L'anello di congiunzione dei laici nella famiglia somasca

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Bere alla fonte – 4

 

Le disse Gesù:

“Donna perché piangi?

Chi cerchi?”

(Gv 20, 15)

Dalla PAROLA

alle parole

dei profeti

e dei testimoni,

per condividere la nostra fede

 

 

 

 

  1. Passare fra le acque…
  2. Dal grembo materno…
  3. Dove sei Dio?
  4. Io l’ho incontrato
  5. Come puoi dire?
  6. Dio mi parla… oggi
  7. Quando il Cielo sembra vuoto
  8. Rimanete in me
  9. Tuo Padre vede nel segreto
  10. La “manna” quotidiana

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Come utilizzare le schede

Osservazioni

  • Dio incontra l’uomo attraverso l’esperienza della sua vita e la fede perciò non può che essere esperienza concreta di Dio e del suo amore nella vita.
  • La Scrittura è prima di tutto narrazione della storia privilegiata di Dio con il popolo d’Israele. Il racconto è la modalità caratteristica secondo cui abitualmente la Scrittura ci parla di Dio.
  • A partire dalla Parola di Dio, tentiamo di passare da una conoscenza astratta, deduttiva, affidata alla sola ragione, verso una conoscenza di tipo esperienziale, induttiva, che valorizza la storia, la propria vita, e sappia leggere in maniera sapiente il senso degli avvenimenti.
  • Diamo spazio alla comunicazione (narrazione) della nostra fede affinché tutti esprimano quello che sentono, pensano e vivono. Si tratta di uno stile (ascolto, testimonianza, discernimento) che rispecchia la natura stessa della fede.
  • Attraverso la narrazione recuperiamo gli aspetti essenziali: la fede come vita, come esperienza; la fede come testimonianza di carità vissuta; la fede come incontro con Dio; la fede come relazione.
  • Ogni nostra singola storia personale, è “abitata” da noi e da Dio. Così che la sua trama è tessuta, in simultanea, da Lui e da noi. E raccontarla vuol dire raccontare di Lui e di noi.
  • Utilizziamo lo stile narrativo, che vuol dire saper ascoltare, dar la parola a tutti, condividere responsabilità.
  • Con libertà, prudenza, carità e umiltà, facciamo regalo al gruppo della nostra esperienza di fede (scelte, legami, incontri, affetti, errori, successi, sofferenze, gioie, paure, avvenimenti…).
  • Ci sosteniamo a vicenda, nel nostro cammino di fede.
  • Chi legge la Bibbia sa che – pur essendo chiuso il “canone ispirato” – non è chiusa l’ispirazione di Dio che suscita “oggi” nuovi racconti nella vita concreta del credente.
  • La tradizione dei padri della Chiesa afferma che esistono due Bibbie: una è quella già scritta che la comunità ecclesiale consegna ad ogni credente, l’altra Bibbia – autentica “parola di Dio incarnata” – è il vissuto concreto di ogni credente.
  • Come rendere effettivamente operativa questa intuizione dei padri della Chiesa? Una delle modalità è la pratica dell’esperienza della lectio divina.

Lectio Divina

  1. Lectio (cosa dice Dio in questo testo?). Ascoltiamo con attenzione il testo e cerchiamo di capire le opere del Signore, con l’aiuto di chi guida la lectio (che non è semplice spiegazione, ma illuminazione).
  2. Meditatio(cosa dice a me Dio in questo testo?). Faccio entrare in dialogo la Parola ascoltata con la mia vita. Nella riflessione personale colgo come / quando / in che modo la Parola diventa per me esperienza di vita. Costruisco un nuovo racconto, la “mia” Bibbia.
  3. Collatio (quale pagina posso narrare della “mia Bibbia”?). Racconto al gruppo la mia esperienza di fede e di vita, dandogli quella intonazione che solo io gli posso dare, perché unica e irrepetibile. (Importante: lo scambio di comunicazioni personali, necessariamente, deve rimanere nel segreto del gruppo).
  4. Oratio (cosa dico io a Dio a partire dalla “mia Bibbia”?). E’ il momento di una preghiera viva, condivisa.

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 1. Passare fra le acque…
  • La fede non è una fuga nel vuoto, nell’illusione o un’evasione dalla realtà concreta quotidiana. Il credente sa, proprio grazie alla relazione con il Dio “affidabile” di Gesù, che la fede gli consente di “attraversare” il dolore, la sofferenza, lo scacco, la desolazione, la crisi, l’angoscia…, e ritrovare significato, coraggio e fiducia nella vita, già qui, ora, adesso.

Esodo (14, 19-26)

L’angelo di Dio, che precedeva l’accampamento d’Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro. Venne così a trovarsi tra l’accampamento degli Egiziani e quello d’Israele. La nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte, così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte. Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore, durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono con tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri, entrando dietro di loro in mezzo al mare. Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: “Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani”. Il Signore disse a Mosè: “Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri”.

…se starete forti nella fede  (2 Lettera)

Il terzo motivo è per provarvi come si prova l’oro nel crogiolo: le scorie e le impurità che sono in esso si consumano nel fuoco, mentre l’oro buono si conserva e cresce di valore. Così fa il buon servo di Dio che spera in lui: sta saldo nelle tribolazioni e poi Dio lo conforta e gli dà in questo mondo il cento per uno di ciò che lascia per amor suo, e nell’altro la vita eterna. Si è comportato in questo modo con tutti i santi. Così si comportò con il popolo d’Israele; dopo le numerosi tribolazioni che ebbe in Egitto, non solo lo fece uscire con molti miracoli dall’Egitto e lo nutrì di manna nel deserto, ma gli diede la terra promessa. Voi lo sapete, perché vi è stato assicurato da me e da altri, che similmente farà Dio con voi, se starete forti nella fede. E al presente ve lo ripeto e affermo più che mai: se voi state forti nella fede durante le tentazioni, il Signore vi consolerà in questo mondo, vi farà uscire dalla tentazione e vi darà pace e quiete in questo mondo, in questo mondo, dico, temporaneamente e nell’altro per sempre (san Girolamo).

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  • Giuseppina Bakhita… passa fra le acque

“L’esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all’africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II. Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All’età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano Callisto Legnani che, di fronte all’avanzata dei mahdisti, tornò in Italia. Qui, dopo “padroni” così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un “padrone” totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava “paron” il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un “paron” al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal “Paron” supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava “alla destra di Dio Padre”. Ora lei aveva “speranza” – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era “redenta”, non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio. Così, quando si volle riportarla nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo “Paron”. Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L’8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane e da allora – accanto ai suoi lavori nella sagrestia e nella portineria del chiostro – cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l’aveva “redenta”, non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti”.

(Lettera enciclica “SPE SALVI” – Benedetto XVI)

  • Collatio

–       Che significa, oggi, per me… “passare fra le acque”?

–       Nell’attuale contesto dove vivo, in quale aspetto della vita di fede mi riconosco più vulnerabile e mi sento più interpellato?

–       Quale situazione critica ho attraversato in cui la mia fede è passata al vaglio della prova ed è ulteriormente maturata?

  • Oratio (spontanea)

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2. Dal grembo materno…

  • Rivisitando la storia della propria fede, ciascuno di noi può facilmente constatare che l’incontro personale con il Signore non è nato, né si è sviluppato nel vuoto, bensì nel quadro molto concreto e particolare di una famiglia, di una comunità ecclesiale. C’è un Dio che ci ha cercato, ci cerca e si lascia coinvolgere nelle nostre storie, invitandoci, nella piena libertà…

 

Geremia (1, 4-8)

Mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”. Risposi: “Ahimè, Signore Dio, ecco, io non so parlare, perché sono giovane”. Ma il Signore mi disse: “Non dire: Sono giovane, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti”.

Luca (19, 1-10)

Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò tutti mormoravano: “E’ andato ad alloggiare da un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do le metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

 

…il frequente ascolto della parola di Dio… (Anonimo 5)

Quando piacque al benignissimo Iddio (che per sua clemenza ama e predestina i suoi figli fin dall’eternità, prima ancora della creazione del mondo) di muovergli perfettamente il cuore e con santa ispirazione di attrarlo a sé dalle occupazioni del mondo, avvenne che il frequente ascolto della parola di Dio lo inducesse a ricordarsi della sua ingratitudine e delle offese fatte al suo Signore. Frequentava le chiese, ascoltava le predicazioni e partecipava alle messe. Assorto in santi pensieri, il servo di Dio (Girolamo), all’udire spesse volte quel passo del vangelo: “Chi vuole essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”, attirato dalla divina grazia, decise di imitare il più perfettamente possibile il suo caro maestro Cristo.

