il 2 agosto 1942, arriva la Gestapo. Edith Stein si trova nella cappella, assieme ad altre sorelle. Nel giro di cinque minuti deve presentarsi, assieme a sua sorella Rosa, che si era fatta anch’essa battezzare.

Le ultime parole di Edith che s’odono, sono rivolte a Rosa: “Vieni, andiamo per il nostro popolo”. All’alba del 7 agosto Edith parte su un treno carico di ebrei diretti ad Auschwitz. Il giorno 9 agosto suor Teresa Benedetta della Croce, assieme a molti altri del suo popolo, muore nelle camere a gas. Si dirà di lei: “In un mondo di negazione di Dio, è stata una testimone della presenza di Dio”.

  • Collatio

Racconto la mia storia di fede, a partire dalla domanda che più mi aiuta tra le seguenti:

–      Come sono diventato “credente” e come mi sono formato alla fede (famiglia, persone, eventi, esperienze, momenti, crisi, strumenti… da cui ho ricevuto aiuto)?

–       Che cosa riscontro di mutato nel mio credere rispetto ad un certo passato?

–       Con quale atteggiamento mi pongo di fronte agli altri “credenti”? sono in ascolto profondo della loro esperienza? riconosco che la vicenda di ciascuno è una “parabola di fede”?

  • Oratio (spontanea)

 

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3 Dove sei Dio?

  • “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28). Anche nelle prove abbiamo la certezza che da quel che ci sembra male Dio sa trarre il nostro bene. Ci dà una grande serenità anche nella prova. Gesù è venuto non per eliminare la sofferenza, ma per soffrire con noi. Non ha distrutto la croce, ma vi si è steso sopra.

Giobbe (1, 13-22)

Ora accadde che un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: “I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi, quando i Sabei sono piombati su di essi e li hanno predati e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo”. Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: “Un fuoco divino è caduto dal cielo; si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io solo che ti racconto questo”. Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: “I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato io solo che ti racconto questo”. Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse: “Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”.

 

Girolamo (3 Lett 10)

“…bisogna prendere quello che manda il Signore, trarre profitto da ogni situazione e sempre pregare il Signore che ci insegni come condurre ogni cosa a buon fine”.

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  • Non esiste nessun Dio!

Fin da ragazzo ho desiderato avere una dimostrazione e, di conseguenza, la convinzione dell’esistenza di Dio. Avendo poi acquisito una certa conoscenza dei fenomeni religiosi, ero anche consapevole dell’inverificabilità di una dimostrazione del tutto oggettiva, e perciò sarei anche stato più che soddisfatto di una dimostrazione strettamente personale e soggettiva. E avendo anche acquisito una buona conoscenza delle scritture bibliche, pensavo che per avere una personale conferma dell’esperienza di Dio, dovevo pregarlo chiedendo qualcosa, riguardo la mia vita, di estremamente buono e giusto, e di veramente necessario, in modo da dover con sicurezza coincidere con la benevola e amorevole volontà di Dio. In altre parole, una richiesta di qualcosa tanto buono, giusto e necessario, da non poter assolutamente rimanere inesaudito. E così, in questo modo, con l’adempimento della mia preghiera, avrei avuto anche la mia personale dimostrazione dell’esistenza di Dio. Ma per tanti anni, a nessuna delle mie richieste, ho mai potuto con sicurezza attribuire questa bontà, giustezza e necessità a cui poc’anzi ho fatto riferimento. Ma poi, un brutto giorno, fui informato dai medici che mamma era affetta da un carcinoma maligno. Da quel giorno mi prodigai per fare a mamma tutti gli interventi, esami e cure che si rendevano necessari. Volevo fortemente, con tutto me stesso, che mamma potesse guarire da quella tremenda e nefasta malattia. E perciò iniziai a pregare Dio chiedendo, notte dopo notte, spesso anche in lacrime e in ginocchio, la guarigione di mamma. Pensavo: questa volta sto chiedendo a Dio qualcosa che sento con tutto il cuore buono e giusto e necessario, e sento che coincide sicuramente con l’amore e la bontà di Dio. E pertanto, confidavo pure nelle parole di Gesù: “Se voi mi chiederete qualcosa nel mio nome, io lo farò” (Gv 14,14). E pensavo inoltre: tutte le sofferenze che mamma sta subendo e anche i miei sacrifici per farla curare, sono il prezzo con cui stiamo pagando la sua guarigione.

Era tutta un’illusione: la malattia ha fatto il suo inesorabile corso, nonostante gli interventi, le cure e le chemioterapie. E mamma è morta esattamente nei tempi che i medici avevano pronosticato, e la sua sofferenza non è servita a pagare nessuna guarigione. La sua sofferenza è servita soltanto a dimostrarmi e a convincermi che non esiste nessun Dio di amore e di bontà che ascolta le nostre preghiere! No! Non c’è nessun vero taumaturgo, nessun buon “padre eterno” che opera miracoli e compie prodigi a nostro favore!                                              (Arturo, lettera autentica, 2006)

  • Elie Wiesel, scampato ad Auschwitz, racconta nel suo libro «Night»: Le SS impiccarono due ebrei e un adolescente davanti a tutti gli uomini del campo. Gli uomini morirono rapidamente, l’agonia dell’adolescente durò una mezz’ora. “Dov’è Dio? Dov’è?” domandò qualcuno dietro di me. Mentre l’adolescente si dibatteva ancora all’estremità della corda, sentii l’uomo chiedere di nuovo: “Dov’è Dio adesso?”, e sentii una voce rispondere dentro di me: “Dov’è? È qui. È appeso al patibolo”.
  • Gesù non ci ha dato spiegazione sull’origine del male ma è venuto a dare un senso alla nostra condizione umana segnata dall’ambiguità e dalla precarietà. Dopo la Pasqua nessuno di noi è solo sulla strada.
  • Collatio

–       A partire dalla mia esperienza di fede… come potrei aiutare Arturo?

–       Con quale atteggiamento mi pongo di fronte a chi fa fatica a credere o dice di aver perso la fede?

–       Che suscita in me il grido misterioso di Gesù sulla Croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

–       Che cosa mi suggerisce questa affermazione: «Cristo non è venuto a sopprimere la sofferenza. Non è neanche venuto a spiegarla. E venuto a riempirla della sua presenza».

  • Oratio (spontanea)

 

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4 Io l’ho incontrato
  • Non è stato facile per Girolamo arrivare ad una profonda e radicale libertà di cuore. Dopo l’esperienza della prodigiosa liberazione dal carcere, ha dovuto iniziare un lungo cammino di conversione (17 anni). Solo alla fine di tale percorso incontra il suo “dolce Padre nostro, Signore Gesù Cristo”.

Esodo (3, 1-12)

Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo meraviglioso spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse:” Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”. E disse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. Il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora va! Io ti mando dal faraone. Fa uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti”.

…attribuendo alla grazia del Signore… (Anonimo 5)

Incominciò con moderati digiuni a vincere la gola, principio di ogni vizio. Vegliava la notte, né mai si coricava, se non vinto dal sonno. Leggeva, pregava, si affaticava. Si umiliava quanto più gli era possibile nel vestire, parlare, conversare, e più ancora dentro il cuore, stimandosi un nulla e attribuendo alla grazia del Signore tutto ciò che di buono c’era in lui. Custodiva gli occhi con grande diligenza per evitare di guardare cose di cui dovesse pentirsi, ben conoscendo il detto: “Distogli i miei occhi dal vedere la vanità”. Con elemosine andava incontro alle necessità dei poveri come meglio poteva, li consigliava, li visitava, li difendeva. Era edificante vederlo sempre allegro, tranne quando si ricordava dei suoi peccati.

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  • Dio esiste, io l’ho incontrato

“Mia nonna era ebrea, mia madre protestante, mio padre non era battezzato”: così narrava di sé André Frossard, nato nel 1915 a Belford, nella Francia orientale. “E’ l’8 luglio – racconta – una magnifica estate. Per la sera ho un appuntamento con una tedeschina bionda. Non credo a niente. Ad ogni modo, se credessi all’esistenza di una verità, i preti sarebbero gli ultimi ai quali andrei a chiederla. Non provo infine alcuna curiosità per le cose di religione che ritengo di un’altra epoca”. Verso sera André, con un amico, si reca in via d’Ulm. L’amico entra in una chiesetta. André, ateo, tranquillo, preferisce aspettarlo fuori. Quello non torna più. Sono le 17,10. Spinto dalla curiosità, André entra nella cappella, ma non trova l’amico. Si trova però di fronte a “cose” mai viste: un altare, il Santissimo Sacramento esposto in alto tra i fiori e candele accese. Dinanzi all’altare, alcune suore in preghiera. Per caso fissa una candela: la seconda a sinistra della croce. Continua a raccontare: “Dapprima mi vengono suggerite queste parole: “Vita spirituale”. Le ho sentite come se fossero state pronunciate accanto a me sottovoce da una Persona che io non vedo ancora. Non dico che il Cielo si apre. Non si apre, ma si slancia, s’innalza silenziosa folgorazione, da quella insospettabile cappella nella quale si trovava rinchiuso… C’è un ordine nell’universo e alla sommità c’è Dio, l’evidenza di Dio, l’evidenza fatta presenza, fatta Persona di Colui che un istante prima avrei negato”. Nella vita dell’ateo ventenne, figlio del segretario del partito comunista francese, è capitato il fatto più importante, l’unico che conta: davanti a Gesù Eucaristia, esposto sull’altare, Gesù che è il Dio vivente, ha incontrato Dio, fino all’evidenza. All’uscita, vide l’amico che, accortosi di qualcosa di nuovo e di strano, lo fissava curioso e indagatore: “Ma che cosa ti capita?”. Andrè risponde: “Sono cattolico, apostolico, romano… Dio esiste ed è tutto vero”. Quella sera non andò più all’appuntamento con la biondina tedesca. Amico e confidente di Papa Giovanni Paolo II, a chi lo incontrava era solito ripetere: “Da quando ho incontrato Dio, io non riesco ad abituarmi al Mistero di Dio. Ogni giorno è una novità per me. E se Dio esiste, io lo devo dire; se Cristo è il Figlio di Dio, io lo devo gridare”.

  • La fede non nasce dal nulla o da una adesione ad occhi chiusi a una verità che ci supera o a un mistero irraggiungibile, ma da una constatazione, da una lettura in profondità della propria storia, che va al di là del dato subito visibile per cogliere dietro ad esso una presenza che gli dà un significato, una logica di coerenza e di provvidenza.
  • Collatio

Rileggo il mio passato e riporto alla memoria ciò che Dio ha fatto nella mia storia personale attraverso le tante mediazioni umane e le circostanze di vita.

–       Identifico il mio o miei “roveti ardenti”.

–       Ricordo persone, eventi e situazioni che mi hanno aperto alla scoperta della presenza misteriosa e personale di Dio.

–       Qual è stato il mio percorso di maturazione nella fede?

  • Oratio (spontanea)

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5 Come puoi dire?

  • “Se non ami il fratello che vedi, come puoi dire di amare Dio che non vedi?” (1 Gv 4,20). La autentica fede in Dio non può mai escludere l’altro, gli altri, chiunque.

 

Giacomo (2, 14-20)

Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le opere ti mostrerò la mia fede. Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene;anche i demoni lo credono e tremano! Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore?

Matteo (25, 1-40)

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. Rispondendo, il re dirà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

…come fossero balsamo e oro… (Anomino 7)

Nelle piazze e lungo le strade si vedevano i poveri disgraziati non gridare, perché non ne avevano la forza, ma piangere silenziosamente l’avvicinarsi della morte. Vedendo questo spettacolo, il nostro Miani (Girolamo), spronato da ardente carità, si mise a loro disposizione per offrire ogni possibile assistenza. In pochi giorni spese tutto il denaro che aveva, vendette abiti, tappeti ed ogni altra suppellettile di casa, distribuendo il ricavato per questa pia e santa impresa. Egli infatti forniva cibo ad alcuni, ad altri vestiti (era inverno); alcuni ospitava in casa sua, altri incoraggiava con buone esortazioni ad avere pazienza e accettare serenamente la morte per amore di Dio; ricordava loro che in cambio di tale pazienza e fede era promessa la vita eterna. Passava tutto il giorno in questo servizio di carità. Spesso non bastando le ore del giorno, anche di notte percorreva la città; quelli che trovava malati, ma ancora vivi, soccorreva, come poteva, mentre i cadaveri giacenti a volte per le strade, se li poneva in spalla, come fossero balsamo e oro, poi segretamente e in incognito, li portava ai cimiteri o ad altri luoghi sacri.

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  • Trentadue volte il giro del mondo

Durante un viaggio in terra africana, Raoul Follereau, brillante giornalista francese, ha un incontro che cambia la sua vita. Così scrive: “Tosto emersero dalla vegetazione dei visi spaventati, poi dei corpi magri di fame. Gridai loro di avvicinarsi. Ma alcuni se ne fuggirono; altri più coraggiosi se ne stettero immobili, senza cessare di guardarmi con i loro sguardi fissi e tristi. Domandai alla guida: “Chi sono costoro?”. “Lebbrosi”. “E perché sono qui?”. “Perché sono lebbrosi”. “Ho capito, ma non starebbero meglio al villaggio? Che hanno fatto per essere tenuti lontano?”. “Sono lebbrosi”. L’interlocutore, seccato di dare sempre la stessa risposta, scrollò le spalle e si girò sui tacchi. Fu quello il giorno in cui venni a sapere che esisteva un delitto imperdonabile, legato a non so quale castigo, un crimine senza appello e senza amnistia: la lebbra. E fu quello il giorno in cui decisi di non più perorare altra causa, per tutta la mia vita: quella di milioni di uomini di cui la nostra ignoranza, il nostro egoismo, la nostra vita han fatto dei lebbrosi… condannati per sempre alla solitudine e alla disperazione”. Compie trentadue volte il giro del mondo, visitando novantacinque paesi, lanciando innumerevoli iniziative. Nel 1952 interviene presso le Nazioni Unite. Nel 1954 lancia la prima Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra. Scrive al presidente degli Stati Uniti e a quello dell’Unione Sovietica per chiedere, invano, un aereo da bombardamento ciascuno: “Con il prezzo di due di questi aerei potremo curare tutti i lebbrosi del mondo”. Nel 1969 convince oltre tre milioni di giovani, a celebrare un giorno di guerra per la pace: guerra contro l’egoismo e la paura del fratello. Scrive: “Se Cristo domani batterà alla vostra porta, lo riconoscerete? Sarà, come una volta, un uomo povero, certamente un uomo solo. Sarà senza dubbio un operaio, forse un disoccupato”. – “Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi”. – “Che fare? La rivoluzione. Dove? In se stessi. Come? Con la carità”. – “Amare la povera gente, amare le persone infelici, amare lo sconosciuto, amare il prossimo che è ai margini della società, amare lo straniero che vive vicino a noi”. – “Amarsi gli uni con gli altri, amarsi tutti. Non a orari fissi, ma per tutta la vita. La sola verità è amarsi”.

  • Collatio

–       Identifico e do un nome ai nuovi “lebbrosi” del contesto sociale in cui vivo.

–       Che suscita in me l’invito pressante di Follereau: guerra contro l’egoismo e la paura del fratello?

–       Concretamente, nella mia vita, come cerco di collegare la mia fede nel Signore con il suo comandamento: “amatevi come io vi ho amato”?

  • Oratio (spontanea)

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6 Dio mi parla… oggi

  • “In Lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28). “Egli ha fatto tutto e senza di Lui niente è stato fatto” (Gv 1,3). Dobbiamo imparare a cogliere i segni della presenza di Dio. La fede cristiana non è semplicemente qualcosa che si conosce (sarebbe ideologia o filosofia). E’ piuttosto l’esperienza di una scoperta, un incontro, una “presenza”. La fede autentica nasce e si sviluppa come una relazione personale, libera e responsabile; come libera risposta a un dono.

Giovanni  (4, 1-15)

Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe, suo figlio; qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”. I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Gli disse la donna: “Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?”. Rispose Gesù: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”.