 

 

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  • Con la cesta della spesa

Quando il 12 ottobre 1891 Edith Stein nacque a Breslavia, ultima di undici figli, la famiglia festeggiava lo Yom Kippur, la maggior festività ebraica. Il padre venne a mancare dopo due anni, e la madre, donna religiosa, non riuscì però a mantenere nei figli una fede vitale. Edith perse la fede in Dio: “In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare”. Conseguì brillantemente la maturità e il suo vero interesse era la filosofia. Frequentò le lezioni di Edmund Husserl, divenne sua discepola e assistente e conseguì con lui la laurea. A Gottinga, Edith incontrò anche il filosofo Max Scheler.

A quel tempo accadde che osservò come una popolana, con la cesta della spesa, entrò nel duomo di Francoforte e si soffermò per una breve preghiera. “Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l’accaduto”.

Nell’estate del 1921 si recò per alcune settimane a Bergzabern, nella tenuta della signora Hedwig Conrad-Martius, una discepola di Husserl, che si era convertita, assieme al proprio coniuge, alla fede evangelica. Una sera Edith trovò nella libreria l’autobiografia di Teresa d’Avila. La lesse per tutta la notte. “Quando rinchiusi il libro mi dissi:questa è la verità”.

Il 1° gennaio 1922 si fece battezzare e nel 1933 entrerà nel monastero delle Carmelitane di Colonia. Più tardi, l’odio portato dai nazisti verso gli ebrei viene palesato a tutto il mondo; le sinagoghe bruciano e il terrore viene sparso fra la gente ebrea. Il 2 agosto 1942, arriva la Gestapo. Edith Stein si trova nella cappella, assieme ad altre sorelle. Nel giro di cinque minuti deve presentarsi, assieme a sua sorella Rosa, che si era fatta anch’essa battezzare.

Le ultime parole di Edith che s’odono, sono rivolte a Rosa: “Vieni, andiamo per il nostro popolo”. All’alba del 7 agosto Edith parte su un treno carico di ebrei diretti ad Auschwitz. Il giorno 9 agosto suor Teresa Benedetta della Croce, assieme a molti altri del suo popolo, muore nelle camere a gas. Si dirà di lei: “In un mondo di negazione di Dio, è stata una testimone della presenza di Dio”.

  • Collatio

Racconto la mia storia di fede, a partire dalla domanda che più mi aiuta tra le seguenti:

–      Come sono diventato “credente” e come mi sono formato alla fede (famiglia, persone, eventi, esperienze, momenti, crisi, strumenti… da cui ho ricevuto aiuto)?

–       Che cosa riscontro di mutato nel mio credere rispetto ad un certo passato?

–       Con quale atteggiamento mi pongo di fronte agli altri “credenti”? sono in ascolto profondo della loro esperienza? riconosco che la vicenda di ciascuno è una “parabola di fede”?

  • Oratio (spontanea)

 

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3 Dove sei Dio?

  • “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28). Anche nelle prove abbiamo la certezza che da quel che ci sembra male Dio sa trarre il nostro bene. Ci dà una grande serenità anche nella prova. Gesù è venuto non per eliminare la sofferenza, ma per soffrire con noi. Non ha distrutto la croce, ma vi si è steso sopra.

Giobbe (1, 13-22)

Ora accadde che un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: “I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi, quando i Sabei sono piombati su di essi e li hanno predati e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo”. Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: “Un fuoco divino è caduto dal cielo; si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io solo che ti racconto questo”. Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: “I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato io solo che ti racconto questo”. Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse: “Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”.

 

Girolamo (3 Lett 10)

“…bisogna prendere quello che manda il Signore, trarre profitto da ogni situazione e sempre pregare il Signore che ci insegni come condurre ogni cosa a buon fine”.

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  • Non esiste nessun Dio!

Fin da ragazzo ho desiderato avere una dimostrazione e, di conseguenza, la convinzione dell’esistenza di Dio. Avendo poi acquisito una certa conoscenza dei fenomeni religiosi, ero anche consapevole dell’inverificabilità di una dimostrazione del tutto oggettiva, e perciò sarei anche stato più che soddisfatto di una dimostrazione strettamente personale e soggettiva. E avendo anche acquisito una buona conoscenza delle scritture bibliche, pensavo che per avere una personale conferma dell’esperienza di Dio, dovevo pregarlo chiedendo qualcosa, riguardo la mia vita, di estremamente buono e giusto, e di veramente necessario, in modo da dover con sicurezza coincidere con la benevola e amorevole volontà di Dio. In altre parole, una richiesta di qualcosa tanto buono, giusto e necessario, da non poter assolutamente rimanere inesaudito. E così, in questo modo, con l’adempimento della mia preghiera, avrei avuto anche la mia personale dimostrazione dell’esistenza di Dio. Ma per tanti anni, a nessuna delle mie richieste, ho mai potuto con sicurezza attribuire questa bontà, giustezza e necessità a cui poc’anzi ho fatto riferimento. Ma poi, un brutto giorno, fui informato dai medici che mamma era affetta da un carcinoma maligno. Da quel giorno mi prodigai per fare a mamma tutti gli interventi, esami e cure che si rendevano necessari. Volevo fortemente, con tutto me stesso, che mamma potesse guarire da quella tremenda e nefasta malattia. E perciò iniziai a pregare Dio chiedendo, notte dopo notte, spesso anche in lacrime e in ginocchio, la guarigione di mamma. Pensavo: questa volta sto chiedendo a Dio qualcosa che sento con tutto il cuore buono e giusto e necessario, e sento che coincide sicuramente con l’amore e la bontà di Dio. E pertanto, confidavo pure nelle parole di Gesù: “Se voi mi chiederete qualcosa nel mio nome, io lo farò” (Gv 14,14). E pensavo inoltre: tutte le sofferenze che mamma sta subendo e anche i miei sacrifici per farla curare, sono il prezzo con cui stiamo pagando la sua guarigione.

Era tutta un’illusione: la malattia ha fatto il suo inesorabile corso, nonostante gli interventi, le cure e le chemioterapie. E mamma è morta esattamente nei tempi che i medici avevano pronosticato, e la sua sofferenza non è servita a pagare nessuna guarigione. La sua sofferenza è servita soltanto a dimostrarmi e a convincermi che non esiste nessun Dio di amore e di bontà che ascolta le nostre preghiere! No! Non c’è nessun vero taumaturgo, nessun buon “padre eterno” che opera miracoli e compie prodigi a nostro favore!                                              (Arturo, lettera autentica, 2006)

  • Elie Wiesel, scampato ad Auschwitz, racconta nel suo libro «Night»: Le SS impiccarono due ebrei e un adolescente davanti a tutti gli uomini del campo. Gli uomini morirono rapidamente, l’agonia dell’adolescente durò una mezz’ora. “Dov’è Dio? Dov’è?” domandò qualcuno dietro di me. Mentre l’adolescente si dibatteva ancora all’estremità della corda, sentii l’uomo chiedere di nuovo: “Dov’è Dio adesso?”, e sentii una voce rispondere dentro di me: “Dov’è? È qui. È appeso al patibolo”.
  • Gesù non ci ha dato spiegazione sull’origine del male ma è venuto a dare un senso alla nostra condizione umana segnata dall’ambiguità e dalla precarietà. Dopo la Pasqua nessuno di noi è solo sulla strada.
  • Collatio

–       A partire dalla mia esperienza di fede… come potrei aiutare Arturo?

–       Con quale atteggiamento mi pongo di fronte a chi fa fatica a credere o dice di aver perso la fede?

–       Che suscita in me il grido misterioso di Gesù sulla Croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

–       Che cosa mi suggerisce questa affermazione: «Cristo non è venuto a sopprimere la sofferenza. Non è neanche venuto a spiegarla. E venuto a riempirla della sua presenza».

  • Oratio (spontanea)

 

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4 Io l’ho incontrato
  • Non è stato facile per Girolamo arrivare ad una profonda e radicale libertà di cuore. Dopo l’esperienza della prodigiosa liberazione dal carcere, ha dovuto iniziare un lungo cammino di conversione (17 anni). Solo alla fine di tale percorso incontra il suo “dolce Padre nostro, Signore Gesù Cristo”.

Esodo (3, 1-12)

Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo meraviglioso spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse:” Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”. E disse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. Il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora va! Io ti mando dal faraone. Fa uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti”.

…attribuendo alla grazia del Signore… (Anonimo 5)

Incominciò con moderati digiuni a vincere la gola, principio di ogni vizio. Vegliava la notte, né mai si coricava, se non vinto dal sonno. Leggeva, pregava, si affaticava. Si umiliava quanto più gli era possibile nel vestire, parlare, conversare, e più ancora dentro il cuore, stimandosi un nulla e attribuendo alla grazia del Signore tutto ciò che di buono c’era in lui. Custodiva gli occhi con grande diligenza per evitare di guardare cose di cui dovesse pentirsi, ben conoscendo il detto: “Distogli i miei occhi dal vedere la vanità”. Con elemosine andava incontro alle necessità dei poveri come meglio poteva, li consigliava, li visitava, li difendeva. Era edificante vederlo sempre allegro, tranne quando si ricordava dei suoi peccati.

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  • Dio esiste, io l’ho incontrato

“Mia nonna era ebrea, mia madre protestante, mio padre non era battezzato”: così narrava di sé André Frossard, nato nel 1915 a Belford, nella Francia orientale. “E’ l’8 luglio – racconta – una magnifica estate. Per la sera ho un appuntamento con una tedeschina bionda. Non credo a niente. Ad ogni modo, se credessi all’esistenza di una verità, i preti sarebbero gli ultimi ai quali andrei a chiederla. Non provo infine alcuna curiosità per le cose di religione che ritengo di un’altra epoca”. Verso sera André, con un amico, si reca in via d’Ulm. L’amico entra in una chiesetta. André, ateo, tranquillo, preferisce aspettarlo fuori. Quello non torna più. Sono le 17,10. Spinto dalla curiosità, André entra nella cappella, ma non trova l’amico. Si trova però di fronte a “cose” mai viste: un altare, il Santissimo Sacramento esposto in alto tra i fiori e candele accese. Dinanzi all’altare, alcune suore in preghiera. Per caso fissa una candela: la seconda a sinistra della croce. Continua a raccontare: “Dapprima mi vengono suggerite queste parole: “Vita spirituale”. Le ho sentite come se fossero state pronunciate accanto a me sottovoce da una Persona che io non vedo ancora. Non dico che il Cielo si apre. Non si apre, ma si slancia, s’innalza silenziosa folgorazione, da quella insospettabile cappella nella quale si trovava rinchiuso… C’è un ordine nell’universo e alla sommità c’è Dio, l’evidenza di Dio, l’evidenza fatta presenza, fatta Persona di Colui che un istante prima avrei negato”. Nella vita dell’ateo ventenne, figlio del segretario del partito comunista francese, è capitato il fatto più importante, l’unico che conta: davanti a Gesù Eucaristia, esposto sull’altare, Gesù che è il Dio vivente, ha incontrato Dio, fino all’evidenza. All’uscita, vide l’amico che, accortosi di qualcosa di nuovo e di strano, lo fissava curioso e indagatore: “Ma che cosa ti capita?”. Andrè risponde: “Sono cattolico, apostolico, romano… Dio esiste ed è tutto vero”. Quella sera non andò più all’appuntamento con la biondina tedesca. Amico e confidente di Papa Giovanni Paolo II, a chi lo incontrava era solito ripetere: “Da quando ho incontrato Dio, io non riesco ad abituarmi al Mistero di Dio. Ogni giorno è una novità per me. E se Dio esiste, io lo devo dire; se Cristo è il Figlio di Dio, io lo devo gridare”.

  • La fede non nasce dal nulla o da una adesione ad occhi chiusi a una verità che ci supera o a un mistero irraggiungibile, ma da una constatazione, da una lettura in profondità della propria storia, che va al di là del dato subito visibile per cogliere dietro ad esso una presenza che gli dà un significato, una logica di coerenza e di provvidenza.
  • Collatio

Rileggo il mio passato e riporto alla memoria ciò che Dio ha fatto nella mia storia personale attraverso le tante mediazioni umane e le circostanze di vita.

–       Identifico il mio o miei “roveti ardenti”.

–       Ricordo persone, eventi e situazioni che mi hanno aperto alla scoperta della presenza misteriosa e personale di Dio.

–       Qual è stato il mio percorso di maturazione nella fede?

  • Oratio (spontanea)

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5 Come puoi dire?

  • “Se non ami il fratello che vedi, come puoi dire di amare Dio che non vedi?” (1 Gv 4,20). La autentica fede in Dio non può mai escludere l’altro, gli altri, chiunque.

 

Giacomo (2, 14-20)

Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le opere ti mostrerò la mia fede. Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene;anche i demoni lo credono e tremano! Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore?

Matteo (25, 1-40)

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. Rispondendo, il re dirà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

…come fossero balsamo e oro… (Anomino 7)

Nelle piazze e lungo le strade si vedevano i poveri disgraziati non gridare, perché non ne avevano la forza, ma piangere silenziosamente l’avvicinarsi della morte. Vedendo questo spettacolo, il nostro Miani (Girolamo), spronato da ardente carità, si mise a loro disposizione per offrire ogni possibile assistenza. In pochi giorni spese tutto il denaro che aveva, vendette abiti, tappeti ed ogni altra suppellettile di casa, distribuendo il ricavato per questa pia e santa impresa. Egli infatti forniva cibo ad alcuni, ad altri vestiti (era inverno); alcuni ospitava in casa sua, altri incoraggiava con buone esortazioni ad avere pazienza e accettare serenamente la morte per amore di Dio; ricordava loro che in cambio di tale pazienza e fede era promessa la vita eterna. Passava tutto il giorno in questo servizio di carità. Spesso non bastando le ore del giorno, anche di notte percorreva la città; quelli che trovava malati, ma ancora vivi, soccorreva, come poteva, mentre i cadaveri giacenti a volte per le strade, se li poneva in spalla, come fossero balsamo e oro, poi segretamente e in incognito, li portava ai cimiteri o ad altri luoghi sacri.

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  • Trentadue volte il giro del mondo

Durante un viaggio in terra africana, Raoul Follereau, brillante giornalista francese, ha un incontro che cambia la sua vita. Così scrive: “Tosto emersero dalla vegetazione dei visi spaventati, poi dei corpi magri di fame. Gridai loro di avvicinarsi. Ma alcuni se ne fuggirono; altri più coraggiosi se ne stettero immobili, senza cessare di guardarmi con i loro sguardi fissi e tristi. Domandai alla guida: “Chi sono costoro?”. “Lebbrosi”. “E perché sono qui?”. “Perché sono lebbrosi”. “Ho capito, ma non starebbero meglio al villaggio? Che hanno fatto per essere tenuti lontano?”. “Sono lebbrosi”. L’interlocutore, seccato di dare sempre la stessa risposta, scrollò le spalle e si girò sui tacchi. Fu quello il giorno in cui venni a sapere che esisteva un delitto imperdonabile, legato a non so quale castigo, un crimine senza appello e senza amnistia: la lebbra. E fu quello il giorno in cui decisi di non più perorare altra causa, per tutta la mia vita: quella di milioni di uomini di cui la nostra ignoranza, il nostro egoismo, la nostra vita han fatto dei lebbrosi… condannati per sempre alla solitudine e alla disperazione”. Compie trentadue volte il giro del mondo, visitando novantacinque paesi, lanciando innumerevoli iniziative. Nel 1952 interviene presso le Nazioni Unite. Nel 1954 lancia la prima Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra. Scrive al presidente degli Stati Uniti e a quello dell’Unione Sovietica per chiedere, invano, un aereo da bombardamento ciascuno: “Con il prezzo di due di questi aerei potremo curare tutti i lebbrosi del mondo”. Nel 1969 convince oltre tre milioni di giovani, a celebrare un giorno di guerra per la pace: guerra contro l’egoismo e la paura del fratello. Scrive: “Se Cristo domani batterà alla vostra porta, lo riconoscerete? Sarà, come una volta, un uomo povero, certamente un uomo solo. Sarà senza dubbio un operaio, forse un disoccupato”. – “Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi”. – “Che fare? La rivoluzione. Dove? In se stessi. Come? Con la carità”. – “Amare la povera gente, amare le persone infelici, amare lo sconosciuto, amare il prossimo che è ai margini della società, amare lo straniero che vive vicino a noi”. – “Amarsi gli uni con gli altri, amarsi tutti. Non a orari fissi, ma per tutta la vita. La sola verità è amarsi”.

  • Collatio

–       Identifico e do un nome ai nuovi “lebbrosi” del contesto sociale in cui vivo.

–       Che suscita in me l’invito pressante di Follereau: guerra contro l’egoismo e la paura del fratello?

–       Concretamente, nella mia vita, come cerco di collegare la mia fede nel Signore con il suo comandamento: “amatevi come io vi ho amato”?

  • Oratio (spontanea)

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6 Dio mi parla… oggi

  • “In Lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28). “Egli ha fatto tutto e senza di Lui niente è stato fatto” (Gv 1,3). Dobbiamo imparare a cogliere i segni della presenza di Dio. La fede cristiana non è semplicemente qualcosa che si conosce (sarebbe ideologia o filosofia). E’ piuttosto l’esperienza di una scoperta, un incontro, una “presenza”. La fede autentica nasce e si sviluppa come una relazione personale, libera e responsabile; come libera risposta a un dono.