…la più convincente esperienza… (Anonimo 8)

Il valoroso soldato di Cristo, non evitando il contatto con gli appestati e i cadaveri, fu contagiato dalla stessa malattia. Appena se ne rese conto, si confessò, ricevette il santissimo sacramento dell’altare e si affidò al Signore, sua unica speranza e rifugio. Non parlava né si preoccupava di sé, ma si comportava come se la malattia non fosse sua ed attendeva con pazienza che si compisse la volontà del Signore Iddio. Quando ormai i medici avevano perduto ogni speranza e la morte sembrava sicura, inaspettatamente nel giro di pochi giorni fu fuori pericolo. Subito, sebbene non ben ristabilito, ritornò all’opera intrapresa con maggior fervore di prima. Aveva fatto personalmente la più convincente esperienza che il Signore non abbandona mai quelli che si dedicano al suo servizio, anzi di solito opera cose nuove e mirabili nei suoi servi.

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  • Un mattino di 4 anni fa

Leonardo Mondadori nasce a Milano nel 1946. Laureato in filosofia, inizia la sua attività professionale nella Arnoldo Mondadori; diventa consigliere della fondazione e più tardi ricopre la carica di vicepresidente del gruppo. Appassionato di arte e promotore di numerosi eventi artistici e culturali, sarà anche presidente e amministratore delegato di Retequattro. Nel 1988 fonderà la sua casa editrice, la Leonardo Editore. Uomo prestigioso, ricco e noto, un giorno si converte alla fede cattolica. Il motivo: un mattino, scopre improvvisamente, la sua grave malattia. Lo racconta nelle pagine del suo libro dal titolo “Conversione – una storia personale”. “La vita, per alcuni è cupa, per altri grigia. Per me è radiosa. Ci sono molti elementi che concorrono alla luminosità della mia esistenza attuale: innanzitutto, un mattino di quattro anni fa, ho scoperto, in un colpo solo, di avere un tumore alla tiroide e un carcinoma nel pancreas e al fegato, per cui da allora devo sottopormi ogni giorno alla terapia dell’interferone. Inoltre, svolgo il mio lavoro fra molti contrasti e anche, com’è naturale, qualche disillusione. Infine, anche per colpe mie, sono lontano da colei che, malgrado un divorzio, nella prospettiva cristiana resta mia moglie e che mi ha dato una figlia, mentre gli altri due figli sono venuti dal mio secondo matrimonio. Eppure godo di una vita cristiana vibrante. Ed è questa visione di fede che, malgrado tutto, rende la mia esistenza radiosa”. Nel libro racconta la sua esperienza e affronta diversi temi etici, tra i quali: l’indissolubilità del matrimonio; i rapporti prematrimoniali; l’attuale dissociazione tra sesso e amore; l’interruzione della gravidanza. Scrive: “Senza la misteriosa prospettiva della fede, la morale cristiana appare incomprensibile”. E prosegue: “C’è un laicismo disinformato – lo incontro di continuo – che dà al cristianesimo un’immagine caricaturale. E’ quello che sostiene che questa religione sarebbe la nemica implacabile della sessualità e dell’eros. Beh, io dico che basterebbe leggere, nell’Antico Testamento, il Cantico dei cantici, o alle molti riflessioni che Giovanni Paolo II ha dedicato all’amore, pure a quello umano per rendersi conto di che cosa sia la fede vera, anche in materia sessuale”. Il tumore ha il sopravvento, e Leonardo muore il 13 dicembre 2002. E’ stata proprio lei, la malattia, a fargli scoprire la perla preziosa e il tesoro nascosto di cui parla il Vangelo, il senso della vita e l’onnipotenza misericordiosa della tenerezza di Dio.

  • Collatio

–       Come sento e vivo gli eventi e gli avvenimenti mondiali, locali, familiari e personali? Considero l’ipotesi che attraverso di essi Dio può parlarmi?

–       Che cosa mi suggerisce questa affermazione: “Ogni nostra singola storia personale, è “abitata” da noi e da Dio”?

–        Rivedo la mia storia e condivido qualche ricordo particolare di fatti, situazioni, eventi e persone in cui sono giunto alla consapevolezza del messaggio di Dio.

  • Oratio (spontanea)

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 7 Quando il Cielo sembra vuoto
  • Ci sono dei momenti in cui “credere” non è affatto facile. E’ il momento della prova, della notte oscura, della solitudine e del Cielo che sembra vuoto. Dio rimane “silenzioso”.

Matteo (2, 14-20)

Allora Gesù andò con loro in un podere chiamato Getsemani, e disse ai discepoli: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”. E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. E, avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu”. Poi tornò ai discepoli e li trovò che dormivano.

Matteo (27, 45-50)

Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: “Costui chiama Elia”. E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevuta di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. Gli altri dicevano: “Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!”. E Gesù, emesso un alto grido spirò.

Girolamo (5 Lett 5)

“…pregate Dio che vi dia la grazia di comprendere la sua volontà in queste tribolazioni e di eseguirla”.

(2 Lett 2-3)

Poiché il nostro fine è Dio, fonte di ogni bene, dobbiamo confidare in lui solo e non in altri, come diciamo nella nostra orazione; il benignissimo Signore nostro ha voluto mettervi alla prova, per accrescere in voi la fede, senza la fede infatti, dice l’Evangelista, Cristo non può compiere molti miracoli, e per esaudire l’orazione santa che gli fate.

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  • La notte oscura

Madre Teresa di Calcutta ha affascinato e continua ad affascinare, nonostante siano già passati alcuni anni dalla sua morte. Padre Brian Kolodiejchuk, postulatore della causa di canonizzazione della religiosa, ha pubblicato un libro storico (“Mother Teresa: Come be my light”, 2007) che rivela aspetti prima sconosciuti della sua vita interiore, attraverso la corrispondenza che ella ebbe con i suoi direttori spirituali per circa 60 anni. Visse per anni una costante “oscurità”, sentendosi abbandonata da Dio, ma decisa ad “amarlo come non era mai stato amato prima”. La sua fede eroica e salda, la sua fedeltà, il coraggio e la gioia durante questo doloroso e prolungato periodo di prova, fanno risaltare ancor più la sua santità. Il libro rivela anche la sua identificazione con i più poveri dei poveri che ella servì. Comprese che l’ “oscurità” era il “lato spirituale del suo lavoro”. Nel treno da Calcutta a Darjeeling ricevette l’ispirazione di iniziare la sua opera. Secondo quanto si deduce dalle sue lettere, tutto iniziò il 10 settembre. Gesù le parlò per mezzo di una locuzione interiore; le chiese di uscire dall’ordine di Loreto e di iniziare il suo lavoro con i poveri. Sperimentò per vari mesi una profonda unione mistica. Ma curiosamente, sembra che con l’inizio del servizio ai poveri sia calata su di lei un’oscurità opprimente, una grande prova interiore che la portò persino a dire: “C’e tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il Cielo non significa nulla per me: mi sembra un luogo vuoto”. In questi anni Madre Teresa ha parole che nessuno avrebbe sospettato in lei: “Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’inferno è la perdita di Dio… Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del dannato, di Dio che non mi ama, di Dio che non sembra Dio, di Dio che sembra in realtà esistere. Gesù, ti prego, perdona le mie bestemmie” – “Sono stata a punto di dire di no… Mi sento come se qualcosa stesse per rompere in me in qualsiasi momento”. E in altra occasione: “Prega per me, che non rifiuti Dio in quest’ora. Non voglio, ma temo di poterlo fare”. Sente una solitudine impressionante, che sembra far vacillare persino la sua fede: “Signore mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? Chiamo, mi aggrappo, amo però nessuno mi risponde, nessuno a cui afferrarmi, no, nessuno. Sola, dov’è la mia fede? Persino nel più profondo non c’è nulla, eccetto vuoto e oscurità, mio Dio”.  Sempre senza venir minimamente meno alla sua fede e al suo desiderio di compiere la Volontà di Dio, afferma: “Gesù, ascolta la mia preghiera, se ciò ti è gradito. Non guardare i miei sentimenti, non guardare neanche il mio dolore”. Leggendo queste righe, impressiona profondamente pensare che una donna che si dedicò completamente ai più poveri fra i poveri, che sembrava riconoscere Gesù in tutto quello che faceva, che comunicava Dio da tutti i pori, vivesse in un’oscurità e una desolazione così profonde. E ciò che la rende più straordinaria ancora è il fatto che fosse capace di vivere tutto questo non un anno o due, ma per quasi 50 anni, nascondendolo allo sguardo degli altri. Questo fatto, il silenzio che osservava su se stessa, rende ancora più bello il fiore della notte di Madre Teresa. Con la Grazia di Dio riuscì a nascondere tutto questo tormento sotto un sorriso perenne.

  • Collatio

–       Nel mio cammino di fede ho fatto esperienza del “silenzio di Dio”? o delle difficoltà di qualche persona a me vicina?

–       Che sentimenti suscita in me la storia di Madre Teresa?

–       Che fare in queste circostanze? Come aiutarci?

  • Oratio (spontanea) 

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8 Rimanete in me

  • La fede non è certo riducibile all’esperienza di un moralismo soffocante. La mia esistenza credente non nasce da una costrizione, né si sviluppa sotto il segno di un dovere che mi s’impone dall’esterno. E’ una relazione personale e diretta con il Signore, che si apre alla testimonianza, sempre in favore di altri.

Giovanni  (15, 1-17)

Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il sevo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comanda: amatevi gli uni gli altri.

Girolamo (2 Lett 7)

“…Dio non compie le sue opere in quelli che non hanno posto tutta la loro fede e speranza in lui solo”.

(La nostra orazione): “Confidiamo nel nostro Signore benignissimo e abbiamo vera speranza in lui solo, perché tutti coloro che sperano in lui, non saranno confusi in eterno, e saranno stabili, fondati sopra la ferma pietra”.

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  • Rimanete nel mio amore…

Chiara Amirante, nata a Roma il 20 luglio 1966, è la fondatrice della “Comunità Nuovi Orizzonti”. Laureata in Scienze Politiche all’università La Sapienza di Roma, ha iniziato negli anni ’90 ad incontrare alla stazione Termini il “popolo della notte”: ragazzi con problemi di tossicodipendenza, alcolismo, prostituzione, AIDS, carcere. Nel 1987, in un momento particolare della sua vita lei stessa racconta che accadde qualcosa di straordinario che le cambiò la vita: “Ho sempre cercato, come penso faccia ogni persona, qualcosa capace di dare un senso profondo alla mia esistenza. Una frase del Vangelo mi ha raggiunto come una folgorazione: “Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”. All’età di 21 anni affronta una grave situazione di malattia sperimentando come il Vangelo potesse essere l’unica vera risposta alle aspirazione di ogni cuore umano. Una volta guarita, inizia nel 1990 ad andare in strada per rispondere all’emergenza di un imponente disagio sociale, proponendo il Vangelo come via di rinascita da qualsiasi situazione. “Ho iniziato a recarmi di notte in strada spinta da un semplice desiderio: condividere la gioia dell’incontro con Cristo risorto proprio con quei fratelli che erano più disperati.Non immaginavo davvero di incontrare un popolo così sterminato di giovani soli, emarginati, sfregiati nella profondità del cuore e della dignità, vittime dei terribili tentacoli di piovre infernali e della più infame delle schiavitù. Quante ragazze vendute come schiave e costrette a svendere il loro corpo a gente senza scrupoli. Quanti giovani distrutti, imprigionati dall’illusione di un paradiso artificiale che ha ucciso loro l’anima. Quante grida silenziose e lancinanti mai ascoltate da nessuno; quanta disperazione, rabbia, violenza, devianza, criminalità… ma quanta incredibile sete di amore, di Dio proprio là, nella profondità delle tenebre degli inferi della strada. Ho provato con un certo timore e tremore ad entrare in punta di piedi nelle storie delle persone che abitavano le zone più ‘calde’ della città e subito sono rimasta impressionata dalla sete di ascolto, di verità, di pace, di amore di Dio, proprio in mezzo a quell’inferno. Nel 1993, Chiara Amirante fonda l’Associazione di volontariato “Nuovi Orizzonti” e nel 1994 apre la prima comunità residenziale di accoglienza a Roma. La Comunità Nuovi Orizzonti, oggi, realizza azioni di solidarietà a sostegno di chi vive situazioni di grave difficoltà; svolge la sua attività avendo presenti tutte le realtà di emarginazione sociale, in modo particolare del mondo giovanile. “E’ davvero urgente che ci mettiamo in ascolto del silenzioso e terribile grido del popolo della notte che ogni giorno si leva verso il cielo. Sono troppi i nostri fratelli disperati che continuano a morire ogni giorno nei deserti delle nostre città. Ciascuno di noi può fare ben poco, ma insieme a Colui che è l’Amore possiamo inventarcene di tutti i colori per colorare di cielo gli inferni del mondo. Una cosa è certa: l’Amore fa miracoli!”.

“Sì, solo l’Amore può scardinare i muri dell’indifferenza che imprigionano l’anima in una solitudine mortale. Solo L’Amore può distruggere l’angoscia di cuori impietriti dall’odio e dalla violenza. Solo l’Amore può ridare speranza a chi, colpito dalle più terribili sferzate della vita, giace prostrato nella disperazione. Solo l’Amore può far germogliare la Gioia di vivere nei deserti dell’umanità!!”.

 

  • Collatio

–       Come cerco di tradurre concretamente nel mio cammino di fede l’invito del Signore: “Rimanete in me”?

–       Cosa mi suggerisce il desiderio di Chiara Amirante: “…Condividere la gioia dell’incontro con Cristo risorto con i fratelli più disperati”?

  • Oratio (spontanea)

 

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9 Tuo Padre vede nel segreto
  • “Pregare” è essere presenti a tutto l’universo, quello visibile che si raggiunge con i sensi, e quello delle cose invisibili che si tocca mediante la fede. E’ “guardare”, pensare, parlare, supplicare… e aprire il proprio cuore ad una Presenza. E’ riconoscere la presa di possesso di Dio su noi stessi. E’ un atto che suppone molto coraggio e abbandono di sé ad un’attività di Cristo in noi. E’ “pensare” a Lui, amandolo. La preghiera è opera dell’amore.

 

Matteo  (4, 1-15)

Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: “Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

…tutto solo in una grotta… (Anonimo 15)

La divina volontà permise che scoppiasse nel Bergamasco una malattia epidemica, poco conosciuta dai medici, la quale portava alla morte in quattordici o più giorni. Il santo dimorava in valle San Martino insieme a molti dei suoi. A volte si allontanava da loro per ritirarsi tutto solo in una grotta ed immergersi nelle sue contemplazioni. Durante l’epidemia uno dei suoi contrasse la malattia e in pochi giorni fu ridotto agli estremi. Iddio benignissimo… permise che anche Girolamo contraesse la stessa malattia pestilenziale. Oppresso gravemente dal male, in quattro giorni rese l’anima al suo Creatore. Coloro che erano presenti raccontano che era sostenuto da tale costante forza di spirito, che mai mostrò nessun segno di paura, anzi diceva di aver fatto i suoi patti con Cristo. Esortava tutti a seguire la via del Crocifisso, a disprezzare il mondo, ad amarsi l’un l’altro ed aver cura dei poveri; assicurava che coloro che compiono tali opere non sono mai abbandonati da Dio.

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  • Racconti di un pellegrino russo

L’anonimo autore dei Racconti nacque agli inizi del secolo XIX in un villaggio della provincia di Orel, circa 350 chilometri a sud di Mosca, da una famiglia di contadini. Rimasto orfano a tre anni d’entrambi i genitori, non ebbe vita facile a contatto del fratello maggiore. Costui, soggetto violento, provocò al futuro pellegrino l’anchilosi del braccio destro, rendendolo inabile al lavoro dei campi, e successivamente dette fuoco alla casa paterna. Nel frattempo il Pellegrino aveva potuto apprendere a leggere e scrivere, si era sposato, condividendo con la moglie un’intensa vita spirituale: preghiera mattutina dell’akathistos, il lungo inno alla Madre di Dio che viene cantato stando in piedi (da cui il nome), e mille prostrazioni la sera prima di coricarsi. Morta la moglie, la vita del Pellegrino registra un radicale mutamento. Da sedentario si fa nomade, perseguendo d’or innanzi un unico intento: riversare la propria anima nell’orazione. Lo ha infatti segnato, come fosse un marchio indelebile, l’invito dell’Apostolo alla preghiera incessante (1 Ts 5,17) che fluisca “sempre, in ogni tempo, in ogni luogo, non solo durante qualsiasi occupazione, non solo vegliando ma persino dormendo”. E’ vero che egli ha sentito più volte parlare della “preghiera interiore perpetua (che) è la tensione dello spirito verso Dio”, ma fino a quel momento nessuno gliene aveva indicato il metodo. Finalmente uno starec lo introduce nella pratica della preghiera del cuore. “Esiste una preghiera segreta dentro l’uomo, ed egli non sa neppure come gli operi inconsapevolmente nell’anima, spingendolo all’orazione, secondo le sue possibilità”. E’ quindi necessario ridestare nel cuore la “memoria di Dio”. A questo scopo basterà “immergersi più spesso silenziosamente nel proprio cuore e invocare più frequentemente il nome illuminante di Gesù Cristo”. Per raggiungere questa “attività incessante del cuore” lo starec esige al Pellegrino che ripeta ogni giorno, inizialmente tremila, poi seimila e infine dodicimila volte, l’invocazione divenuta classica nella tradizione esicasta: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore”. Per questo dovrà “alzarsi un po’ prima e andare a letto un po’ più tardi”. Da questo momento il racconto del Pellegrino si snoda come una “cronaca della stupefatta ed ebbra convivenza con la preghiera del Nome”. Racconto che riserva una serie di vicissitudini a dir poco rocambolesche, le quali fanno del protagonista “un veggente, un medico e un guaritore”, ma soprattutto un uomo assetato di Dio e bruciato dal desiderio di vivere in costante comunione con lui.