Giovanni  (4, 1-15)

Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe, suo figlio; qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”. I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Gli disse la donna: “Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?”. Rispose Gesù: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”.

…la più convincente esperienza… (Anonimo 8)

Il valoroso soldato di Cristo, non evitando il contatto con gli appestati e i cadaveri, fu contagiato dalla stessa malattia. Appena se ne rese conto, si confessò, ricevette il santissimo sacramento dell’altare e si affidò al Signore, sua unica speranza e rifugio. Non parlava né si preoccupava di sé, ma si comportava come se la malattia non fosse sua ed attendeva con pazienza che si compisse la volontà del Signore Iddio. Quando ormai i medici avevano perduto ogni speranza e la morte sembrava sicura, inaspettatamente nel giro di pochi giorni fu fuori pericolo. Subito, sebbene non ben ristabilito, ritornò all’opera intrapresa con maggior fervore di prima. Aveva fatto personalmente la più convincente esperienza che il Signore non abbandona mai quelli che si dedicano al suo servizio, anzi di solito opera cose nuove e mirabili nei suoi servi.

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  • Un mattino di 4 anni fa

Leonardo Mondadori nasce a Milano nel 1946. Laureato in filosofia, inizia la sua attività professionale nella Arnoldo Mondadori; diventa consigliere della fondazione e più tardi ricopre la carica di vicepresidente del gruppo. Appassionato di arte e promotore di numerosi eventi artistici e culturali, sarà anche presidente e amministratore delegato di Retequattro. Nel 1988 fonderà la sua casa editrice, la Leonardo Editore. Uomo prestigioso, ricco e noto, un giorno si converte alla fede cattolica. Il motivo: un mattino, scopre improvvisamente, la sua grave malattia. Lo racconta nelle pagine del suo libro dal titolo “Conversione – una storia personale”. “La vita, per alcuni è cupa, per altri grigia. Per me è radiosa. Ci sono molti elementi che concorrono alla luminosità della mia esistenza attuale: innanzitutto, un mattino di quattro anni fa, ho scoperto, in un colpo solo, di avere un tumore alla tiroide e un carcinoma nel pancreas e al fegato, per cui da allora devo sottopormi ogni giorno alla terapia dell’interferone. Inoltre, svolgo il mio lavoro fra molti contrasti e anche, com’è naturale, qualche disillusione. Infine, anche per colpe mie, sono lontano da colei che, malgrado un divorzio, nella prospettiva cristiana resta mia moglie e che mi ha dato una figlia, mentre gli altri due figli sono venuti dal mio secondo matrimonio. Eppure godo di una vita cristiana vibrante. Ed è questa visione di fede che, malgrado tutto, rende la mia esistenza radiosa”. Nel libro racconta la sua esperienza e affronta diversi temi etici, tra i quali: l’indissolubilità del matrimonio; i rapporti prematrimoniali; l’attuale dissociazione tra sesso e amore; l’interruzione della gravidanza. Scrive: “Senza la misteriosa prospettiva della fede, la morale cristiana appare incomprensibile”. E prosegue: “C’è un laicismo disinformato – lo incontro di continuo – che dà al cristianesimo un’immagine caricaturale. E’ quello che sostiene che questa religione sarebbe la nemica implacabile della sessualità e dell’eros. Beh, io dico che basterebbe leggere, nell’Antico Testamento, il Cantico dei cantici, o alle molti riflessioni che Giovanni Paolo II ha dedicato all’amore, pure a quello umano per rendersi conto di che cosa sia la fede vera, anche in materia sessuale”. Il tumore ha il sopravvento, e Leonardo muore il 13 dicembre 2002. E’ stata proprio lei, la malattia, a fargli scoprire la perla preziosa e il tesoro nascosto di cui parla il Vangelo, il senso della vita e l’onnipotenza misericordiosa della tenerezza di Dio.

  • Collatio

–       Come sento e vivo gli eventi e gli avvenimenti mondiali, locali, familiari e personali? Considero l’ipotesi che attraverso di essi Dio può parlarmi?

–       Che cosa mi suggerisce questa affermazione: “Ogni nostra singola storia personale, è “abitata” da noi e da Dio”?

–        Rivedo la mia storia e condivido qualche ricordo particolare di fatti, situazioni, eventi e persone in cui sono giunto alla consapevolezza del messaggio di Dio.

  • Oratio (spontanea)

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 7 Quando il Cielo sembra vuoto
  • Ci sono dei momenti in cui “credere” non è affatto facile. E’ il momento della prova, della notte oscura, della solitudine e del Cielo che sembra vuoto. Dio rimane “silenzioso”.

Matteo (2, 14-20)

Allora Gesù andò con loro in un podere chiamato Getsemani, e disse ai discepoli: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”. E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. E, avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu”. Poi tornò ai discepoli e li trovò che dormivano.

Matteo (27, 45-50)

Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: “Costui chiama Elia”. E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevuta di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. Gli altri dicevano: “Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!”. E Gesù, emesso un alto grido spirò.

Girolamo (5 Lett 5)

“…pregate Dio che vi dia la grazia di comprendere la sua volontà in queste tribolazioni e di eseguirla”.

(2 Lett 2-3)

Poiché il nostro fine è Dio, fonte di ogni bene, dobbiamo confidare in lui solo e non in altri, come diciamo nella nostra orazione; il benignissimo Signore nostro ha voluto mettervi alla prova, per accrescere in voi la fede, senza la fede infatti, dice l’Evangelista, Cristo non può compiere molti miracoli, e per esaudire l’orazione santa che gli fate.

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  • La notte oscura

Madre Teresa di Calcutta ha affascinato e continua ad affascinare, nonostante siano già passati alcuni anni dalla sua morte. Padre Brian Kolodiejchuk, postulatore della causa di canonizzazione della religiosa, ha pubblicato un libro storico (“Mother Teresa: Come be my light”, 2007) che rivela aspetti prima sconosciuti della sua vita interiore, attraverso la corrispondenza che ella ebbe con i suoi direttori spirituali per circa 60 anni. Visse per anni una costante “oscurità”, sentendosi abbandonata da Dio, ma decisa ad “amarlo come non era mai stato amato prima”. La sua fede eroica e salda, la sua fedeltà, il coraggio e la gioia durante questo doloroso e prolungato periodo di prova, fanno risaltare ancor più la sua santità. Il libro rivela anche la sua identificazione con i più poveri dei poveri che ella servì. Comprese che l’ “oscurità” era il “lato spirituale del suo lavoro”. Nel treno da Calcutta a Darjeeling ricevette l’ispirazione di iniziare la sua opera. Secondo quanto si deduce dalle sue lettere, tutto iniziò il 10 settembre. Gesù le parlò per mezzo di una locuzione interiore; le chiese di uscire dall’ordine di Loreto e di iniziare il suo lavoro con i poveri. Sperimentò per vari mesi una profonda unione mistica. Ma curiosamente, sembra che con l’inizio del servizio ai poveri sia calata su di lei un’oscurità opprimente, una grande prova interiore che la portò persino a dire: “C’e tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il Cielo non significa nulla per me: mi sembra un luogo vuoto”. In questi anni Madre Teresa ha parole che nessuno avrebbe sospettato in lei: “Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’inferno è la perdita di Dio… Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del dannato, di Dio che non mi ama, di Dio che non sembra Dio, di Dio che sembra in realtà esistere. Gesù, ti prego, perdona le mie bestemmie” – “Sono stata a punto di dire di no… Mi sento come se qualcosa stesse per rompere in me in qualsiasi momento”. E in altra occasione: “Prega per me, che non rifiuti Dio in quest’ora. Non voglio, ma temo di poterlo fare”. Sente una solitudine impressionante, che sembra far vacillare persino la sua fede: “Signore mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? Chiamo, mi aggrappo, amo però nessuno mi risponde, nessuno a cui afferrarmi, no, nessuno. Sola, dov’è la mia fede? Persino nel più profondo non c’è nulla, eccetto vuoto e oscurità, mio Dio”.  Sempre senza venir minimamente meno alla sua fede e al suo desiderio di compiere la Volontà di Dio, afferma: “Gesù, ascolta la mia preghiera, se ciò ti è gradito. Non guardare i miei sentimenti, non guardare neanche il mio dolore”. Leggendo queste righe, impressiona profondamente pensare che una donna che si dedicò completamente ai più poveri fra i poveri, che sembrava riconoscere Gesù in tutto quello che faceva, che comunicava Dio da tutti i pori, vivesse in un’oscurità e una desolazione così profonde. E ciò che la rende più straordinaria ancora è il fatto che fosse capace di vivere tutto questo non un anno o due, ma per quasi 50 anni, nascondendolo allo sguardo degli altri. Questo fatto, il silenzio che osservava su se stessa, rende ancora più bello il fiore della notte di Madre Teresa. Con la Grazia di Dio riuscì a nascondere tutto questo tormento sotto un sorriso perenne.

  • Collatio

–       Nel mio cammino di fede ho fatto esperienza del “silenzio di Dio”? o delle difficoltà di qualche persona a me vicina?

–       Che sentimenti suscita in me la storia di Madre Teresa?

–       Che fare in queste circostanze? Come aiutarci?

  • Oratio (spontanea) 

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8 Rimanete in me

  • La fede non è certo riducibile all’esperienza di un moralismo soffocante. La mia esistenza credente non nasce da una costrizione, né si sviluppa sotto il segno di un dovere che mi s’impone dall’esterno. E’ una relazione personale e diretta con il Signore, che si apre alla testimonianza, sempre in favore di altri.

Giovanni  (15, 1-17)

Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il sevo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comanda: amatevi gli uni gli altri.

Girolamo (2 Lett 7)

“…Dio non compie le sue opere in quelli che non hanno posto tutta la loro fede e speranza in lui solo”.

(La nostra orazione): “Confidiamo nel nostro Signore benignissimo e abbiamo vera speranza in lui solo, perché tutti coloro che sperano in lui, non saranno confusi in eterno, e saranno stabili, fondati sopra la ferma pietra”.

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  • Rimanete nel mio amore…

Chiara Amirante, nata a Roma il 20 luglio 1966, è la fondatrice della “Comunità Nuovi Orizzonti”. Laureata in Scienze Politiche all’università La Sapienza di Roma, ha iniziato negli anni ’90 ad incontrare alla stazione Termini il “popolo della notte”: ragazzi con problemi di tossicodipendenza, alcolismo, prostituzione, AIDS, carcere. Nel 1987, in un momento particolare della sua vita lei stessa racconta che accadde qualcosa di straordinario che le cambiò la vita: “Ho sempre cercato, come penso faccia ogni persona, qualcosa capace di dare un senso profondo alla mia esistenza. Una frase del Vangelo mi ha raggiunto come una folgorazione: “Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”. All’età di 21 anni affronta una grave situazione di malattia sperimentando come il Vangelo potesse essere l’unica vera risposta alle aspirazione di ogni cuore umano. Una volta guarita, inizia nel 1990 ad andare in strada per rispondere all’emergenza di un imponente disagio sociale, proponendo il Vangelo come via di rinascita da qualsiasi situazione. “Ho iniziato a recarmi di notte in strada spinta da un semplice desiderio: condividere la gioia dell’incontro con Cristo risorto proprio con quei fratelli che erano più disperati.Non immaginavo davvero di incontrare un popolo così sterminato di giovani soli, emarginati, sfregiati nella profondità del cuore e della dignità, vittime dei terribili tentacoli di piovre infernali e della più infame delle schiavitù. Quante ragazze vendute come schiave e costrette a svendere il loro corpo a gente senza scrupoli. Quanti giovani distrutti, imprigionati dall’illusione di un paradiso artificiale che ha ucciso loro l’anima. Quante grida silenziose e lancinanti mai ascoltate da nessuno; quanta disperazione, rabbia, violenza, devianza, criminalità… ma quanta incredibile sete di amore, di Dio proprio là, nella profondità delle tenebre degli inferi della strada. Ho provato con un certo timore e tremore ad entrare in punta di piedi nelle storie delle persone che abitavano le zone più ‘calde’ della città e subito sono rimasta impressionata dalla sete di ascolto, di verità, di pace, di amore di Dio, proprio in mezzo a quell’inferno. Nel 1993, Chiara Amirante fonda l’Associazione di volontariato “Nuovi Orizzonti” e nel 1994 apre la prima comunità residenziale di accoglienza a Roma. La Comunità Nuovi Orizzonti, oggi, realizza azioni di solidarietà a sostegno di chi vive situazioni di grave difficoltà; svolge la sua attività avendo presenti tutte le realtà di emarginazione sociale, in modo particolare del mondo giovanile. “E’ davvero urgente che ci mettiamo in ascolto del silenzioso e terribile grido del popolo della notte che ogni giorno si leva verso il cielo. Sono troppi i nostri fratelli disperati che continuano a morire ogni giorno nei deserti delle nostre città. Ciascuno di noi può fare ben poco, ma insieme a Colui che è l’Amore possiamo inventarcene di tutti i colori per colorare di cielo gli inferni del mondo. Una cosa è certa: l’Amore fa miracoli!”.

“Sì, solo l’Amore può scardinare i muri dell’indifferenza che imprigionano l’anima in una solitudine mortale. Solo L’Amore può distruggere l’angoscia di cuori impietriti dall’odio e dalla violenza. Solo l’Amore può ridare speranza a chi, colpito dalle più terribili sferzate della vita, giace prostrato nella disperazione. Solo l’Amore può far germogliare la Gioia di vivere nei deserti dell’umanità!!”.

 

  • Collatio

–       Come cerco di tradurre concretamente nel mio cammino di fede l’invito del Signore: “Rimanete in me”?

–       Cosa mi suggerisce il desiderio di Chiara Amirante: “…Condividere la gioia dell’incontro con Cristo risorto con i fratelli più disperati”?

  • Oratio (spontanea)

 

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9 Tuo Padre vede nel segreto
  • “Pregare” è essere presenti a tutto l’universo, quello visibile che si raggiunge con i sensi, e quello delle cose invisibili che si tocca mediante la fede. E’ “guardare”, pensare, parlare, supplicare… e aprire il proprio cuore ad una Presenza. E’ riconoscere la presa di possesso di Dio su noi stessi. E’ un atto che suppone molto coraggio e abbandono di sé ad un’attività di Cristo in noi. E’ “pensare” a Lui, amandolo. La preghiera è opera dell’amore.

 

Matteo  (4, 1-15)

Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: “Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

…tutto solo in una grotta… (Anonimo 15)

La divina volontà permise che scoppiasse nel Bergamasco una malattia epidemica, poco conosciuta dai medici, la quale portava alla morte in quattordici o più giorni. Il santo dimorava in valle San Martino insieme a molti dei suoi. A volte si allontanava da loro per ritirarsi tutto solo in una grotta ed immergersi nelle sue contemplazioni. Durante l’epidemia uno dei suoi contrasse la malattia e in pochi giorni fu ridotto agli estremi. Iddio benignissimo… permise che anche Girolamo contraesse la stessa malattia pestilenziale. Oppresso gravemente dal male, in quattro giorni rese l’anima al suo Creatore. Coloro che erano presenti raccontano che era sostenuto da tale costante forza di spirito, che mai mostrò nessun segno di paura, anzi diceva di aver fatto i suoi patti con Cristo. Esortava tutti a seguire la via del Crocifisso, a disprezzare il mondo, ad amarsi l’un l’altro ed aver cura dei poveri; assicurava che coloro che compiono tali opere non sono mai abbandonati da Dio.

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  • Racconti di un pellegrino russo

L’anonimo autore dei Racconti nacque agli inizi del secolo XIX in un villaggio della provincia di Orel, circa 350 chilometri a sud di Mosca, da una famiglia di contadini. Rimasto orfano a tre anni d’entrambi i genitori, non ebbe vita facile a contatto del fratello maggiore. Costui, soggetto violento, provocò al futuro pellegrino l’anchilosi del braccio destro, rendendolo inabile al lavoro dei campi, e successivamente dette fuoco alla casa paterna. Nel frattempo il Pellegrino aveva potuto apprendere a leggere e scrivere, si era sposato, condividendo con la moglie un’intensa vita spirituale: preghiera mattutina dell’akathistos, il lungo inno alla Madre di Dio che viene cantato stando in piedi (da cui il nome), e mille prostrazioni la sera prima di coricarsi. Morta la moglie, la vita del Pellegrino registra un radicale mutamento. Da sedentario si fa nomade, perseguendo d’or innanzi un unico intento: riversare la propria anima nell’orazione. Lo ha infatti segnato, come fosse un marchio indelebile, l’invito dell’Apostolo alla preghiera incessante (1 Ts 5,17) che fluisca “sempre, in ogni tempo, in ogni luogo, non solo durante qualsiasi occupazione, non solo vegliando ma persino dormendo”. E’ vero che egli ha sentito più volte parlare della “preghiera interiore perpetua (che) è la tensione dello spirito verso Dio”, ma fino a quel momento nessuno gliene aveva indicato il metodo. Finalmente uno starec lo introduce nella pratica della preghiera del cuore. “Esiste una preghiera segreta dentro l’uomo, ed egli non sa neppure come gli operi inconsapevolmente nell’anima, spingendolo all’orazione, secondo le sue possibilità”. E’ quindi necessario ridestare nel cuore la “memoria di Dio”. A questo scopo basterà “immergersi più spesso silenziosamente nel proprio cuore e invocare più frequentemente il nome illuminante di Gesù Cristo”. Per raggiungere questa “attività incessante del cuore” lo starec esige al Pellegrino che ripeta ogni giorno, inizialmente tremila, poi seimila e infine dodicimila volte, l’invocazione divenuta classica nella tradizione esicasta: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore”. Per questo dovrà “alzarsi un po’ prima e andare a letto un po’ più tardi”. Da questo momento il racconto del Pellegrino si snoda come una “cronaca della stupefatta ed ebbra convivenza con la preghiera del Nome”. Racconto che riserva una serie di vicissitudini a dir poco rocambolesche, le quali fanno del protagonista “un veggente, un medico e un guaritore”, ma soprattutto un uomo assetato di Dio e bruciato dal desiderio di vivere in costante comunione con lui.