  • Collatio

–       Ripercorro il mio cammino di preghiera personale e cerco di descriverlo nelle sue diverse tappe.

–       Quali difficoltà ho incontrato e incontro nella preghiera personale? Come intento superare queste difficoltà?

–       Come mi è di aiuto e di sostegno la mia comunità ecclesiale, nel “camminare insieme” nella fede?

  • Oratio (spontanea)

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 10 La “manna” quotidiana
  • Ogni giorno ci è data una Parola, come la “manna” che nutrì un tempo Israele. La giornata, qualsiasi giornata, diventa allora “grembo” che accoglie e assieme partorisce una Parola sempre nuova di Dio. Così nasce e rinasce in continuazione la fede, che fa nuova la vita e rende ogni giornata “giorno che ha fatto il Signore” (Sal 118, 24).

 

Esodo  (16, 1-15)

Levarono l’accampamento da Elim e tutta la comunità degli Israeliti arrivò al deserto di Sin, che si trova tra Elim e il Sinai, il quindici del secondo mese dopo la loro uscita dal paese d’Egitto. Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: “Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine”. Allora il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che raccoglieranno ogni altro giorno”. Mosè e Aronne dissero a tutti gli Israeliti: “Questa sera saprete che il Signore vi ha fatti uscire dal paese d’Egitto; domani mattina vedrete la Gloria del Signore; poiché egli ha inteso le vostre mormorazioni contro di lui”. Alla sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Poi lo strato di rugiada svanì ed ecco sulla superficie del deserto c’era una cosa minuta e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: Man hu: che cos’è?”, perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: “E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo. Ecco che cosa comanda il Signore: Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda”.

 Girolamo (3 Lett 1)

Signor Lodovico, carissimo in Cristo. Mi pare che mi potete comprendere, purtroppo somigliamo alla semente, che cade tra le pietre, cioè a quelli che “credono per un cero tempo, ma nell’ora della prova vengono meno”.

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Osservazioni

–       La fede non nasce dal nulla o da una adesione a occhi chiusi a una verità che ci supera o a un mistero per altro irraggiungibile, ma nasce da una constatazione, e da una lettura in profondità della propria storia.

–       Un metodo utile e prezioso per la lettura del proprio vissuto è quello di utilizzare la Bibbia come “manna”, come sfondo interpretativo. Le “categorie bibliche” consentono di cogliere nella propria vita il compimento di un’autentica storia di salvezza (la mia storia di salvezza che si realizza oggi).

–       Categorie bibliche, infatti, sono quegli eventi centrali della vicenda di Israele, la storia-madre di ogni storia di salvezza, che il credente impara progressivamente a riconoscere anche nella misura piccola e limitata della sua esistenza: l’elezione, la prova, la caduta, la schiavitù, la lotta, la liberazione, il mar Rosso, il deserto, la manna, la terra promessa, Gesù Cristo…

–       Leggere così la vita vuol dire riscoprire le innumerevoli seduzioni e attenzioni divine di cui si è stati oggetto. Ma vuol dire soprattutto disporre di piste orientative, come delle direttrici di marcia che, senza nulla togliere all’assoluta originalità di ogni vicenda terrena, consentono di farne una lettura coerente e integrale, mirata e provvidenziale, in cui tutto concorre a evidenziare l’ostinata volontà di salvezza divina.

–       La Parola mi permette anche di fare una nuova lettura e dare un nuovo significato al mio passato (con le sue componenti positive e negative), riappropriandomi della mia esistenza già trascorsa, comprese le eventuali ferite, inconsistenze e debolezze… e fare esperienza della misericordia divina e della potenza della grazia che salva (cfr. Rm 7, 15-24; 2 Cor 12, 7-10).

–        Ma non basta guardare il proprio passato per alimentare la fede. Essere credente significa, oggi, affrontare ogni situazione con la certezza in cuore di poter contare su Dio.

–       E’ nell’ordinarietà del quotidiano che la fede trova il suo ambiente e pure il suo alimento naturale. Una fede “feriale” capace di tessere sempre più la trama dei giorni, di unire tra loro le attività quotidiane, come stile ordinario di vita, che le dà colore e calore:

  • fede come dono,
  • fede come preghiera e celebrazione,
  • fede vissuta e tradotta in opere,
  • fede condivisa con i fratelli credenti,
  • fede annunciata a tutti.

–       Credere quindi con il cuore, con le mani, coi piedi, con la fantasia, di giorno e di notte, nell’abbondanza e nell’indigenza, nella vita e nella morte.

  • Collatio

–       Condividiamo le osservazioni.

–       Suggerimento: identificare liberamente e nella misura possibile, un impegno comune di gruppo.

  • Oratio (spontanea)

  

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EDUCARE IL CUORE dell’UOMO 500 anni da un evento di liberazione ed educazione

EDUCARE IL CUORE dell’UOMO
500 anni da un evento di liberazione ed educazione

[Intervento del Preposito generale oggi, 21 agosto 2012, ore 15, al Meeting di Rimini]


Introduzione

 Il cuore non è in vendita

 Mi ha sempre colpito quest’affermazione di Gustave Flaubert: “un cuore è una ricchezza che non si vende e non si compra”. Ricchezza originale quella del cuore se non va sotto le regole assolute ed incontestabili del mercato! Proviamo allora a capire perché non si vende e non si compra.
Il cuore è una ricchezza particolare perché la si può ottenere in origine solamente nella forma del dono, e la sia aumenta attraverso la dinamica (cfr. l’etimo greco dunamis) del regalo. Si tratta dell’unico caso in cui ciò che si regala non si perde, da parte di chi dona, ma si moltiplica, tanto per chi dà come per chi riceve. Ecco allora la prima singolarità della ricchezza del cuore: proviene da un dono e vuol essere moltiplicata donando.
Il cuore è poi ricchezza singolare perché non si compra, essa passa, potremmo dire, “sul mercato della società e della cultura” solo ed unicamente attraverso la scommessa dell’educazione. Educare è esattamente il contrario di vendere-comprare, è un tirare fuori (cfr. l’etimo latino e-ducere), è estrarre da una situazione complessa e complicata (irrisolvibile da soli) per essere messi sulla strada della libertà. Una libertà non vuota ed asettica, come la vorrebbe la dittatura del relativismo, ma una libertà piena di senso e per questo capace di futuro.
Tutto questo è quanto capitato a san Girolamo Emiliani 501 anni fa, e che spiega ancor oggi la possibilità di educare il cuore. E’ quanto cercherò di far intuire con questo mio intervento, ma che ha nella mostra a lui dedicata in questo Meeting 2012 (dal titolo: Hai spezzato le mie catene e mi hai preso per mano)  un’interpretazione efficace e coinvolgente per chi la vorrà visitare.
Infine educare il cuore è in perfetta sintonia col tema del Meeting 2012 “La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito”: cosa meglio del cuore esprime è contiene l’infinito? Pascal afferma che solo il cuore dell’uomo è uno spazio spirituale e per questo più grande dell’universo intero, ed Agostino con una meravigliosa sintesi definisce l’uomo come capax Dei. Così il cuore dell’uomo per realizzare le potenzialità spirituali in grado di assumere l’universo o trovare il senso della propria “capacità di Dio”, altra strada da intraprendere non ha se non quella dell’educazione.

 … eppure lo abbiamo venduto o cercato di comprare!

Leggo un’analisi della situazione, per alcuni forse un po’ datata, ma estremamente contemporanea e post-moderna:
“quando un popolo divorato dalla sete di libertà si trova ad avere coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade che i governanti pronti ad esaudire le richieste dei sempre più esigenti sudditi vengano chiamati despoti. Accade che chi si dimostra disciplinato venga dipinto come un uomo senza carattere o come un servo. Accade che il padre impaurito finisca col trattare i figli come suoi pari e non è più rispettato; che il maestro non osi rimproverare gli scolari e che questi si facciano beffe di lui; che i giovani pretendano gli stessi diritti dei vecchi e per non sembrare troppo severi i vecchi li accontentino. In tale clima di libertà, ed in nome della medesima, non v’è più rispetto e riguardo per nessuno. E in mezzo a tanta licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia” (Platone, Repubblica X).
Ora mi rapporto con altre analisi più vicine a nostri giorni:
“anch’io, come chiunque altro, ho in me fin dalla nascita, un centro di gravità, che neanche la più pazza educazione è riuscita a spostare. Ce l’ho ancora questo centro di gravità, ma in un certo qual modo, non c’è più il centro relativo” (Franz Kafka 1883-1924). Commenta il Card. Angelo Comastri: “cioè, sono condannato a cercare ciò che penso non ci sia, perché sono convinto che il tempo sia vuoto! Situazione tragica dell’uomo contemporaneo!”: si tratta dell’unica educazione possibile in una cultura relativista e da pensiero debole = cercare senza poter mai trovare, (opposto della proposta di S. Agostino), gravitare nel vuoto, perché non esiste alcuna relazione ferma.
“oggi si riceve una educazione comune, obbligatoria e sbagliata, che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno le spranghe…tutti sono pronti al gioco al massacro. Pur di avere! L’educazione avuta è stata: avere, possedere, distruggere” (Pierpaolo Pasolini, ultima intervista, apparsa postuma su Tuttolibri novembre 1975) e concludeva: “io scendo all’inferno. Ma state attenti: l’inferno sta salendo da voi”.  Parole di una profezia laica conclusa come tutti sappiamo pochi giorni dopo tale intervista.
Durante tutte queste analisi non sono mancate voci critiche, alla ricerca delle cause di tale situazione e di indicazioni di possibili terapie per  sanarla. Riporto in sintesi alcune di queste voce, tutte laiche o perlomeno non giudicabili come cattoliche.
• “Nessuna epoca ha saputo meno della nostra che cosa sia l’uomo” (M. Heidegger);
• “Esorto il mondo a osare di guardare in faccia la realtà. L’uomo è divenuto un superuomo riguardo al potere. Ma – ecco il fatto pericolosissimo e nefasto – più cresce il potere dell’uomo e più l’uomo diventa un pover’uomo. Le nostre coscienze non possono non essere scosse da questa considerazione: più cresciamo e diventiamo superuomini, più siamo disumani” (A. Schweitzer alla consegna del Nobel per la pace nel 1952);
• “oggi il massimo potere si unisce al massimo vuoto; e il massimo di capacità va insieme al minimo sapere intorno agli scopi ultimi della vita” (Hans Jonas 1903-1993).

Le tre voci che ho appena riportato vanno verso il tentativo di individuare una cultura capace di proporre alla società di:
• tornare al centralismo dell’antropologia (= sapere cos’è l’uomo prima di sapere di cosa l’uomo è capace o può fare); Heidegger
• rifarsi a un sano realismo, che trova nella coscienza il luogo del giudizio e della misura sulle possibilità d’azione; Schweitzer
• ritornare ad un sapere forte sulle finalità dell’uomo; Jonas.

In tutto questo muoversi ed interrogarsi vanno posti i numerosi tentativi sempre conclusi in un nulla di fatto delle riforme scolastiche proposte negli ultimi decenni in Italia. Sono a tutti noti i supporti didattici di una riforma basata sulle tre C (conoscenze, competenze, capacità), o quella più mercantilmente appetibile delle tre I (inglese, internet, impresa). Ci si è dimenticati, che se si vuole veramente riformare (e riforma è una parola che viene da lontano, ed ha nell’inizio del secolo XVI – quello di Girolamo Emiliani – un passaggio critico fondamentale) bisogna basarsi su una C ed una E (non si tratta di Comunità Europea), ossia sulla ricchezza del cuore e sulla dinamica dell’educazione.
1. CUORE ed EDUCAZIONE: l’esperienza di Girolamo Emiliani

Vengo dunque al tema assegnatomi, educare il cuore, leggendolo non attraverso un’analisi psicologica o una prospettiva di tecnica didattica (cose queste possibili, ed anche serie), ma attraverso una concreta esperienza di vita. Si tratta della vita di un uomo d’inizio ‘500 che all’età di 25 anni si ritrovò improvvisamente in carcere e, 26 anni dopo quella sconfitta, è descritto da un suo amico come pronto per il Paradiso ed in grado di consegnare ai suoi compagni un’eredità che a distanza di 5 secoli non si è ancora esaurita. Questo giovane era il patrizio veneto Girolamo Miani Capitano della Serenissima Repubblica, al momento della sconfitta, e Soldato di Cristo al momento della vittoria.
Nel rileggere l’esperienza di vita del mio Fondatore, verificandola con la storia della Compagnia da lui iniziata (oggi l’Ordine dei Chierici Regolari Somaschi), ed anche con la mia personale esperienza di educatore ed insegnante (sono in Congregazione da 35 anni e di questi 20 passati tra banchi di scuola), penso di poterla schematizzare in quattro passaggi.

• La precedenza del passivo
Girolamo conosce se stesso qual è veramente, con tutte le sue sofferenze e debolezze, e quale potrebbe essere, non da una ricerca psicologica su se stesso, o da una programmazione esistenziale (= preparazione di una carriera), ma a partire da un evento; e per di più da un evento di sconfitta. Quanto celebriamo quest’anno è proprio questo: riconoscere che una sconfitta, invece di diventare frustrazione e morte, si è trasformata in nuova occasione (un suo amico la definisce occasione della Provvidenza) e strumento di vita e risurrezione per se e per altri. L’esperienza del mese di carcere è stata per lui come il tempo della gestazione, l’utero in cui ha avvertito una presenza che lo preparava alla vita. Lì ha imparato su se stesso che non c’è luogo e persona senza Dio, ma che Dio gli è al fianco e lo solleva: quello che conta non è trovare Dio, ma lasciarsi trovare da Lui … ed a volte Dio ci permette di scendere fino all’inferno perché poi possa prenderci per mano. Da quell’inferno ne esce “miracolosamente” libero, ma non basta, c’è una strada da percorrere. Anche questa non può essere condotta in solitario. Non basta conoscere la meta, c’è bisogno di qualcuno che mi indichi i passi, mi sostenga nelle difficoltà, mi rincuori nella fatica, se no la libertà appena acquisita rischia di trasformarsi in nuovo carcere, esternamente più ampio, ma infinitamente più insensato. Girolamo ha fatto questa esperienza in quel mese (27 agosto – 27 settembre 1511) e soprattutto in quella notte (tra il 27 e 28 settembre 1511): una esperienza che lo ha educato, e che prima di aprirgli le porte del carcere fisico, gli ha aperto e continuato a tenergli aperte le porte del suo cuore.
Senza questa esperienza che definisco precedenza del passivo, non sarebbe successo nulla nella sua vita di quanto lo portò ad essere organizzatore di opere di carità educativa e Fondatore, non sarebbe successa una storia che continua a richiamarsi a lui da 5 secoli ed ora estesa in 5 continenti, io non mi troverei qui a parlare con voi, come non mi sarei trovato ad incontrare centinaia di giovani nei luoghi più diversi di questa terra. La precedenza del passivo mi assicura che posso educare, perché sono stato prima educato, posso amare (e ci riesco ad amare) perché sono stato prima amato (1Gv 4,10).