  • Collatio

–       Ripercorro il mio cammino di preghiera personale e cerco di descriverlo nelle sue diverse tappe.

–       Quali difficoltà ho incontrato e incontro nella preghiera personale? Come intento superare queste difficoltà?

–       Come mi è di aiuto e di sostegno la mia comunità ecclesiale, nel “camminare insieme” nella fede?

  • Oratio (spontanea)

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 10 La “manna” quotidiana
  • Ogni giorno ci è data una Parola, come la “manna” che nutrì un tempo Israele. La giornata, qualsiasi giornata, diventa allora “grembo” che accoglie e assieme partorisce una Parola sempre nuova di Dio. Così nasce e rinasce in continuazione la fede, che fa nuova la vita e rende ogni giornata “giorno che ha fatto il Signore” (Sal 118, 24).

 

Esodo  (16, 1-15)

Levarono l’accampamento da Elim e tutta la comunità degli Israeliti arrivò al deserto di Sin, che si trova tra Elim e il Sinai, il quindici del secondo mese dopo la loro uscita dal paese d’Egitto. Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: “Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine”. Allora il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che raccoglieranno ogni altro giorno”. Mosè e Aronne dissero a tutti gli Israeliti: “Questa sera saprete che il Signore vi ha fatti uscire dal paese d’Egitto; domani mattina vedrete la Gloria del Signore; poiché egli ha inteso le vostre mormorazioni contro di lui”. Alla sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Poi lo strato di rugiada svanì ed ecco sulla superficie del deserto c’era una cosa minuta e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: Man hu: che cos’è?”, perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: “E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo. Ecco che cosa comanda il Signore: Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda”.

 Girolamo (3 Lett 1)

Signor Lodovico, carissimo in Cristo. Mi pare che mi potete comprendere, purtroppo somigliamo alla semente, che cade tra le pietre, cioè a quelli che “credono per un cero tempo, ma nell’ora della prova vengono meno”.

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Osservazioni

–       La fede non nasce dal nulla o da una adesione a occhi chiusi a una verità che ci supera o a un mistero per altro irraggiungibile, ma nasce da una constatazione, e da una lettura in profondità della propria storia.

–       Un metodo utile e prezioso per la lettura del proprio vissuto è quello di utilizzare la Bibbia come “manna”, come sfondo interpretativo. Le “categorie bibliche” consentono di cogliere nella propria vita il compimento di un’autentica storia di salvezza (la mia storia di salvezza che si realizza oggi).

–       Categorie bibliche, infatti, sono quegli eventi centrali della vicenda di Israele, la storia-madre di ogni storia di salvezza, che il credente impara progressivamente a riconoscere anche nella misura piccola e limitata della sua esistenza: l’elezione, la prova, la caduta, la schiavitù, la lotta, la liberazione, il mar Rosso, il deserto, la manna, la terra promessa, Gesù Cristo…

–       Leggere così la vita vuol dire riscoprire le innumerevoli seduzioni e attenzioni divine di cui si è stati oggetto. Ma vuol dire soprattutto disporre di piste orientative, come delle direttrici di marcia che, senza nulla togliere all’assoluta originalità di ogni vicenda terrena, consentono di farne una lettura coerente e integrale, mirata e provvidenziale, in cui tutto concorre a evidenziare l’ostinata volontà di salvezza divina.

–       La Parola mi permette anche di fare una nuova lettura e dare un nuovo significato al mio passato (con le sue componenti positive e negative), riappropriandomi della mia esistenza già trascorsa, comprese le eventuali ferite, inconsistenze e debolezze… e fare esperienza della misericordia divina e della potenza della grazia che salva (cfr. Rm 7, 15-24; 2 Cor 12, 7-10).

–        Ma non basta guardare il proprio passato per alimentare la fede. Essere credente significa, oggi, affrontare ogni situazione con la certezza in cuore di poter contare su Dio.

–       E’ nell’ordinarietà del quotidiano che la fede trova il suo ambiente e pure il suo alimento naturale. Una fede “feriale” capace di tessere sempre più la trama dei giorni, di unire tra loro le attività quotidiane, come stile ordinario di vita, che le dà colore e calore:

  • fede come dono,
  • fede come preghiera e celebrazione,
  • fede vissuta e tradotta in opere,
  • fede condivisa con i fratelli credenti,
  • fede annunciata a tutti.

–       Credere quindi con il cuore, con le mani, coi piedi, con la fantasia, di giorno e di notte, nell’abbondanza e nell’indigenza, nella vita e nella morte.

  • Collatio

–       Condividiamo le osservazioni.

–       Suggerimento: identificare liberamente e nella misura possibile, un impegno comune di gruppo.

  • Oratio (spontanea)

  

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“Questa era la mia vita: buona e semplice”

Il 21.02.2012, dopo una lunga malattia, a Somasca partiva per il paradiso il nostro caro Fratel Giuseppe Ronchetti (66 anni).

“Chi ha conosciuto da vicino Fr. Giuseppe può dire di aver sentito la carezza e la tenerezza di san Girolamo. Ora è più vicino a colui che ha seguito, imitato e servito per tutta la vita”, ecco come lo ha ricordato il P. Generale dei Padri Somaschi.

“La vita è l’infanzia della nostra immortalità” (J. W. von Goethe) … Ecco una pagina in cui Fratel Giuseppe parla di sè.

La mia infanzia

(anni ’50 – ’60)

Inizio questo brano con il racconto di come era vissuto il giorno di festa e di riposo a Garlate, il mio paese natale, durante la mia infanzia.

La domenica percorrevamo due volte la strada vecchia (non asfaltata): la mattina per recarsi alla messa “alta” ed al pomeriggio per andare ai vespri ed all’oratorio.

La messa era celebrata in latino.

A quei tempi, la domenica era la Domenica e nessuno andava via per gite o viaggi, ma tutto il paese, anche quelli che abitavano nelle frazioni più lontane, si incontravano per fare parole rinnovando così l’amicizia.

Questo giorno iniziava con la santa messa delle 6, senza predica, finiva velocemente – pensata per le madri di famiglia – perché potessero preparare qualcosa di buono per il pranzo. Ora non viene più celebrata.

Più tardi c’era la messa solenne: i primi ad entrare in chiesa erano i bambini e le bambine (erano più i maschi delle femmine), poi le figlie di Maria con un gran velo bianco, lungo, in testa e sulle spalle, poi gli altri fedeli.

Era però abitudine per gli uomini rimanere sul sagrato per raccontarsi i fatti della settimana. Quando suonava il Santus entravano: era il momento più solenne, quello della consacrazione.

I fedeli non comprendevano niente della messa perché era in latino; la gente semplice di campagna, non capiva quello che cantava, tanto meno quello che diceva il parroco sottovoce, sempre in latino. Lui leggeva il Vangelo in latino, poi si voltava, andava alla balaustra dove lo ripeteva in italiano.

Per i fedeli era l’unico testo comprensibile. Seguiva poi la predica, in cui trovava spazio ogni genere di ammonizioni e di esortazioni attinenti più alle situazioni locali che non al brano del vangelo appena letto.

Sempre durante la messa le vecchiette recitavano il rosario e smettevano solo al momento della consacrazione quando il campanello suonava, svegliando e richiamando tutti.

Mentre il parroco alzava prima l’ostia e poi il calice ci si genufletteva ed il silenzio era totale ed assoluto: chi chinava la testa, chi si metteva in ginocchio, tutti però assistevano alla messa con grande fede.

Il sacrestano se ne stava in campanile, alla luce di una flebile lampadina, facendo rintoccare le campane affinché le persone anziane ed ammalate – a casa – si unissero alla comunità nella preghiera.

Prima della comunione del parroco i fedeli intonavano canti pii e devoti.

La domenica non finiva qui: nel pomeriggio si faceva un’altra passeggiata per le strade vecchie, poi si andava all’oratorio ed ai vespri solenni: un grande profumo di incenso saliva al Santissimo Sacramento; anche in quest’occasione, solenni inni e canti in latino.

L’oratorio era diviso per maschi e femmine: le femmine stavano alla scuola materna, mentre i maschi all’oratorio vero e proprio.

Il 2 Novembre trascorrevamo quasi tutta la mattina al cimitero perché ogni sacerdote doveva celebrare tre messe e si faceva a gara a correre da una cappella all’altra (al suono del campanello).

Una volta al mese c’era il ricordo dei cari defunti con la processione al cimitero.

C’è poi da dire che nei giorni feriali le messe erano quasi tutte “da morto”, cioè coi paramenti neri. Inoltre c’era la messa di “prima classe”: in chiesa veniva montato un catafalco altissimo e sovente venivano i padri di Somasca per aiutare il parroco (c’era la cosiddetta messa e ufficio in terzo, con tre sacerdoti).

Tutto era più solenne, canti curati e con la partecipazione delle confraternite cui il defunto aveva lasciato offerte.

Ci piaceva andare ai funerali quando eravamo liberi dalla scuola, per sentire il bel canto delle litanie dei Santi (che erano abbastanza lunghette).

La bara veniva portata a spalla dai parenti ed amici del defunto. Quattro persone reggevano il fiocco del drappo nero in segno di affetto e riconoscenza. Noi bambini arrivavamo per primi al camposanto e poi alla tomba per dare l’ultimo saluto al defunto, buttando sopra la bara manciate di terra ed anche per sentire la preghiera in latino, forse era il Salmo 129: “Dal profondo a Te grido, o Signore. Signore ascolta la mia preghiera”.

Ricordo come fosse oggi, quando è morta una bambina: io coi miei fratelli siamo saliti fino alla frazione Buffa ed abbiamo visto la creaturina posta sopra il comò. Era bella come Maria Bambina.

E che dire del funerale del Parroco don Luigi? Il buon don Egidio, prima che il parroco morisse, ci ha accompagnati (tutti i ragazzi dell’oratorio) a salutarlo per l’ultima volta. Che tristezza e che povertà il locale in cui si trovava: solo il letto ed una stufa!

In compenso i suoi funerali sono stati un trionfo: tutto il paese era presente, persino i due o tre comunisti!

Il giorno successivo la maestra ci ha detto di svolgere una tema sul funerale del Parroco. Il più interessante e completo l’ha svolto Aldo, tanto che la maestra l’ha fatto mettere in archivio. Chissà se ci sarà ancora?

Quando non potevamo andare ai funerali, al passaggio del feretro – con il permesso della maestra Mauri – andavamo alla finestra, non solo a curiosare, ma a recitare l’Eterno Riposo.

Che dire di quelle messe antiche? Erano senz’altro consone al tempo, tempo davvero della cristianità e confesso che a me non han fatto male, anzi mi han fornito una robusta spiritualità cristiana.

A quei tempi, nei nostri paesi di campagna, la vita era scandita dalla partecipazione alla comunità cristiana: tutti andavano in chiesa e si dicevano convinti di credere in Dio, salvo due o tre garlatesi che si dicevano “comunisti” (ma che la buona gente preferiva chiamare “strani”).

La figura centrale era il parroco, al quale si ricorreva nei momenti di difficoltà o per questioni familiari. Anche i pochi che gli erano avversi lo rispettavano, pur tenendosi a distanza.

Era temuto e rispettato perché dedicava tutta la vita e spendeva le sue forze per le anime a lui affidate. Quindi il pastore aveva cura del suo gregge, curava le pecore sane e quelle ammalate.

Quando c’era qualche festa in famiglia, alcuni ballavano e quando il parroco lo veniva a sapere, la domenica successiva tuonava dal pulpito con voce a volte minacciosa, a volte implorante.

Non mancava mai di fustigare i nuovi comportamenti che iniziavano a prendere piede dopo la guerra accusando di portare distrazione nelle famiglie e nella morale cristiana.

Tuonava anche contro alcuni parrocchiani che lavoravano la domenica.

Durante la primavera c’era la benedizione della campagna e qualche contadino approfittava per benedire anche la stalla, perché tutto andasse bene durante l’anno.

E che dire del mese di Maggio? Dopo la scuola, di pomeriggio, ci si recava nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano, detta la Madonnina, e tutti noi bambini recitavamo il rosario. Anche qui il profumo dell’incenso saliva alla Vergine Maria. Dopo la funzione si andava nei campi a raccogliere le campanelle (fiori bianchi).

Ricordo che una volta ci sono stati i Padri Passionisti per le missioni (prediche al popolo). Venivano – se ricordo bene – da Erba. Erano preparatissimi, descrivevano le loro penitenze del venerdì. Le donne accorrevano e portavano in canonica qualche pollo e uova per il loro sostentamento.

Abitavo lontano dal paese: Calcherino, l’ultima frazione di Garlate, ma il buon parroco, anziano, veniva a piedi per la benedizione natalizia e si fermava in casa per parlare con la mia nonna (non ricordo cosa si dicessero), poi prendevano un po’ di caffè (e chissà che caffè, forse acqua scura …).

Tutta la mia formazione cristiana era trasmessa dai sacerdoti: il parroco ed il coadiutore e le suore. Ricordo anche con tanta gioia il maestro unico alle elementari: la signorina Mauri di Olginate!

Da piccolo ho compiuto solo due gite: una a Valgreghentino ed una a San Girolamo.

A Valgreghentino siamo andati in corriera con una vicina di casa (una corriera col muso lungo che per avviarla aveva una manovella che dava il via al motore).

Durante il viaggio, ad un certo punto – a metà strada – la vicina mi indicò una casa, dicendomi che era la casa del diavolo, perché lì si ballava. Mi è rimasta impressa questa casa fino ad oggi. Allora ho pensato dentro di me che aveva proprio ragione il mio parroco a tuonare dal pulpito.

A San Girolamo ci siamo andati anche lì con la corriera, dalle Torrette fino ad Olginate, poi a piedi. Arrivati sul ponte mi sono aggrappato a mia nonna ed alla zia perché la diga formava delle onde strane ed avevo paura … Di questa gita ricordo solo la scala santa, l’altalena, nel prato dietro al castello, nel pomeriggio la visita alla chiesa, dove vi sono tuttora le spoglie del Santo. Ricordo il prete (San Girolamo) che dormiva sul sasso e mia nonna e la zia che mi facevano pregare.

Comprammo anche delle medagliette ricordo.

Fra i ricordi che custodisco nel cuore riguardo a mia nonna ce n’è uno, una preghiera breve che lei recitava in dialetto prima di andare a dormire: “ Mi a letto me ne vu, a levare mi non su. Se vien la morte mia, mi racomando l’anima mia!”.

Altri tempi! Si avvertiva già l’aria di cambiamento, grazie al Concilio Vaticano II.

Così si viveva in quei tempi, si cercava di essere buoni cristiani, si scherzava, riconoscendo tuttavia il dono prezioso della figura del parroco, don Luigi Perego (che da piccolo era stato a Valdocco  (Torino) – presente Don Bosco – ed ebbe la fortuna di vedere un suo piccolo miracolo: la moltiplicazione delle nocciole), che faceva sì che ci fosse in paese una convivenza serena.

Questa era la mia/nostra vita: buona e semplice.

Somasca 10 marzo 2011

                                                                                    Fratel Giuseppe Ronchetti

Bere alla fonte – 3

 


 “Hai spezzato

le mie catene”

(Salmo 116, 16)

Dalla PAROLA

alle parole

dei profeti

e dei testimoni,

per condividere la vita

  1.  La povertà di amore
  2. Lo pigliò per mano
  3. Lasciar crescere
  4. Con cuore libero
  5. Confidare solo in Dio
  6. La Parola che libera

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         + Preghiera per il Giubileo

          + Indulgenza Plenaria

 

1. La povertà di amore… radice di ogni problema umano

  • “L’esempio luminoso di san Girolamo Emiliani, definito dal beato Giovanni Paolo II “laico animatore di laici”, aiuta a prendere a cuore ogni povertà della nostra gioventù, morale, fisica, esistenziale, e innanzitutto la povertà di amore, radice di ogni serio problema umano”.                                           (Benedetto XVI)

Dal Vangelo di Luca (9, 37-43)

Il giorno seguente, quando furono discesi dal monte, una gran folla gli venne incontro. Ad un tratto dalla folla un uomo si mise a gridare: “Maestro, ti prego di volgere lo sguardo a mio figlio, perché è l’unico che ho. Ecco, uno spirito lo afferra e subito egli grida, lo scuote ed egli dà schiuma e solo a fatica se ne allontana lasciandolo sfinito. Ho pregato i tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti”. Gesù rispose: “O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi e vi sopporterò? Conducimi qui tuo figlio”. Mentre questi si avvicinava, il demonio lo gettò a terra agitandolo con convulsioni. Gesù minacciò lo spirito immondo, risanò il fanciullo e lo consegnò a suo padre. E tutti furono stupiti per la grandezza di Dio.