• Il presente d’incarnazione
C’è un’espressione che ritorna con forza negli scritti di Girolamo, e che viene ben osservata e quasi stenografata dal suo amico (Anonimo): quest’espressione è resa con la formuletta “stare con”. Si tratta di stare con Cristo, ma questo stare con Cristo ha un’esigenza, quella di stare con i fratelli, e tra questi con i più piccoli, perché sono loro (i più piccoli) che meglio rappresentano Cristo. Questo stare con è l’esperienza del discepolo nei confronti del Maestro (Mc 3, 14: li costituì perché stessero con Lui), che si trasforma immediatamente in funzione educativa (Mc 3, 15: per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni). Come si comporta Cristo con i discepoli, così deve essere per i discepoli con la gente a cui sono mandati. Di questo Girolamo ne era non solo convinto, ma ne diventa testimone vivente ed attraente. Due affermazioni della prima biografia, scritta da un amico rimasto volutamente Anonimo, attestano questo stare con. La prima riguarda proprio l’esperienza d’amicizia: nell’indicargli ad uno ad uno i suoi ragazzi e l’insieme della casa-scuola-bottega da lui avviata l’amico ricorda che “mi invitava in lacrime a fare vita in comune con lui”. La seconda è la testimonianza eroica del non abbandonare mai i suoi piccoli, neppure nella malattia, ma di affermare “con questi miei fratelli più piccoli io voglio vivere e morire”, e questo lo può dire per aver fatto prima l’esperienza che il Signore non abbandona mai.
Chiamo quest’atteggiamento di Girolamo con un’espressione resa famosa ultimamente da Daniel Pennac nel suo libro Diario di Scuola e specificata come presente d’incarnazione. Non credo che Pennac intendesse la valenza cristologica di tale formula, ma Girolamo Emiliani non ne ha avuto mai dubbi che fosse proprio così. Nello stare con i piccoli sta con Cristo, e come Cristo diventa strumento di salvezza: educare è salvare alla vita piena. L’educatore che salva è colui che sta qui ora con me, che non mi abbandona, che ricomincia ad ogni passo, che prima di giudicarmi mi ama e se mi giudica è perché mi ama! Un’esperienza così è possibile solo come previa educazione del cuore.

• I verbi ausiliari dell’educazione del cuore
Girolamo ha vissuto da educatore in una situazione socio-culturale fragile e di confine, non molto differente da quella di oggi. Il suo stile, acquisito dall’esperienza di essere stato trovato ed accompagnato da Dio, si è presentato come un continuo prendersi cura dei suoi fratelli più piccoli costruendo una relazione educativa ben supportata da particolari attenzioni. Raccoglierei oggi tali attenzioni in uno schema verbale che chiamerei i verbi ausiliari dell’educazione. Ne faccio un breve e veloce elenco, che non intende essere esauriente, ma che ogni educatore può provare a continuare scavando nella sua esperienza e nelle relazioni che ha intessuto nella vita (indico solo verbi che iniziano con la lettera A lasciando ad ognuno di seguire in ordine alfabetico: B, C, ecc.).
Ascoltare: attitudine a lasciar parlare l’altro, a creare le condizioni perché l’altro possa parlare; ascoltare è far parlare, è dare parola e dare la parola (cfr. ob-audire: dare, prestare ascolto, contro la logica dell’audience che è fare ascolto). Educo se faccio parlare i giovani: non sapendo più ascoltare hanno perso anche la capacità di parlare.
Accogliere: è fare spazio dentro di sé all’altro … è tenere e mantenere uno spazio dentro di sé per l’altro … è dare tempo all’altro. Accogliere fa sentire all’altro, che riconosco come mio fratello più piccolo, tutto il suo valore e la sua unicità prima della sua possibile utilità.
Attendere: non avere fretta, non correre e non rincorrere … rispettare i tempi dell’altro, avere pazienza (cfr. è questa la virtù più citata e ricorrente nelle lettere e preghiere di Girolamo Emiliani), non confondere i mezzi (p. es. il programma scolastico o le condizioni esterne) con i fini che sono le singole persone, con i loro nomi ed i loro talenti.
Accorgersi: l’antica affermazione, risalente a san Giovanni Bosco, che l’educazione è cosa del cuore indica un movimento ben preciso: dirigersi verso il cuore (l’etimo di accorgersi è proprio ire ad cor). Si tratta di saper stare vicino al cuore: intuire lo sguardo smarrito, spaventato, silenzioso dell’altro, … leggere nel silenzio come nell’aggressività della voce, distinguere l’esterno aggressivo dall’interno che domanda aiuto e comprensione.
Accompagnare: l’educatore è chi fa la strada insieme con l’altro; è colui che per primo dà la mano; è colui che aiuta ad interrogarsi sul perché; è colui che orienta (non impone una strada all’altro, ma gli indica dove porta e per dove passa = l’etimo di met-odo).
A questi verbi ausiliari se ne possono associare altri: ammonire (= aiutare a pensare, a custodire, a fare memoria), annunciare (ovviamente le “buone notizie”, celebrando la “strategia del positivo” non la vittoria della cronaca o la forza del negativo), ammirare, aggregare, animare.
Di tutti questi verbi ausiliari trovo conferma viva nel metodo educativo del mio Fondatore, e se leggo la mia storia personale, quella vera, perché sofferta nella relazione dialogica con ogni giovane incontrato cuore a cuore, non posso che verificarne l’efficacia positiva: l’educazione del cuore passa attraverso il coniugare quotidianamente questi verbi.

• La Compagnia come luogo educativo
Girolamo chiamò quanto stava sorgendo attorno a lui Compagnia dei servi dei poveri. E così veniva colto da quelli che lo avvicinavano: persona capace di mettere insieme molte buone persone sia sacerdoti che laici, di costituire comunità di poveri abbandonati istruiti nella vita cristiana che si guadagnavano da vivere con il loro lavoro. Per Girolamo non poteva essere diverso: educato nella Compagnia del Divino Amore, doveva costituire Compagnie perché i suoi piccoli crescessero educati alla beata vita del santo Vangelo e da buoni cittadini. L’educazione ha bisogno di uno spazio che unisce e riscalda i cuori, senza questo spazio non si educa, perché l’educazione è cosa del cuore ed il cuore non è solitario, ma cresce legandosi con infiniti legami d’amore (Saint-Exupéry, Il piccolo Principe). Questo miracolo di Compagnia continua, e personalmente l’ho sperimentato proprio nella preparazione in compagnia della mostra sul Fondatore: buon sangue non mente. Così mi ha scritto un amico che ha condiviso nel profondo questa esperienza di incontro di carismi:“io mi sono spesso meravigliato di fronte alla ricchezza di vita, di fronte alla tensione umana che ho incontrato nei padri Somaschi, che mi hanno insegnato a guardare a don Giussani come loro guardano San Girolamo. E’ commovente il loro sguardo, segno che la vita diventa più bella quando un carisma la prende” … ma per essere presa da un carisma e diventare più bella, la vita deve essere presa insieme, deve costituire una Compagnia. Dopo tutto non è altro che il mandato di Cristo: da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13. 35). Il cristianesimo è fin dalle origini Compagnia o non è affatto.

2. Le COSTANTI del cuore sono le COSTANTI dell’EDUCAZIONE

All’origine dell’intervento di questo pomeriggio ci sta l’esperienza di un incontro tra due carismi dentro la comune missione educativa nella Chiesa: il carisma di san Girolamo Emiliani e quello di don Luigi Giussani. L’incontro è avvenuto a Corbetta (Mi) a partire dal 1997 ed ha dato vita ad una fondazione canonico-civile per la direzione di un Istituto scolastico paritario. I due carismi sono separati nei loro inizi da più di 4 secoli, ma possono evidenziare, proprio per tale lontananza d’origine nel tempo, le costanti dell’educazione del cuore.  Intendo quindi proporre un breve parallelismo tra i due metodi, non tanto per evidenziarne le differenze, quanto motivare le costanti che la missione educativa richiede e ripropone in ogni generazione.
C’è un aspetto che accomuna le due esperienze ecclesiali e che è facilmente evidenziabile: entrambe nascono in periodi storici che costituiscono cesura tra differenti civiltà e cambio d’epoca, momenti di crisi, ma anche e proprio per questo tempi ricchi di santità. Tralascio l’analisi del periodo storico e procedo unicamente in forma schematica al fine di sottolineare i parallelismi nei due metodi educativi

• Il metodo educativo di san Girolamo Emiliani posto nella cesura tra Medio Evo e Modernità

Girolamo parte da una convinzione cristologica (già precedentemente spiegata, per cui qui viene solamente ripresa) e su tale base pone tre fondamenti all’opera educativa. Eccone lo schema:
a. Stare con se si vuole raggiungere l’intento (cfr 1Let 5), e per Girolamo l’intento corrisponde a costruire  famiglia/chiesa: si tratta di finalità educativa (ne aveva fatto esperienza fin dalla scuola di S. Rocco a Venezia 1528; cfr. rimando alla Mostra presente al Meeting);
b. I tre fondamenti dell’opera: devozione, lavoro, carità (1Let 17). Il termine opera va letto non come istituzione, ma come missione: opera educativa. Per questo i tre fondamenti si costituiscono come gli elementi metodologici della possibilità e “rischio” educativo. I fondamenti sono espressi in un linguaggio biblico-cristiano, forse anche un po’ “devozionistico” proprio dell’epoca. Si devono però all’esperienza che Girolamo aveva fatto di Chiesa ed alla famigliarità che gli era cresciuta con la Sacra Scrittura: in questa precisa esperienza e famigliarità, a dirla con don Giussani, Girolamo trovò la propria ipotesi di senso totale della realtà. Oggi, con un linguaggio un po’ più moderno e psicologico, i tre fondamenti possono essere resi così:
• Devozione: relazione con la realtà come condizione fondamentale di ogni educazione e crescita, realtà come “dono” oggettivamente trovato e non meritato, cercato, pensato; realtà, non virtualità, che sembra oggi l’unica relazione commercializzata ed anche proposta come strumento didattico. E’ ovvio che per il Miani della realtà faccia parte per primo il suo Creatore, e quindi ne consegue il primato della proposta religiosa: preghiera, liturgia, catechesi.
• Lavoro: responsabilità dell’educatore e dell’educando, che porta all’indipendenza ed alla libertà del secondo ed al rendersi “inutile” del primo. Solo chi diventa libero troverà e vivrà la realtà nella sua pienezza e ne sarà responsabili (l’ecologia della coscienza precede quella dell’ambiente). Lavoro per l’educatore è accompagnare ad esperienze di vita adulta (= donare e sapersi donare, fedeltà e perseveranza nelle scelte e nelle relazioni), è far incontrare con la sofferenza (anche con la morte) aprendo a gesti di dedizione (“un volto che si leva dopo aver lenito una sofferenza è raggiante” affermava Antonio Anile, ministro della Sanità di Giovanni Giolitti). Lavoro per l’educando è entrare in tale esperienza da protagonista, mettendoci testa, cuore, braccia e gambe (= l’intera personalità)..
• Carità: si tratta del luogo e della regola in cui è nata la vita e si sviluppa, ossia dell’incontro costante con l’Altro e gli altri in atteggiamento di dialogo. Primo compito dell’educatore è dare tempo, tutto il tempo! La frase più bella di san Girolamo è questa: “accogliete anche questi miei fratelli più piccoli con i quali voglio vivere e morire!”. Supplire al “furto del tempo” con regali, vacanze, sorprese comperate, significa mercanteggiare il dialogo e l’affetto con i soldi o la carriera: come non si può servire Dio e mammona (Mt 6,24), non si può educare e servire mammona!

• Il metodo educativo di don Luigi Giussani posto nella cesura (la nostra) tra Moderno e Post-moderno

Della ricchissima proposta educativa di don Giussani non mi ritengo un esperto, ma per le letture che ho fatto e per le amicizie che intrattengo con tanti sui discepoli, mi permetto di fare una brevissima sintesi del testo Il rischio educativo, richiamandomi in particolare alle pagine 108-120.
a. Posizione precisa di una ipotesi di senso totale della realtà (= il valore della tradizione, come condizione di certezza per l’adolescente). Già nel 1966 Paul Ricoerur sosteneva: “la maggior parte degli uomini manca certamente di giustizia, manca indubbiamente di amore, ma ancor più manca di significato. L’insignificanza del lavoro, del piacere, della sessualità: ecco i problemi di oggi”. I giovani di oggi (ma anche gli adulti, di cui i primi portano l’immagine e le problematiche non risolte) sono stracolmi di esperienze sessuali, ma poveri di amore ed incapaci ad amare (cfr. i fallimenti matrimoniali, uno ogni 33 secondi in Europa come quelli della vita religiosa e sacerdotale, quasi nella stessa percentuale dei primi), sono sazi e pieni di benessere, ma insoddisfatti ed infelici (nell’UE ogni anno muoiono suicidi 58 mila cittadini, numero superiore ai morti per incidenti stradali, omicidi ed AIDS. Il suicidio è la prima causa di morte tra i 14-25 anni in Francia ed USA, la seconda in Italia. In Italia sono depressi 1% dei bambini ed il 3% degli adolescenti). Una ragazza trovata suicida in una stazione di Roma aveva con se uno scritto per i genitori che diceva: “riconosco che mi avete voluto bene, ma…non siete stati capaci di farmi del bene. Mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma…non mi avete dato l’indispensabile: non mi avete indicato un ideale per il quale valesse la pena di vivere!”.
b. Presenza di una ben precisa e reale autorità (= luogo dell’ipotesi di senso della realtà capace di evidenziarla con la coerenza di vita da parte dell’educatore). L’educatore è chiamato ad esprimere la coerenza della propria vita con il senso che dà alla realtà, solo in questo modo è  autorità ed autorevole. Senza tale coerenza acquistano autorità per chi sta formandosi alla vita altri libri emblematici del nostro tempo (cfr La nausea di JP Sartre, o La noia di A. Moravia), la logica del Grande fratello, la mistica di Herry Potter, l’estetica di Basic Instinct, ecc. Aveva già denunciato Italo Calvino che “il territorio che il pensiero laico ha sottratto ai teologi, cade in mano ai negromanti e ai maghi” e si espande nella deriva squallida dei sexy shop, dei venditori delle droghe più diverse e lusinghiere, nello sballo di fine settimana, negli esotici villaggi per vacanza degli occidentali, ecc..
c. Sollecitazione dell’educando ad un impegno personale di verifica dell’ipotesi (= l’esperienza come condizione di una reale maturazione di convinzione personale).
d. Accettazione di un crescente ed equilibrato rischio nel confronto autonomo tra l’ipotesi e la realtà della coscienza dell’educando (= condizione per la maturità della sua libertà).

Penso che non si faccia fatica a ritrovare nei due metodi, distanti nel tempo, ma riferenti all’unico importante, il cuore sia dell’educatore che dell’educando (del maestro e del discepolo, come del padre e del figlio) le costanti di sempre, proprio perché la Natura dell’uomo è rapporto con l’Infinito in tutte le epoche ed in tutte le culture. Se c’è una lingua universale, questa è la lingua del cuore: Girolamo e Giussani la conoscevano questa lingua e c’è l’hanno insegnata.

3. A CUORE APERTO

So che il Meeting è uno spazio aperto, che possono visitare e percorrere tutti, anche i politici e gli operatori pubblici e sociali a tutti i livelli. Ne voglio quindi approfittare, anche perché sono il successo di san Girolamo, un laico che ha vissuto e fatto politica e cultura sociale nel suo tempo, politica e cultura sociale cristiana (anticipando in alcuni elementi la dottrina sociale della Chiesa come è andata sviluppandosi dalla Rerum Novarum al Vaticano II), e ne approfitto elevando tre appelli.

• La Costituzione Italiana all’articolo 3 così recita: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.?È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Non solo si è lontani da questo ideale, ma cresce in Italia come in Europa la nuova tratta di schiavi: donne e minori. Una politica seria e cristiana deve partire dagli ultimi se vuole veramente sostenere anche i primi, e non dividere (anche se in modalità post-moderna) nuovamente tra schiavi e liberi. Come grida Sr. Eugenia Bonetti ormai da quasi vent’anni (1993), e come sperimenta la mia Congregazione che appoggiata da un laicato formato ed impegnato nel sociale più nascosto percorre le strade ed i quartieri disagiati (cfr. esperienza di Segnavia in Lombardia), è giunta l’ora di spezzare le catene per ridare dignità e libertà a migliaia di donne e minori in stato di schiavitù (anche se non italiani per cittadinanza): schiavi che vivono e “lavorano” in mezzo a noi, e forse collaborano anche all’aumento del nostro PIL!

• L’educazione come formazione al lavoro è elemento indispensabile per dare futuro e libertà alle nuove generazioni, oggi più che mai in difficoltà e dimenticate: i nuovi ultimi sono i minori emarginati dal sistema scolastico italiano. Intendo ripetere, utilizzando le sue stesse parole, l’appello che il Rettor Maggiore dei Salesiani ha fatto da questo palco al Meeting 2011: “noi Salesiani d’Italia (io aggiungo noi Somaschi d’Italia) chiediamo fermamente al ministro della Pubblica Istruzione e al ministro del Lavoro, al governo di cui fanno parte e alle Regioni, di valorizzare e di mantenere istituzionalmente l’offerta dei percorsi sperimentali triennali di Formazione Professionale Iniziale, ai quali si possono iscrivere ragazzi e ragazze dopo la scuola media attuale”.

• C’è un altro numero della Costituzione che necessita d’essere rivisitato od interpretato con flessibilità e maggior democrazia, se veramente si vogliono offrire a tutti pari opportunità in materia d’educazione, è il n. 33: “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.?La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.?Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.?La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. …”. Credo sia giunto il tempo si superare questa discriminazione che ci vede ultimi ed “unici” in Europa, a meno che si sia d’accordo con quest’altra logica: “un altro regime che non sia il nostro può ritenere utile rinunziare all’educazione delle giovani generazioni. Noi, no. In questo campo siamo intrattabili: Nostro dev’essere l’insegnamento” (B. Mussolini, alla Camera il 13 maggio 1929).

Veramente l’educazione è cosa seria e bella al contempo, anche se a molti non appare urgente e primaria. Condivido con Paulo Freire che “l’educazione non cambia il mondo: cambia invece le persone che vanno a cambiare il mondo”, e col Cardinal Martini che: “educare è difficile, educare è possibile, educare è prendere coscienza della complessità, educare è cosa del cuore, educare è bello”.

Auguri e preghiera a modo di conclusione

Al termine di questo mio intervento mi piace raccogliere una confidenza di Lenin, riportata da un suo amico ungherese ex-prete e giornalista, Viktor Bede. I due si erano conosciuti a Parigi ed avevano continuato ad incontrarsi anche dopo la nascita dell’URSS. Ecco la confidenza: “fra un secolo non ci sarà altra forma di governo. Tuttavia credo che continuerà a sussistere, sotto le macerie delle attuali istituzioni, la gerarchia cattolica, perché in essa si effettua sistematicamente l’educazione di coloro i quali hanno il compito di guidare gli altri….nel prossimo secolo ci sarà solo una forma di governo, quella sovietica, e una religione, quella cattolica” (i testi di Bede uscirono, non firmati, sull’Osservatore Romano il 23 e 24 settembre 1924). La confidenza è risultata per ora valida solo a metà, ed il segreto del compiersi di quella metà, a distanza di un secolo, sta nella “sistematica educazione di coloro che hanno il compito di guidare gli altri”. E non è forse questo il nostro compito come educatori ed insegnanti: guidare gli altri? Allora è anche questo il nostro dovere: una sistematica autoeducazione!
Concludo con due formulette d’augurio che uniscono tra loro i due grandi educatori di cuori che si incontrano qui a Rimini a distanza di 5 secoli nella mostra al Meeting 2012 don Giussani e san Girolamo, ed a tenerli per mano pongo l’esperienza educativa del più grande “devoto” dell’Emiliani, papa Giovanni XXIII, il papa dal cuore buono:
con don Giussani … vi auguro di non stare mai tranquilli!;
con papa Giovanni ripeto:… tutto quello che ho imparato nei miei lunghi anni di studio è stato soltanto un povero commento di quello che mi avete dato negli anni belli vissuti a Sotto il Monte! (da una lettera del card. A. Roncalli ai genitori);
con san Girolamo vi assicuro: … state certi Lui, Cristo, non vi abbandonerà mai! .

 Ed infine una preghiera: Dolcissimo mio Gesù, che mi liberi da ogni catena, dammi di conservare un solo anello, quello che mi lega a Te come fede nuziale, si tratta dell’anello del cuore, e conservami nel cuore il dono d’insegnare! (Es 35,34).

p. Franco Moscone crs

Rimini, 21 agosto 2012

Bibliografia
Fonti della Storia Somasca, Quaderni della Curia Generale, Roma, a partire dal 1994
CC.RR dei Chierici Regolari Somaschi, Roma – Curia generale, 2006
Educare alla vita buona del Vangelo, Piano pastorale CEI per il decennio 2010-2020
Crad. C.M. Martini, Varie lettere pastorali sull’educazione per la diocesi di Milano (anni ’80)
Luigi Giussani, Il Rischio educativo, Rizzoli, Milano 2006
Carlo Mario Mozzanica, Pedagogia della/e fragilità,La Scuola, Brescia 2005
Daniel Pennac, Diario di Scuola, Feltrinelli, Milano 2008
Paola Mastroccola, Togliamo il disturbo, Ugo Guanda, Parma 2011
AA.VV., Una certezza per l’esistenza, BUR saggi, Milano 2011
Sr Eugenia Bonetti con Anna Pozzi, Spezzare le Catene, Rizzoli, Milano 2012

Su Avvenire … il giubileo somasco raccontato da Enrico Viganò

Il giubileo somasco

raccontato da Enrico Viganò

Articolo pubblicato su Avvenire del 23 sett 2011- vita s. Girolamo
La notte che cambiò la vita del santo
la storia

Da soldato a promotore di opere per i poveri e gli orfani Il prodigio ottenuto per intercessione della Vergine diede il via a un percorso d’amore che portò alla nascita della «Compagnia dei servi dei poveri»

Girolamo della nobile famiglia Miani nasce a Venezia nel 1486.

Giovanissimo intraprende la carriera militare. Negli anni della guerra della Lega di Cambrai contro la Serenissima, gli viene affidato il comando del castello di Quero (Belluno). La fortezza viene espugnata dai mercenari al soldo dei francoaustriaci e Girolamo finisce nelle segrete dello stesso castello. Qui chiede l’intercessione della Vergine, che nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1511, gli spezza le catene e lo accompagna incolume fino alla chiesa della Madonna Grande di Treviso, dove depone i ceppi della prigionia. La sua vita da quella notte cambia radicalmente. Tutta la sua esperienza spirituale si sviluppa all’interno della riforma cattolica vicino a personaggi di rilievo come Gaetano da Thiene e il cardinale Gian Pietro Carafa (che poi diventerà papa Paolo IV). L’amore per gli orfani e i poveri lo porta in pochi anni ad aprire per loro case e istituti nella Serenissima e nel Ducato di Milano. Nel 1534 trova in un paesino del Lecchese, Somasca, il luogo ideale per raccogliersi in preghiera e costituire la base della Congregazione, formatasi grazie ad alcuni suoi amici che condividono il suo stile di vita. Nasce così la Compagnia dei servi dei poveri, che poi dal 1568 vengono chiamati «padri Somaschi». Girolamo muore a Somasca l’8 febbraio 1537 dopo aver contratto la peste dai malati che curava. Viene dichiarato beato nel 1747 e canonizzato nel 1767. Nel 1928 Pio XI lo proclama «patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata».


Giubileo somasco su Avvenire del 23 sett. 2011 appuntamenti

Dodici mesi tra preghiera e memoria

Apertura delle celebrazioni per il Giubileo somasco sarà domenica al Santuario di Santa Ma­ria Maggiore a Treviso. Giovedì 6 ot­tobre, alle 11, è prevista una con­celebrazione nella Basilica della Sa­lute di Venezia, a cui seguirà – 6 e 7 ottobre – un Convegno storico sul­la figura di san Girolamo. L’8 feb­braio 2012 è la giornata più impor­tante dell’anno giubilare: a Somasca (Lecco) ci sarà la festa solenne li­turgica di san Girolamo. Il 14 mar­zo, ricordo della proclamazione di san Girolamo come patrono uni­versale della gioventù abbandonata, inizierà invece la peregrinatio per le case della Congregazione fuori Ita­lia delle «reliquie insigni della pri­gionia e liberazione», conservate nel santuario di Treviso. Il 29 aprile, me­moria della nascita dell’Ordine sarà la giornata penitenziale per la Con­gregazione somasca, con la cele­brazione della rinnovazione dei vo­ti religiosi in tutte le case.

Dal 19 al 25 agosto al Meeting di Cl a Rimini sarà esposta una mostra su san Girolamo, mentre dal 31 agosto al 2 settembre è in programma il convegno internazionale del Movi­mento laicale somasco, ad Albano Laziale. Nella notte tra 26 e il 27 settembre si svolgerà la marcia notturna giovanile da Maserada alla Madonna Grande di Treviso, mentre la chiu­sura del Giubileo è prevista per domenica 30 settembre 2012 a So­masca.

Sarà Radio Mater, l’emittente scelta come radio ufficiale del Giubileo somasco, a trasmettere le più significative celebrazioni liturgiche e i­niziative programmate per ricordare il quinto secolo della liberazio­ne di san Girolamo Emiliani.

Articolo pubblicato su Avvenire del 23 settembre 2011 pag. 22
 Il Giubileo somasco nel segno dei giovani

«In lui l’amore superava l’inge­gno, e poiché era un amore che scaturiva dalla stessa ca­rità di Dio, era pieno di pazienza e di comprensione: attento, tenero e pron­to al sacrificio come quello di una ma­dre ». Così Benedetto XVI descrive la fi­gura di san Girolamo Emiliani (o Mia­ni) nel messaggio inviato al superiore generale dei padri Somaschi, padre Franco Moscone, in occasione del Giu­bileo somasco, indetto per ricordare il 500° anniversario della liberazione del santo dal carcere di Quero per inter­vento prodigioso della Vergine. Sarà il vescovo di Treviso, Gianfranco Agosti­no Gardin, a presiedere domenica al­le 10, la celebrazione di apertura del programma nel santuario di Santa Ma­ria Maggiore di Treviso, la chiesa in cui Girolamo depose le catene della sua prigionia. L’intervento di Maria cam­biò Girolamo e «la sua vita fu ‘rifon­data’ – si legge nel messaggio papale –. La sua esistenza, prima rivolta pre­valentemente alle cose temporali, si o­rientò unicamente a Dio, amato e ser­vito in modo particolare nella gioventù orfana, malata e abbandonata». Come motto giubilare è stato scelto il verset­to del salmo 116: «Dirupisti vincula mea», hai spezzato le mie catene, pro­prio ad esprimere «l’autentica rivolu­zione interiore – sono ancora le paro­le del Papa – che avvenne in seguito a quella liberazione», verificatasi il 27 settembre 1511.

Benedetto XVI addita poi ai Somaschi le linee guida per educare oggi: «È ne­cessario che la crescita delle nuove ge­nerazioni venga alimentata non solo da nozioni culturali e tecniche, ma so­prattutto dall’amore, che vince indivi­dualismo ed egoismo e rende attenti alle necessità di ogni fratello e sorella, anche quando non ci può essere con­traccambio, anzi, specialmente allora. L’esempio luminoso di san Girolamo Emiliani, definito dal beato Giovanni Paolo II ‘laico animatore di laici’, aiu­ta a prendere a cuore ogni povertà del­la nostra gioventù, morale, fisica, esi­stenziale, e innanzitutto la povertà di amore, radice di ogni serio problema umano».

Un messaggio che sarà la piattaforma operativa del Giubileo della liberazio­ne, come conferma padre Moscone: «Il Papa ci invita a tornare alle origini, os­sia a rinnovare il fondamento spirituale del nostro esistere nella Chiesa e nel­la società per mantenere viva ed effi­cace la specifica missione educativa ed assistenziale che san Girolamo ci ha consegnato in eredità. In questo sen­so il messaggio papale ci farà da luce per l’intero anno». Ma Benedetto XVI indica anche quale deve essere oggi la specificità del carisma somasco: l’a­more per gli umili e per i deboli: «Un amore – sottolinea il superiore gene­rale – chiamato a trasformarsi in gesti operativi e leggibili a livello sociale ed ecclesiale. In questo senso la congre­gazione e famiglia somasca deve esse­re testimone della dottrina sociale del­la Chiesa, e sentirsi responsabile della parola educativa del Vangelo».

Molti sono anche i laici che collabora­no con i religiosi, tanto che recente­mente è rinato il Movimento laicale so­masco. «Sarebbe stata una grande per­dita per il carisma l’assenza della di­mensione laicale, avendo un fondato­re laico – ribadisce il superiore dei So­maschi – . A partire dalle celebrazioni dei 500 anni della nascita di Girolamo, svoltesi nel 1986, lo sforzo principale è stato quello di ripresentare la voca­zione laica somasca. Gli ultimi anni hanno visto una felice e promettente riproposta».

Forte è anche il legame tra l’Ordine So­masco e la Madonna: fu lei a liberare san Girolamo, fu lei a plasmare il cari­sma e la spiritualità del fondatore, tan­to che la Chiesa ha proclamato Maria, Madre degli orfani e il Miani patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata: «Maria in questo Giubi­leo avrà sicuramente un posto princi­pale – conclude padre Franco –. Ci af­fidiamo a Maria perché, come fece con san Girolamo, ci prenda per mano e ci conduca per le strade dell’attuale so­cietà. È Maria che può ancora ricon­segnarci le chiavi per aprire ogni car­cere ed indicarci la via di un autentico cammino di libertà ed educazione».

A Treviso le celebrazioni per il 500° anniversario della liberazione di san Girolamo Emiliani. Il Papa: esistenza rifondata e spesa nell’amore per le nuove generazioni.

Articolo apparso su Avvenire del 14 marzo 2012 a pag. 17
I somaschi sulle orme di san Girolamo Emiliani il giubileo

Cinquecento anni fa nel­la prigione del castello di Quero, in provincia di Belluno, nasceva l’Ordine dei Chierici regolari somaschi. In quel luogo di sofferenza e di solitudine era stato incatena­to il castellano, sconfitto nella guerra della Lega di Cambrai contro la Serenissima. Quel­l’uomo, abbandonato da tut­ti, ebbe la forza di alzare lo sguardo a Maria e i ceppi si spezzarono. La porta della li­bertà gli si aprì e cominciò a camminare per chilometri in mezzo ai nemici senza essere notato, sempre sotto il Suo sguardo, fino alla chiesa della Madonna Grande di Treviso, dove depose le catene.

Un miracolo che cambiò la vi­ta di quell’uomo, Girolamo E­miliani. Era il 27 settembre 1511. Girolamo tornò ancora in quella fortezza, sempre co­me castellano, ma non più con lo spirito bellicoso di prima. E­ra un altro: caritatevole, di­sponibile verso i bisognosi, i diseredati, gli orfani. E furono proprio costoro i destinatari privilegiati della sua azione: li raccolse per tutte le città del Nord Italia, insegnando loro un mestiere. Con Girolamo nacquero quelle che oggi chia­miamo le scuole professiona­li.

Sono passati cinque secoli da quel 27 settembre 1511: una data storica che l’Ordine dei Somaschi ha voluto ricordare con un anno giubilare, inizia­to a Treviso lo scorso 25 set­tembre e che terminerà il pros­simo 30 settembre a Somasca di Vercurago, cuore della spiri­tualità somasca. In questo pic­colo paese del Lecchese, in­fatti, Girolamo nel 1534 trovò il posto ideale per raccoglier­si in preghiera e spendere la sua vita a servizio dei poveri e degli appestati. Qui morì l’8 febbraio 1537 dopo aver con­tratto la peste dai malati che curava.

Le sue spoglie mortali sono ve­nerate sempre a Somasca, nel­la Basilica sorta accanto alla Casa Madre dell’Ordine. Fu canonizzato nel 1767. Il 14 marzo 1928 papa Pio XI lo pro­clamò patrono universale de­gli orfani e della gioventù ab­bandonata. Una ricorrenza quest’ultima che sarà ricorda­ta dai somaschi con un pelle­grinaggio sui luoghi della con­versione del fondatore: Quero e Treviso. Nella cappella del ca­stello oggi il vescovo Enrico dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense in Ro­ma, presiederà la celebrazio­ne eucaristica e benedirà gli e­difici restaurati della roccafor­te.

Il pellegrinaggio proseguirà poi per Treviso, al Santuario della Madonna Grande, dove sono custodite le catene della prigionia del fondatore. Ai ceppi della detenzione si ri­chiama anche il motto del Giu­bileo: «Dirupisti vincula mea (hai spezzato le mie catene)». «Una scelta non casuale – spie­ga il superiore generale, padre Franco Moscone – I somaschi sono figli di uno ‘sconfitto’, ma che ha trovato in Maria e in Cristo la forza di risorgere. La sconfitta di Girolamo fu l’e­vangelico seme gettato e mor­to, che poi è cresciuto e ha pro­dotto tanti frutti. In quel car­cere, in quelle catene spezza­te si trovano le radici della no­stra missione nella Chiesa: camminare con i poveri, con gli ultimi, con chi è finito sul­la strada». Le parole di padre Moscone rievocano quelle di Benedetto XVI: Dirupisti vincula mea e­sprime «l’autentica rivoluzio­ne interiore che avvenne in se­guito a quella liberazione – scriveva infatti il Papa lo scor­so luglio nel messaggio per il Giubileo – Girolamo fu libera­to, per intervento divino, dai lacci dell’egoismo, dell’orgo­glio, della ricerca dell’affer­mazione personale, cosicché la sua esistenza, prima rivolta prevalentemente alle cose temporali, si orientò unica­mente a Dio, amato e servito in modo particolare nella gio­ventù orfana, malata e abban­donata ».

Oggi, nel cinquecentenario di fondazione dell’Ordine, il vescovo dal Covolo presiederà l’Eucaristia nella cappella del castello di Quero. In programma anche il pellegrinaggio nei luoghi della conversione del santo.

ENRICO VIGANÒ

“Questa era la mia vita: buona e semplice”

Il 21.02.2012, dopo una lunga malattia, a Somasca partiva per il paradiso il nostro caro Fratel Giuseppe Ronchetti (66 anni).

“Chi ha conosciuto da vicino Fr. Giuseppe può dire di aver sentito la carezza e la tenerezza di san Girolamo. Ora è più vicino a colui che ha seguito, imitato e servito per tutta la vita”, ecco come lo ha ricordato il P. Generale dei Padri Somaschi.

“La vita è l’infanzia della nostra immortalità” (J. W. von Goethe) … Ecco una pagina in cui Fratel Giuseppe parla di sè.

La mia infanzia

(anni ’50 – ’60)

Inizio questo brano con il racconto di come era vissuto il giorno di festa e di riposo a Garlate, il mio paese natale, durante la mia infanzia.

La domenica percorrevamo due volte la strada vecchia (non asfaltata): la mattina per recarsi alla messa “alta” ed al pomeriggio per andare ai vespri ed all’oratorio.

La messa era celebrata in latino.

A quei tempi, la domenica era la Domenica e nessuno andava via per gite o viaggi, ma tutto il paese, anche quelli che abitavano nelle frazioni più lontane, si incontravano per fare parole rinnovando così l’amicizia.

Questo giorno iniziava con la santa messa delle 6, senza predica, finiva velocemente – pensata per le madri di famiglia – perché potessero preparare qualcosa di buono per il pranzo. Ora non viene più celebrata.

Più tardi c’era la messa solenne: i primi ad entrare in chiesa erano i bambini e le bambine (erano più i maschi delle femmine), poi le figlie di Maria con un gran velo bianco, lungo, in testa e sulle spalle, poi gli altri fedeli.

Era però abitudine per gli uomini rimanere sul sagrato per raccontarsi i fatti della settimana. Quando suonava il Santus entravano: era il momento più solenne, quello della consacrazione.

I fedeli non comprendevano niente della messa perché era in latino; la gente semplice di campagna, non capiva quello che cantava, tanto meno quello che diceva il parroco sottovoce, sempre in latino. Lui leggeva il Vangelo in latino, poi si voltava, andava alla balaustra dove lo ripeteva in italiano.

Per i fedeli era l’unico testo comprensibile. Seguiva poi la predica, in cui trovava spazio ogni genere di ammonizioni e di esortazioni attinenti più alle situazioni locali che non al brano del vangelo appena letto.

Sempre durante la messa le vecchiette recitavano il rosario e smettevano solo al momento della consacrazione quando il campanello suonava, svegliando e richiamando tutti.

Mentre il parroco alzava prima l’ostia e poi il calice ci si genufletteva ed il silenzio era totale ed assoluto: chi chinava la testa, chi si metteva in ginocchio, tutti però assistevano alla messa con grande fede.

Il sacrestano se ne stava in campanile, alla luce di una flebile lampadina, facendo rintoccare le campane affinché le persone anziane ed ammalate – a casa – si unissero alla comunità nella preghiera.

Prima della comunione del parroco i fedeli intonavano canti pii e devoti.

La domenica non finiva qui: nel pomeriggio si faceva un’altra passeggiata per le strade vecchie, poi si andava all’oratorio ed ai vespri solenni: un grande profumo di incenso saliva al Santissimo Sacramento; anche in quest’occasione, solenni inni e canti in latino.

L’oratorio era diviso per maschi e femmine: le femmine stavano alla scuola materna, mentre i maschi all’oratorio vero e proprio.

Il 2 Novembre trascorrevamo quasi tutta la mattina al cimitero perché ogni sacerdote doveva celebrare tre messe e si faceva a gara a correre da una cappella all’altra (al suono del campanello).

Una volta al mese c’era il ricordo dei cari defunti con la processione al cimitero.

C’è poi da dire che nei giorni feriali le messe erano quasi tutte “da morto”, cioè coi paramenti neri. Inoltre c’era la messa di “prima classe”: in chiesa veniva montato un catafalco altissimo e sovente venivano i padri di Somasca per aiutare il parroco (c’era la cosiddetta messa e ufficio in terzo, con tre sacerdoti).

Tutto era più solenne, canti curati e con la partecipazione delle confraternite cui il defunto aveva lasciato offerte.

Ci piaceva andare ai funerali quando eravamo liberi dalla scuola, per sentire il bel canto delle litanie dei Santi (che erano abbastanza lunghette).

La bara veniva portata a spalla dai parenti ed amici del defunto. Quattro persone reggevano il fiocco del drappo nero in segno di affetto e riconoscenza. Noi bambini arrivavamo per primi al camposanto e poi alla tomba per dare l’ultimo saluto al defunto, buttando sopra la bara manciate di terra ed anche per sentire la preghiera in latino, forse era il Salmo 129: “Dal profondo a Te grido, o Signore. Signore ascolta la mia preghiera”.

Ricordo come fosse oggi, quando è morta una bambina: io coi miei fratelli siamo saliti fino alla frazione Buffa ed abbiamo visto la creaturina posta sopra il comò. Era bella come Maria Bambina.

E che dire del funerale del Parroco don Luigi? Il buon don Egidio, prima che il parroco morisse, ci ha accompagnati (tutti i ragazzi dell’oratorio) a salutarlo per l’ultima volta. Che tristezza e che povertà il locale in cui si trovava: solo il letto ed una stufa!

In compenso i suoi funerali sono stati un trionfo: tutto il paese era presente, persino i due o tre comunisti!

Il giorno successivo la maestra ci ha detto di svolgere una tema sul funerale del Parroco. Il più interessante e completo l’ha svolto Aldo, tanto che la maestra l’ha fatto mettere in archivio. Chissà se ci sarà ancora?

Quando non potevamo andare ai funerali, al passaggio del feretro – con il permesso della maestra Mauri – andavamo alla finestra, non solo a curiosare, ma a recitare l’Eterno Riposo.

Che dire di quelle messe antiche? Erano senz’altro consone al tempo, tempo davvero della cristianità e confesso che a me non han fatto male, anzi mi han fornito una robusta spiritualità cristiana.

A quei tempi, nei nostri paesi di campagna, la vita era scandita dalla partecipazione alla comunità cristiana: tutti andavano in chiesa e si dicevano convinti di credere in Dio, salvo due o tre garlatesi che si dicevano “comunisti” (ma che la buona gente preferiva chiamare “strani”).

La figura centrale era il parroco, al quale si ricorreva nei momenti di difficoltà o per questioni familiari. Anche i pochi che gli erano avversi lo rispettavano, pur tenendosi a distanza.

Era temuto e rispettato perché dedicava tutta la vita e spendeva le sue forze per le anime a lui affidate. Quindi il pastore aveva cura del suo gregge, curava le pecore sane e quelle ammalate.

Quando c’era qualche festa in famiglia, alcuni ballavano e quando il parroco lo veniva a sapere, la domenica successiva tuonava dal pulpito con voce a volte minacciosa, a volte implorante.

Non mancava mai di fustigare i nuovi comportamenti che iniziavano a prendere piede dopo la guerra accusando di portare distrazione nelle famiglie e nella morale cristiana.

Tuonava anche contro alcuni parrocchiani che lavoravano la domenica.

Durante la primavera c’era la benedizione della campagna e qualche contadino approfittava per benedire anche la stalla, perché tutto andasse bene durante l’anno.

E che dire del mese di Maggio? Dopo la scuola, di pomeriggio, ci si recava nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano, detta la Madonnina, e tutti noi bambini recitavamo il rosario. Anche qui il profumo dell’incenso saliva alla Vergine Maria. Dopo la funzione si andava nei campi a raccogliere le campanelle (fiori bianchi).

Ricordo che una volta ci sono stati i Padri Passionisti per le missioni (prediche al popolo). Venivano – se ricordo bene – da Erba. Erano preparatissimi, descrivevano le loro penitenze del venerdì. Le donne accorrevano e portavano in canonica qualche pollo e uova per il loro sostentamento.

Abitavo lontano dal paese: Calcherino, l’ultima frazione di Garlate, ma il buon parroco, anziano, veniva a piedi per la benedizione natalizia e si fermava in casa per parlare con la mia nonna (non ricordo cosa si dicessero), poi prendevano un po’ di caffè (e chissà che caffè, forse acqua scura …).

Tutta la mia formazione cristiana era trasmessa dai sacerdoti: il parroco ed il coadiutore e le suore. Ricordo anche con tanta gioia il maestro unico alle elementari: la signorina Mauri di Olginate!

Da piccolo ho compiuto solo due gite: una a Valgreghentino ed una a San Girolamo.

A Valgreghentino siamo andati in corriera con una vicina di casa (una corriera col muso lungo che per avviarla aveva una manovella che dava il via al motore).

Durante il viaggio, ad un certo punto – a metà strada – la vicina mi indicò una casa, dicendomi che era la casa del diavolo, perché lì si ballava. Mi è rimasta impressa questa casa fino ad oggi. Allora ho pensato dentro di me che aveva proprio ragione il mio parroco a tuonare dal pulpito.

A San Girolamo ci siamo andati anche lì con la corriera, dalle Torrette fino ad Olginate, poi a piedi. Arrivati sul ponte mi sono aggrappato a mia nonna ed alla zia perché la diga formava delle onde strane ed avevo paura … Di questa gita ricordo solo la scala santa, l’altalena, nel prato dietro al castello, nel pomeriggio la visita alla chiesa, dove vi sono tuttora le spoglie del Santo. Ricordo il prete (San Girolamo) che dormiva sul sasso e mia nonna e la zia che mi facevano pregare.

Comprammo anche delle medagliette ricordo.

Fra i ricordi che custodisco nel cuore riguardo a mia nonna ce n’è uno, una preghiera breve che lei recitava in dialetto prima di andare a dormire: “ Mi a letto me ne vu, a levare mi non su. Se vien la morte mia, mi racomando l’anima mia!”.

Altri tempi! Si avvertiva già l’aria di cambiamento, grazie al Concilio Vaticano II.

Così si viveva in quei tempi, si cercava di essere buoni cristiani, si scherzava, riconoscendo tuttavia il dono prezioso della figura del parroco, don Luigi Perego (che da piccolo era stato a Valdocco  (Torino) – presente Don Bosco – ed ebbe la fortuna di vedere un suo piccolo miracolo: la moltiplicazione delle nocciole), che faceva sì che ci fosse in paese una convivenza serena.

Questa era la mia/nostra vita: buona e semplice.

Somasca 10 marzo 2011

                                                                                    Fratel Giuseppe Ronchetti

Nati in carcere e cresciuti in strada

Nati in carcere e cresciuti in strada

il percorso della santità somasca

Carissimi fratelli in Cristo,

   volendo ripercorrere la vicenda cristiana del Miani si potrebbe iniziare con questa affermazione: all’inizio ci fu la sconfitta! Sì, la storia di salvezza del nostro Fondatore parte da una sconfitta: il 27 agosto 1511 la sua vita improvvisamente si ribalta e resta apparentemente vuota e senza alcuna prospettiva. I sogni della gioventù spariscono e tutta la preparazione militare e politica si dissolve nella disperazione del carcere in cui egli si trova rinchiuso. Ma in quella sconfitta Dio non era assente. La Provvidenza aveva permesso che nel cuore di Girolamo si facesse il vuoto perché ci fosse finalmente lo spazio per l’incontro, per l’incontro della vita, l’incontro con Dio. Per dare se stesso Dio ha bisogno di spazio, per questo a volte si serve anche delle sconfitte per realizzare il suo progetto, che è progetto di salvezza e santità per tutti.

   Nello stendere questa lettera, in occasione della solennità del nostro Fondatore, durante l’anno giubilare, mi sono proposto di guardare al frutto che scaturisce dall’eredità da lui trasmessa e che, oggi, dobbiamo incrementare: questo frutto è la santità. Presento la riflessione in tre tappe, come se si trattasse di fotografie che fissano momenti precisi nell’evoluzione del carisma di san Girolamo. Nelle prime due fotografie sottolineo le situazioni che hanno mediato la santità di Girolamo: l’essere cristianamente nato in carcere e cresciuto in strada. Sono condizioni che hanno segnato, e continuano a segnare, la spiritualità e la missione somasca: non si tratta di semplici riferimenti agiografici, ma dell’eredità affidata a noi dal Miani come a figli. La terza fotografia, dà una prospettiva storica, invita a riconoscere la santità presente e viva in cinque secoli di carisma somasco nella Chiesa. In essa riprenderò esempi di santità, in qualche modo legati con l’anno giubilare in corso.

Le tre istantanee, indicate con un titolo a maniera di slogan, sono introdotte da una strofa dell’inno giubilare, che in modo poetico, a mio giudizio, dice il messaggio contenuto nelle tre parole chiave: carcere, ossia la forza della fede quando tutto sembra sparire; strada, ossia la dinamica della speranza come condizione di azione nel mondo; ed infine santità, come la carità veramente compiuta senza la quale tutto è perduto e nulla vale, neppure i miracoli1. Sotto ogni foto, a modo di didascalia, ho posto una frase di san Girolamo che ne evidenzia la forte fede, l’indomita speranza e la carità che lo ha reso santo. Costruita in questo modo, la lettera vuole essere una meditazione sulla santità somasca, per questo è bene leggerla a tappe, e magari utilizzarla nel triduo di preparazione alla solennità del Fondatore.

1^ fotografia – NATI IN CARCERE: la forza della fede

Nella notte senza stelle scorre un fiume insanguinato:

giaccio in fondo alla mia torre, comandante incatenato.

Impotente prigioniero di un nemico sconosciuto

io mi sento uno straniero, fatto ostaggio, ho perso tutto

Ma una goccia di rugiada, sentinella del mattino

è un tutt’uno col mio pianto. Mi rivedo da bambino

   Ho esordito dicendo che la storia di Girolamo potrebbe iniziare con l’affermazione “all’inizio la sconfitta”. Può apparire una frase ad effetto. Se guardiamo alla vita nostra e dell’intera realtà, senza volerci nascondere dietro false illusioni, dobbiamo riconoscere che alla fine saremo tutti sconfitti: sicura ci attende la morte. La filosofia di sempre, ed in particolare quella degli ultimi due secoli, è cresciuta affrontando questo tema, senza risolverlo, od affermando che l’essere è destinato alla sconfitta nel nulla. Ma il messaggio cristiano, pur interpretando la vita nella stessa scena del mondo, e faticando sulle stesse strade della comune storia umana, conclude diversamente: alla fine la vittoria nella risurrezione di Cristo. La vita dei santi, in particolare la vicenda di san Girolamo, che ci segna nella nostra identità, conferma la verità della novità cristiana: la sconfitta si trasforma in vittoria, la morte è sgominata dalla Vita. Questa verità, che è il fondamento della nostra fede, senza la quale nulla avrebbe senso di quanto facciamo e siamo, non riguarda solo la fine, l’eschaton, ma è già presente nel quotidiano. L’esperienza di Girolamo a Quero in quell’estate del 1511 afferma proprio questa verità: la sconfitta può tramutarsi in vittoria, ciò che appare come fine, in realtà è il vero inizio. Girolamo, come cristiano e santo, non nasce nel 1486 a Venezia in un palazzo dell’aristocrazia (o a Feltre, secondo le ricerche storiche più moderne), Girolamo nasce a Castelnuovo presso Quero in carcere! La nascita dallo Spirito Santo avviene spesso nel silenzio, nel buio della notte, fuori delle logiche del mondo, e con il segno della sconfitta, in altre parole, sotto la Croce2. Permettetemi di fermarmi un attimo per contemplare prima il carcere di Girolamo e poi il nostro possibile carcere.

   Il maniero di Castelnuovo, tanto nella realtà storica, che nella tradizione somasca, è stato il carcere di Girolamo. Desta meraviglia l’attributo Nuovo legato a Castel. In realtà in quel luogo, lontano dalla capitale Venezia, in zona di confine, nella strettoia di una valle che gode di pochissime ore di sole anche durante l’estate, non c’era nulla di nuovo! Anzi, quanto Girolamo vive in quell’estate del 1511 ha solo del vecchio: strenua difesa di una posizione, guerra, violenza e, alla fine, sconfitta e carcere; la fine di ogni illusione, la delusione come ricompensa di una carriera cercata e spezzata sul nascere. Il Nuovo stava altrove, più in basso; il Nuovo, che Girolamo cercava, stava a Treviso, al santuario della Madonna Grande: in una chiesa che si stava demolendo per far spazio alla difesa militare della città. Che strana coincidenza, per difendersi si finisce per distruggere ciò che è nuovo ed aggrapparsi al vecchio! Girolamo ha bisogno della grazia di Dio per liberarsi dal vecchio e scoprire il Nuovo: e la grazia che Dio ha scelto per lui, come luogo della manifestazione dell’Amore, è proprio il carcere. La novità è lì, con lui, nel fondo di una torre, nel buio di una prigione: il Miani ha bisogno di un mese per riconoscerla, ma alla fine ci riesce. Quando riconosce di essere finito all’inferno, Girolamo trova la verità sulla sua vita e contemporaneamente la Presenza che gli apre la porta del carcere e gli dona la libertà.

   Anche senza dover provare fisicamente l’esperienza della prigione, il messaggio spirituale racchiuso in quella realtà richiama un’esperienza necessaria per ogni cristiano, a maggior ragione per chi intende vivere il Vangelo sulle orme di Girolamo. C’è un luogo nella persona che corrisponde al carcere, e che contemporaneamente contiene anche la porta per la libertà: questo luogo è il cuore. Bene descrive l’evangelista Marco la realtà del cuore come carcere: “…dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini, escono intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Queste cose cattive vengono dal di dentro e contaminano l’uomo”. Che descrizione perfetta dell’esperienza interiore di ognuno! Quale carcere può essere più duro, quali aguzzini possono essere più esigenti di quelli descritti? E poco oltre Gesù afferma ancora: “avete il cuore indurito. Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite!3” . Ma se il cuore è carcere, esso ha anche una porta che serve tanto per entrarvi quanto per uscirvi. Alla porta del cuore dobbiamo volgere l’attenzione per ascoltare la voce che ci chiama dal di fuori e ci conduce alla libertà: “ecco sto alla porta e busso: Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me4. Ecco rappresentato il nostro carcere quotidiano, il cuore. Un cuore con la porta chiusa può rappresentare un “carcere di massima sicurezza”: si resta prigionieri dell’egoismo e dell’autoreferenzialità, incapaci di riconoscere che la Vita è altrove, anche se non lontana, perché continuamente bussa alla porta del carcere. Un cuore che apre la porta, perché diversamente dalle prigioni di questo mondo la serratura sta dal di dentro e non dal di fuori, diventa un santuario, il luogo delle relazioni con Dio prima, e con i fratelli poi, avendo ritrovato la libertà dal grande aguzzino che è l’egocentrismo.

   Quanto ho descritto è esperienza spirituale, evangelica, ma è vera anche per ogni aspetto dell’antropologia: per il fisico e per la psiche, per la mente e la riconciliazione con la propria storia. Ho letto, anche stimolato da quanto ascoltato nel convegno del Movimento Laicale Somasco di Albano 2011, il libro di Marìa Jimena Duzàn, Mi Viaje al Infierno: esperienza di riconciliazione con la propria vicenda familiare colpita dall’assassinio della sorella della scrittrice nelle tragiche vicende della guerra civile colombiana. Riporto un passaggio significativo che puntualizza il momento in cui, illuminata dall’esperienza di una sua amica, Maria Jimena decide di riconciliarsi col suo passato, di fare verità e di scrivere il libro: “…ho capito che era andata fino all’inferno, da dove era rinata, e che il ‘viaggio’ le aveva permesso di uscire dall’orrore con quella dignità che io allora le invidiavo. Solo che lei era riuscita ad immergersi sino nelle profondità di se stessa con l’aiuto della sua invincibile convinzione religiosa; fede che io non avevo. Fino ad oggi non ricordo di essermi sentita tanto fragile né tanto vulnerabile come in quel giorno …ho capito che era giunta l’ora di iniziare il mio viaggio5.

   Se il bisogno di scendere fino all’inferno, di fare la verità nel proprio cuore è vero per tutti ed ovunque, indipendentemente dalle convinzioni religiose e dalle differenti culture, a maggior ragione è indispensabile per noi Somaschi, che con san Girolamo siamo nati in carcere. E’ indispensabile per scoprire la solidarietà con i tanti carcerati dell’umanità, per non ergerci a giudici, ma per collaborare da servi liberi alla salvezza del mondo6. Per poter veramente pregare come Girolamo “Signore, non essermi Giudice, ma Salvatore!”. Perché questa orazioncina, che ci accompagna, non sia futile devozionismo, ma dica il cuore dell’esperienza cristiana somasca.

Didascalia

Nati in CARCERE significa riconoscere di essere stati liberati e di ricevere la libertà come dono, esattamente come la fede: “il nostro fine è Dio, fonte di ogni bene, dobbiamo confidare in Lui solo e non in altri, come diciamo nella nostra orazione; il benignissimo Signore nostro ha voluto mettervi alla prova, per accrescere in voi la fede, senza la fede infatti, dice l’evangelista,

Cristo non può compiere molti miracoli, e per esaudire l’orazione santa che gli fate.” (2 Lett 2-3)

2^ fotografia – CRESCIUTI IN STRADA: la dinamica della speranza

Incomincia il mio cammino, solitario e senza meta

Dagli accampamenti ostili non esiste via d’uscita.

Disperato cerco un segno, nuovamente invoco te

Vieni ancora in mio sostegno, la tua mano è qui con me.

Maria, portami lontano, illumina i miei passi col tuo manto.

E quando al Figlio tuo sarò vicino, con Te innalzerò il mio canto.

   Aperta la porta del carcere ed uscitone fuori, Girolamo si trova davanti, non il nulla o l’ignoto, come vorrebbe il pensiero nichilista, ma una strada. Di questa strada già conosce intenzionalmente la meta: Treviso ed il santuario della Madonna Grande, di cui aveva sentito parlare fin da bambino! Conoscere intenzionalmente la meta, aver davanti una strada aperta, non significa ancora saperla percorrere, essere in grado di raggiungere quanto desiderato e avvertito come verità della propria vita. Inoltre Girolamo si trovava davanti al doppio rischio dell’insidia dei nemici all’intorno e dell’oscurità della notte: ha bisogno di una guida, di chi lo assicuri e gli illumini il cammino. E la Guida è nuovamente lì, al suo fianco, lo prende per mano, come lui stesso testimonierà nel racconto del IV Libro dei Miracoli, e lo accompagna di notte fino alla città. La Guida è Maria, ed il logo del nostro Giubileo ben ci rappresenta la scena dipinta nel particolare del quadro di Giuseppe Tortelli: la mano destra della Vergine stringe quella di Girolamo, mentre la sinistra, spinta in avanti, gli indica il cammino. Girolamo impara per strada, è accompagnato amorosamente, per questo saprà a sua volta farsi accompagnatore di molti per le strade del suo tempo. L’amore che ha sperimentato lungo la strada dal carcere al santuario, di notte, tra pericoli di nemici e l’ipotesi di non essere poi riconosciuto dai suoi una volta giunto a Treviso, ha educato il suo cuore che diventa pieno di pazienza e di comprensione, attento, tenero e pronto al sacrificio come quello di una madre7, diventa un cuore educato all’amore che saprà educare all’amore. La strada per Girolamo è stata veramente il luogo dov’è maturata l’educazione, sua, per mano di Maria, e di chi lo accompagnò spiritualmente negli anni successivi; il luogo dell’educazione vissuta come carità e missione per i più piccoli e poveri.

   Nel Vangelo la strada è veramente il luogo dell’educazione, dove si incontra il Maestro e si è da Lui formati e mandati. Mi siano permesse due brevi osservazioni scritturistiche. Chi, ogni mattina recita le Lodi, si trova a lodare come Zaccaria il Signore col Benedictus. Ebbene, in quest’inno per due volte viene presentata la strada. La prima volta indica l’ambiente della nostra scoperta ed incontro col divino: “e tu bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade”. La seconda volta la strada è il teatro della missione: “per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla strada della pace8. Tutto il Vangelo di Luca si presenta come un percorso lungo il quale Gesù educa i suoi Apostoli. Il cammino ha una meta sicura, Gerusalemme, e tappe precise: Gerico il luogo dell’accoglienza del povero e del peccatore, Betania l’ambiente dove si sperimenta il calore dell’amicizia e della familiarità9.

   Tutta la vita nuova del nostro caro Padre, dalla notte del 27 settembre 1511 a quella dell’8 febbraio 1537, è segnata dalla strada: per strada è stato condotto ed educato, per strada ha accolto, educato ed attratto altri a seguirlo lungo la via di Gesù Crocifisso. Sarebbero tanti i particolari della vita di Girolamo da far risaltare e che hanno nelle calli di Venezia, o nelle strade polverose e scomode del Veneto e della Lombardia il loro ambiente: la biografia detta dell’Anonimo ne è ricca. Ne voglio solo evidenziare uno. Per strada, dal bergamasco al milanese, Girolamo ci consegna la frase che meglio qualifica il suo cuore e la nostra missione: “vi ringrazio molto, fratello, della vostra carità, ma è con questi miei fratelli che voglio vivere e morire10.

   Come per la realtà carcere-cuore anche quella della strada-educazione non ha solo una valenza cristiana, ma è anche una verità antropologica. Riporto un estratto dall’intervento della scrittrice psicanalista Julia Kristeva, rappresentante dei non credenti o agnostici, all’incontro promosso dal Papa ad Assisi lo scorso 29 ottobre. “Signore e Signori, le parole di Giovanni Paolo II, ‘Non abbiate paura!’, non sono indirizzate unicamente ai credenti, perché esse incoraggiavano a resistere al totalitarismo. L’appello di quel Papa, apostolo dei diritti umani, ci spinge anche a non temere la cultura europea, ma, al contrario, ad osare l’umanesimo: nel costruire delle complicità tra l’umanesimo cristiano e quello che, scaturito dal Rinascimento e dall’Illuminismo, ha l’ambizione di aprire le strade rischiose della libertà. Signore e Signori, l’età del sospetto non è più sufficiente. Di fronte alle crisi e alle minacce che si aggravano, è giunta l’età della scommessa. Osiamo scommettere sul rinnovamento continuo delle capacità di uomini e donne a credere e a conoscere insieme11.

   Sull’esempio di Girolamo mi sembra così di riconoscere nella dinamica della strada, maestra della mia formazione e palcoscenico della missione che mi è stata affidata, il luogo della virtù più difficile e necessaria: la speranza. Sì, perché è per strada dove riconosco l’altro come fratello, perché è nell’altro che incontro per strada che Cristo si nasconde e si rivela. Sì, perché secondo il mio comportamento sulla strada che sarò un giorno giudicato. Sì, perché percorrendo la medesima strada della storia anche l’ultimo, l’insignificante ed addirittura l’ateo è mio fratello12.

Didascalia

Cresciuti in STRADA significa riconoscere la presenza del Signore nei fratelli con cui camminiamo, disposti a rischiare tutto per Lui, si tratta della logica della speranza: “Dio non compie le sue opere in quelli che non hanno posto tutta la loro fede e speranza in lui solo: invece ha riempito di carità quanti hanno grande fede e speranza e ha fatto cose grandi in loro. Perciò, non mancando voi di fede e speranza, egli farà di voi cose grandi, esaltando gli umili.” (2 Lett 7-9)

3^ fotografia – SULLA VIA DELLA SANTITÀ: la carità compiuta

Tu che hai spezzato ogni catena morendo in croce per l’umanità,

speranza di chi crede nell’amore del Padre che è infinita carità.

Tu vieni a spezzare le mie catene ed io liberò sarò,

libero di amare veramente, di vivere e morire come te.

Libero di andare tra la gente, servire i miei fratelli insieme a Te.

   Quando la carità è compiuta si chiama santità. La storia della nostra Famiglia religiosa è segnata dal desiderio di santità fin dai suoi inizi. Si tratta di santità fatta carne nella persona di Girolamo, dei suoi primi compagni di strada, delle sante congregazioni di cristiani riformati che a lui si ispiravano vivendo nella santa pratica della vita cristiana e con la sempre amica povertà13. Si tratta di santità fatta parola, e rimasta condensata, nei testi delle nostre fonti: spiccano in particolare per tale desiderio la Nostra Orazione, le Costituzioni del 1555 ed i Monita o suggerimenti per la vita interiore ed il progresso spirituale collegati alle Costituzioni del 1626. Di questa santità fatta parola per il nostro nutrimento quotidiano ne riporto un breve escursus.

Troviamo il sogno di santità del Fondatore nella Nostra Orazione. Il suo desiderio è ben espresso, e ripetuto per due volte come apertura e conclusione della preghiera. Solenne è l’esordio “Dolce Padre… ti preghiamo di riformare il popolo cristiano a quello stato di santità che fu al tempo degli Apostoli”, ed umile ed appassionata è la conclusione “preghiamo per la chiesa, perché il Signore si degni di riformarla secondo il modello della sua santa chiesa dei primi tempi14. Il modello di santità per Girolamo è chiaro, si tratta della comunità apostolica di Gerusalemme, così come tratteggiata in Atti 2, 42-48 e 4, 32-35: una moltitudine venuta alla fede, che ha realizzato l’ideale di un cuore solo ed un’anima sola, capace di mettere tutto in comune, di essere perseverante nell’orazione, di spezzare il Pane insieme ed in comunione con gli Apostoli. Ma l’orazione del Miani contiene anche il suo brevissimo trattato di ecclesiologia. Si tratta, per noi, di una vera perla teologica che ci permette di guardare alla Chiesa come Madre amorosa, ricca di perfezione ed al contempo bisognosa di perdono, senza vincoli di spazio, tempo e cultura, perché aperta al futuro e già partecipe dell’eternità. Ecco il testo: “preghiamo Dio per la sua chiesa perfettissima in cielo, cioè per i beati, perché ne dilati il gaudio; per la chiesa perfetta in terra, cioè per quelli che sono nella grazia, perché accresca in loro le virtù e li conservi nell’osservanza dei suoi comandamenti; per la chiesa imperfetta, cioè per i peccatori, perché conceda loro conversione di vita e remissione dei peccati; per la chiesa purgante, perché liberi tutti da quelle pene e dia loro la gloria eterna; per la chiesa in crescita nel futuro, cioè per coloro che non credono in Cristo, perché doni loro la luce della fede”.

   I primi compagni di Girolamo, cogliendone l’eredità dopo la morte, hanno avuto chiara la percezione della santità come fine del loro essere nella Chiesa e nella società. Per questo hanno sentito il dovere di mettere per iscritto la visione e missione della santità propria della Compagnia perché non andasse perduta, o venisse inquinata dalle logiche del mondo. Nascono così le Costituzioni del 1555 che condensano la caratteristica della santità somasca. Riporto l’esordio e la conclusione del testo: “Della santa Chiesa si canta che ha i suoi fondamenti nei monti santi, cioè negli apostoli e profeti; essendo questa Congregazione, della quale si deve trattare, Chiesa particolare, è necessario mostrare i suoi fondamenti, che sono stati risplendenti di santità e perfezione di vita. … Le quali costituzioni non tendono ad altro che a farci vivere piamente verso Dio, sobriamente con noi stessi ed ad operare giustamente e senza scandalo verso il prossimo. Così la grazia dello Spirito Santo possegga i nostri cuori, perché possiamo fare cosa grata alla maestà divina per sempre e nei secoli dei secoli15.

   E quando ormai il ricordo del Fondatore si allontanava perché anche i testimoni della sua santità erano scomparsi, ed il rischio dell’affievolimento morale diventava tentazione quotidiana, ecco che i fratelli somaschi hanno sentito il bisogno di indicare un’ascetica capace di garantire lo stile somasco di santità. Nascono così i Monita come strumento di santificazione inseriti nelle Costituzioni del 1626. Riporto tre affermazioni che si possono considerare i fondamenti dell’etica somasca:

Eliminiamo quanto può dispiacere ai suoi occhi; ricambiamo l’amore e, amando Dio, riteniamo un nulla tutto il resto;

Usiamo ogni diligenza perché, con il trascorrere del tempo, non si affievolisca il fervore iniziale, che al principio della nostra conversione ci infiammava a servire Dio in santità e giustizia;

Avendo un solo Padre che è Dio, una sola madre, che è la Congregazione, una sola patria, che è il paradiso, abbracciamo con uguale benevolenza e amore ogni persona e luogo e preferiamo vivere nei luoghi e con le persone, dove troviamo più frequenti e più grandi occasioni di rinuncia alla nostra volontà16.

Le nostre origini continuano a trasmetterci il sogno di Girolamo, la chiara visione dei suoi primi compagni e l’etica per rendere splendente la Chiesa della santità somasca. Tanti fratelli lungo i cinque secoli della nostra storia ne sono stati esempi luminosi. Con gioia siamo chiamati a rendere grazia a Dio per tre avvenimenti che illuminano di santità somasca l’inizio dell’anno giubilare. L’8 settembre 2011 sono iniziate le celebrazioni per ricordare i 150 anni dell’apparizione della Vergine a Fratel Righetto Cionchi. Il messaggio che, attraverso di lui, ci ha trasmesso la Vergine Maria è semplice e chiaro: “Righetto sii BUONO”. Siamo chiamati a contemplare ed essere testimoni di bontà: il nome di Dio, il compendio di tutto l’Essere che è vero buono e bello!

   Il 29 settembre 2011 è terminato il processo diocesano per la beatificazione di Padre Giovanni Ferro, Arcivescovo di Reggio Calabria. Il titolo del libro di Mons. Agostino, suo discepolo, che ben ne delinea la figura “Nessuno così PADRE17, ha colto il segreto di P. Giovanni Ferro, farsi padre e madre di chi non ha padre e madre, ossia la finalità della santità somasca nella Chiesa (anche da Vescovo)!

   Ed infine la canonizzazione di san Luigi Guanella la domenica 23 ottobre 2011. San Luigi Guanella è stato alunno prima, e collaboratore poi, dei Somaschi a Como, negli anni degli studi teologici. La spiritualità somasca è linfa di santità anche per ex-alunni e collaboratori. Trascrivo due frasi del nuovo santo che fanno intravvedere il marchio di san Girolamo in lui: “credere che il bene non si può fare che salendo il cammino faticoso del Calvario… Chi non dice mai ‘basta’ nelle opere di carità salirà con Gesù in alto e possederà il Regno18.

   La santità è anche sorpresa: è stimolante per noi oggi scoprire di trovare ben tre Santi (Guanella, Scalabrini e Ferro) nella stessa comunità somasca (il Collegio Gallio di Como) in uno spazio di tempo molto limitato, in periodi di soppressioni e tentativi di rinascita per la Congregazione, e attraversato da ben due guerre mondiali! Si potrà ricavare un insegnamento per noi Somaschi del terzo millennio sulle possibilità e fecondità di quanto ricevuto dal Fondatore. Utilizzando e modificando in parte le parole del Guanella direi così: solo la santità salva il mondo, salva la Congregazione e la Famiglia somasca, solo con la santità diamo da Somaschi il nostro contributo per una Chiesa più apostolica che annunci il Vangelo ed incarni la carità.

   La santità continua a vivere nel quotidiano della vita somasca, a tutte le età ed in ogni cultura. Per me è stata una meravigliosa sorpresa leggere alcune frasi del primo religioso somasco filippino tornato alla casa del Padre il 19 dicembre 1992: Michael Paulete, giovane studente di 25 anni di voti temporanei. Le voglio trascrivere per mandarle a memoria di tutti noi: “…nella mia vita Maria ha riprodotto le beatitudini evangeliche, manifestando in terra la perfetta immagine del seguace di Cristo. … E’ questo un impegno, che richiede dedicazione, una chiamata per me. Sono invitato a purificare tutto il mio essere, i miei pensieri, azioni, parole e intenzioni … Come persona consacrata io ho una grande responsabilità e obbligo verso me stesso e gli altri. Per vivere fedelmente i voti che ho pronunciato… e compiere tale processo di purificazione, possa io diventare un degno sacrificio per la venuta di Cristo…”. Una certezza nutriva il suo cammino quotidiano, in piena coscienza della vocazione ricevuta come cristiano e maturata come religioso: “L’essere nato dall’altro dentro la ‘compagnia’, significa essere nato e vivere nello Spirito di Cristo tramite San Girolamo19. Siano queste parole, per tutti noi che cerchiamo di seguire il Signore secondo l’eredità di san Girolamo, certezza che la santità è possibile sempre, ovunque e a ogni età. Siano motivo di speranza che “fatti di Vangelo20” continuano a prodursi con abbondanza nella Famiglia somasca.

Didascalia

   Il primo passo sulla STRADA della SANTITÀ  comporta il riconoscere l’operare di Dio in noi, suoi figli: “il benedetto nostro Signore intende mostrarvi che ci vuole mettere nel numero dei suoi cari figli, se voi sarete perseveranti nelle sue vie: così ha fatto con tutti i suoi amici e alla fine li ha resi santi”. (2 Lett 6)

Conclusione

   A conclusione di questa mia lunga riflessione vi invito a fermarvi e contemplare la bellissima immagine mariana contenuta nel messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per il nostro Giubileo:

   “Continuerà a guidarci col suo sostegno la Vergine Maria,

modello insuperabile di fede e di carità.

Come sciolse il vincolo delle catene che tenevano prigioniero san Girolamo,

Ella voglia, con la sua materna bontà,

continuare a liberare gli uomini dai lacci del peccato

e dalla prigionia di una vita priva dell’amore per Dio e per i fratelli,

offrendo le chiavi che aprono il cuore di Dio a noi

e il cuore nostro a Dio”.

   La chiave che apre il cuore a Dio, ci scioglierà, come Girolamo, dai ceppi che fanno della nostra vita un carcere d’individualismo ed una sentina di oscurità.

    La chiave che apre il cuore ai fratelli, spalancherà, come per Girolamo, la porta della strada da percorrere da liberi servi del Signore e dei Poveri nelle più diverse contrade del mondo.

  Ricchi di queste chiavi, sono certo che il Signore sarà sempre presente e ci accompagnerà nelle vicende della nostra vita, della nostra Congregazione e dell’intera Famiglia Somasca21.

Confortiamoci tutti nel Signore22,

p. Franco Moscone crs

Preposito generale

 Enugu [Nigeria], 15 gennaio 2012

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1 1Cor 13 e 1Lett 5, 15, 19 e 22-23

2 Interessante è la vicenda di Nicodemo narrata dall’evangelista Giovanni: incontra Gesù di notte, quando il Maestro gli modifica la sua logica di “buon fariseo” (Gv 3, 1-21), ma ne diventa discepolo solo nella notte della sconfitta e della sepoltura (Gv 19, 38-42).

3 Le citazioni sono da Mc 7, 21-22 e Mc 8, 17-18. L’intera pericope di Mc 7-8 può essere letta come cura del cuore per opera del vero medico: Cristo Gesù.

4 Ap 3, 20. La citazione poi continua così: “il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono”. Diventa facile collegare questa visione dell’Apocalisse con quella riportata dall’Anonimo al capitolo 12: “che cosa mai ho visto! … ho visto una bellissima sedia avvolta in splendida luce, e sopra la sedia un fanciullo, che reggeva una scritta: questa è la sedia di Girolamo Miani”. La vittoria che Girolamo cercava a Quero, ora l’ha trovata, ma doveva prima scendere fino nel fondo del carcere.

5 María Jimena Duzán, Mi Viaje al Infierno, Ed. Norma, Bogotá 2010, pag. 16-17

6 Rimando al motto del Capitolo generale 2011, Liberi per servire, ed al lavoro compiuto, in particolare ai Documenta I-IV, Roma – Curia Generale 2011

7 Dal messaggio di Papa Benedetto XVI per il Giubileo somasco
8 Lc 1, 76, 79. Come non notare il parallelo nella Nostra Orazione: nella via della pace, della carità e della prosperità mi  guidi e mi protegga la potenza di Dio Padre … e sia con me in ogni luogo e via (NsOr 5).
9 Lc 10, 25-37 (parabola del Buon Samaritano), Lc 19, 1-10 (Zaccheo), Lc 10, 38-42 (Marta e Maria). Cfr. i paralleli in Gv
10 An 12, 5
11 Citazione da Zenit (Italia) del 01 novembre 2011
12 Mt 25, 31-46

13 An 13, 3.5

14 Ns Or 2.20; mentre la successiva citazione corrisponde al n. 10

15 C1555, 2.13

16 Le citazioni sono tratte dai Monita nn 354, 362 e 366
17 Giuseppe Agostino, Nessuno così Padre, Jason Editrice, Reggio Calabria 1993
18 S.L.Guanella, dall’Ufficio di Lettura proprio del Santo del 24 ottobre

19 Le frasi riportate sono tratte da alcune sue note spirituali scritte in occasione della festa dell’Immacolata del 1992, a pochi giorni dalla morte.

20 Prendo l’espressione fatti di Vangelo dal titolo di due libri del giornalista L. Accattoli, che ha tenuto due conferenze ad Albano Laziale in occasione del Capitolo generale 2011 e del IV convegno del MLS. Rimando al testo pubblicato da Vita Somasca n. 3 del 2011

21 Dal Saluto dei padri capitolari del 137° Capitolo generale, Albano Laziale 31 marzo 2011

22 2 Lett 32, saluto conclusivo di Girolamo, mentre quello iniziale è tratto dalle lettere V e VI

Nasce il portale web delle famiglie affidatarie d’Italia.

Dal 1° gennaio 2012 è on line il sito web del Tavolo Nazionale Affidospazio informale di confronto e raccordo che coinvolge le principali associazioni nazionali e reti nazionali e regionali di famiglie affidatarie d’Italia, e che offre a chiunque fosse interessato un’ampia raccolta di contatti, informazioni, studi, normative, … sul mondo dell’affidamento familiare dei minori.

Elaborato nel corso del 2011, raccoglie in un unico spazio web le azioni comuni e le principali iniziative (convegni, pubblicazioni, …) realizzate dalla associazioni nazionali e dalle reti nazionali e regionali di famiglie affidatarie d’Italia.

Il portale dedica le due Sezioni centrali:

  • al Tavolo: una finestra sulle attività del Tavolo Nazionale Affido che ne presenta i documenti comuni, gli appuntamenti, le iniziative;
  • all’Affido: uno spazio che offre un’ampia raccolta di eventi formativi (passati e futuri), la possibilità di download di documenti di approfondimento, normative di settore e materiali informativi, la segnalazione delle più recenti pubblicazioni in materia di affido, …

Scorrendo la barra dei menù è inoltre possibile accedere: alla sezione dedicata alle organizzazioni promotrici del Tavolo, attraverso la quale linkarsi rapidamente ai relativi siti istituzionali; alla sezione “contattaci”, con i riferimenti della segreteria nazionale del Tavolo e la possibilità di inviare messaggi, di porre quesiti, …

La home page favorisce l’accesso rapido agli ultimi aggiornamenti del Sito e alle recenti iniziative del Tavolo.

È infine attiva una sezione, raggiungibile sia dalla home page che dal menù, dedicata al Censimento dei gruppi di famiglie affidatarie d’Italia. Ne sono elencati oltre 340, distinti per regioni. La sezione, ancora in evoluzione, offrirà a breve tutte le indicazioni per contattare facilmente ciascuno dei gruppi, favorendo così il raccordo, il lavoro di rete, lo scambio di esperienze, …

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IL TAVOLO NAZIONALE AFFIDO

Il Tavolo nazionale affido è uno “spazio stabile” di lavoro e confronto tra le  associazioni/reti nazionali e regionali di famiglie affidatarie, già impegnate da anni in percorsi di riflessione comune sulla tutela del diritto dei minori alla famiglia. Partecipano al Tavolo Nazionale Affido: Ai.Bi. (Associazione Amici dei Bambini), ANFAA (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie), Ass. COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII, Ass. FAMIGLIE PER L’ACCOGLIENZA, CAM (Centro Ausiliario per i problemi minorili – Milano), BATYA (Associazione per l’Accoglienza, l’Affidamento e l’Adozione), CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza), COORDINAMENTO AFFIDO ROMA (Coordinamento degli Organismi del Privato Sociale iscritti all’albo per l’affido del Comune di Roma), COREMI – FVG (Coordinamento Regionale Tutela Minori del Friuli Venezia Giulia), PROGETTO FAMIGLIA (Federazione di enti no-profit per i minori e la famiglia), UBI MINOR (Coordinamento per la tutela dei diritti dei bambini e dei ragazzi – Toscana).

La “base comune” di riferimento del Tavolo è costituita dal documento “10 punti per rilanciare l’affidamento familiare in Italia” elaborato nell’autunno 2010 e presentato in occasione della Conferenza Nazionale della Famiglia svoltasi a Milano nei giorni 8-10 novembre 2010.  Tale “base comune” si inserisce nel solco della riflessione e dei documenti maturati nel pluriennale confronto delle Associazioni/Reti con il CNSA (Coordinamento Nazionale dei servizi affidi pubblici) e prende a riferimento l’analisi condivisa con altri organismi del terzo settore in seno al Gruppo CRC (Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza) come esposta nel 2° Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite del novembre 2009.

Gli obiettivi del Tavolo sono individuabili a tre livelli:

a.      Livello Nazionale: sviluppare riflessioni condivise su questioni di rilevanza nazionale in materia di affidamento familiare e tutela del diritto dei minori alla famiglia; condividere e valorizzare le buone prassi maturate dai partecipanti o da altri enti; favorire percorsi di raccordo e di azione comune, specie nel dialogo con le varie istituzioni nazionali (CNSA, Conferenza Regioni, Cabina di Regia del progetto Nazionale Affido, …);

b.      Livello Regionale: approfondire il dialogo ed il confronto con le singole Regioni circa i processi di regolamentazione e di promozione delle politiche in materia di affidamento familiare;

c.       Livello “di base”: favorire percorsi di incontro, confronto, condivisione e visibilità per tutte le associazioni e le reti di famiglie affidatarie d’Italia, ivi comprese le organizzazioni sub-regionali e locali. Favorire altresì l’accesso alle informazioni, notizie, riflessioni, buone prassi, … da parte di tutte le reti/associazioni locali d’Italia.

Il Tavolo si configura come “raccordo leggero” tra le associazioni/reti, le quali custodiscono la piena autonomia e la propria specificità. Ciò è assicurato dai seguenti criteri:

  • Il Tavolo non è un ente giuridicamente costituito;
  • Le iniziative del tavolo sono decise di volta in volta dai membri. Ordinariamente le iniziative coinvolgono tutti i membri ma non è escluso che in taluni casi uno o più membri possano decidere di non partecipare ad un’iniziativa promossa dagli altri;

La segreteria, attualmente affidata all’Associazione Progetto Famiglia, non comporta funzioni di rappresentanza né di portavoce unico del Tavolo. Di volta in volta i membri decidono chi delegare allo svolgimento di singole azioni concordate.

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Per approfondimenti e contatti:

Segreteria del Tavolo Nazionale Affido

dott. Giordano Marco (PROGETTO FAMIGLIA)
tel.fax +39.081.91.55.48 – cell. +39.333.762.98.27 – marcogiordano@progettofamiglia.org

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