  • “Uno spirito lo afferra e subito egli grida, lo scuote ed egli dà schiuma e solo a fatica se ne allontana lasciandolo sfinito”: questa descrizione dell’evangelista Luca rappresenta la fotografia di buona parte della gioventù attuale, disorientata e disincantata, con paura e rabbia nel cuore. Da un blog: “Oggi disperazione, le mani della mia presunta madre su di me che picchiavano, le urla di disprezzo nelle orecchie… E poi si fa chiamare madre!” – “Odio i miei genitori, non mi interessa il loro affetto. Odio mia madre. Abbiamo sempre litigato, mi insulta, ha rovinato ogni giorno della mia vita e da qualche tempo lo fa anche mio padre anche se non c’è mai per il lavoro. Ho tanta rabbia dentro e in questi momenti desidero solo farmi del male per dimenticarli!”.

Depose gli abiti patrizi per diventare buon samaritano (Anonimo 7 – 8)

Quando si sparse la notizia che nella nostra città si trovava da vivere meglio che altrove in Italia, innumerevoli schiere di poveri, spinti da questa calamità, abbandonate le loro abitazioni, simili a sepolcri di vivi, si riversarono con mogli e figli a Venezia. Vedendo questo spettacolo, il nostro Miani, spronato da ardente carità, si mise a loro disposizione per offrire ogni possibile assistenza. Continuò per molti giorni nel suo impegno di servizio al prossimo, quando prese la decisione di lasciare nelle mani del nipote ormai adulto il commercio della lana e gli presentò un ottimo rendiconto della sua amministrazione. Si ritirò dagli affari, depose l’abito civile (ossia la lunga veste con maniche a largo gomito e chiuse ai polsi), indossò un vestito di panno grezzo, color giallastro con mantellino, calzò scarpe grosse. Scelse alcuni fanciulli incontrati mentre andavano mendicando e, presa una bottega vicino alla chiesa di San Rocco, vi aprì una scuola così originale che nemmeno Socrate con tutta la sua sapienza fu mai degno di vedere.

  • Il Samaritano non lasciò il malcapitato sulla strada, per andare in città a denunciare l’accaduto alle forze dell’Ordine. Non si recò agli sportelli della Polizia per sporgere querela contro ignoti. Non andò a protestare contro le omissioni del Ministero degli Interni. Non lasciò boccheggiante sul sentiero verso Gerico quell’uomo mezzo morto per convocare una conferenza-stampa sul degrado etico della città, o sulle violenze del sistema, o sulla inadempienza dei poteri costituiti. Forse dopo avrà fatto pure questo. Anzi, visto il suo zelo, c’è da pensare che in seguito, “il giorno seguente”, abbia assolto anche a questo compito. Ma intanto, il gesto fondamentale che ritenne di compiere fu quello di farsi vicino, e passare dal piano della denuncia a quello della costruzione diretta.  (Don Tonino Bello)
  • Orientato dalle sue vicende familiari, a motivo delle quali era diventato tutore di tutti i suoi nipoti rimasti orfani, san Girolamo maturò l’idea che la gioventù, soprattutto quella disagiata, non può essere lasciata sola, ma per crescere sana ha bisogno di un requisito essenziale: l’amore. In lui l’amore superava l’ingegno, e poiché era un amore che scaturiva dalla stessa carità di Dio, era pieno di pazienza e di comprensione: attento, tenero e pronto al sacrificio come quello di una madre. L’attenzione alla gioventù e alla sua educazione umana e cristiana, che contraddistingue il carisma dei Somaschi, continua ad essere un impegno della Chiesa, in ogni tempo e luogo. E’ necessario che la crescita delle nuove generazioni venga alimentata non solo da nozioni culturali e tecniche, ma soprattutto dall’amore, che vince individualismo ed egoismo e rende attenti alle necessità di ogni fratello e sorella, anche quando non ci può essere contraccambio, anzi, specialmente allora. Continuerà a guidarci con il suo sostegno la Vergine Maria, modello insuperabile di fede e di carità. Come sciolse il vincolo delle catene che teneva prigioniero san Girolamo, Ella voglia, con la sua materna bontà, continuare a liberare gli uomini dai lacci del peccato e della prigionia di una vita priva dell’amore per Dio e per i fratelli, offrendo le chiavi che aprono il cuore di Dio a noi e il cuore nostro a Dio.          (Benedetto XVI)

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Preghiera (spontanea)

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2. Lo pigliò per mano

  • La vita del laico Girolamo Miani, veneziano, venne come “rifondata” nella notte del 27 settembre 1511, quando, dopo un sincero voto di cambiare condotta, fatto alla Madonna Grande di Treviso, per intercessione della Madre di Dio si trovò liberato dai ceppi della prigionia, poi consegnati da lui stesso all’altare della Vergine.                                           (Benedetto XVI)

Dal Vangelo di Giovanni (2, 1-11)

Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. E Gesù rispose: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”. Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”. Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli cedettero in lui.

Come un patrizio veneto fu liberato

(Dal IV° libro dei miracoli della Madonna Grande di Treviso)

Ritrovandosi messer Girolamo Miani, gintilhomo veneto, Provededor in Castelnovo de Friulo con 300 fanti, fu circondato da uno grande esercito dell’armata cesarea; non si volendo render, dappoi dato molte battaglie, fu preso lo castello e tagliati tutti gli homini a pezi, lo provededor fu posto in ceppi in uno fondo de torre. Facendo la sua vita in pan ed acqua, essendo tutto afflitto e mesto per la mala compagnia li venia fatta et tormenti dati, avendo sentito nominar questa Madonna di Treviso, con humil core a lei se ari comanda, promettendo visitar questo suo loco miraculoso, venendo di scalzo, in camisa, et far dir messe. Statim (subito) li apparve una donna vestita di bianco, avendo in man certe chiave et li dixi: “tolle queste chiave, apri li ceppi et torre, et fuge via”. Et bisognando pasar per mezo lo exercito de soi inimici et non sapendo la via di Treviso, si ritrovava molto di mala voglia. Iterum (di nuovo) si ricomandò alla Madonna, et la pregò che gli desse aiuto a insire (uscire) dello esercito con la vita, et gli insegnasse la via di venir qui; et statim la Madonna lo pigliò per mano et lo menò per mezzo gli inimici, che niuno vide niente. Et lo menò alla via di Treviso et come puote veder le mura della terra (città) disparve. Et lui proprio contò questo stupendo miraculo.

  •  “Dirupisti vincula mea” (Sal 116,16). Il versetto del salmo esprime l’autentica rivoluzione interiore che avvenne in seguito a quella liberazione, legata alle tormentate vicissitudini politiche dell’epoca. Essa, infatti, rappresentò un rinnovamento integrale della personalità di Girolamo: fu liberato, per intervento divino, dai lacci dell’egoismo, dell’orgoglio, della ricerca dell’affermazione personale, cosicché la sua esistenza, prima rivolta prevalentemente alle cose temporali, si orientò unicamente a Dio, amato e servito in modo particolare nella gioventù orfana, malata e abbandonata.                                   (Benedetto XVI)
  • Chi, come Girolamo Miani, ha avuto il dono mistico di fare esperienza di Maria, di vederne il volto immerso nella luce, di sentirsi preso e condotto per mano, non può non conservare nella memoria un’intensa gioia spirituale ed il sentimento di una amorosa e continua presenza di Maria nella propria vita. Questa apparizione della Vergine impresse una profonda accelerazione al cammino di santità di Girolamo, che nel corso degli anni passò da una vita varia e disorientata alla pietà e alla pratica cristiana, alla conversione profonda a Cristo Crocifisso e a una severa ascesi, alle opere di carità fino all’abbandono del suo status sociale per vestirsi dell’abito dei poveri e servire i piccoli, gli abbandonati, gli emarginati. Fate quello che egli vi dirà è stata la frase mariana profondamente interiorizzata da Girolamo, che non si stanca di ripetere ai servi dei poveri, la Compagnia da lui fondata: fai quello che il Signore ti mostra, quello che Cristo ti ispira; egli ti darà la grazia di vedere e di operare quello che è necessario che in questo momento tu faccia.                           (p. Giuseppe Oddone)

Santa Maria, Madre tenera e forte, nostra compagna di viaggio sulle strade della vita, ogni volta che contempliamo le grandi cose che l’Onnipotente ha fatto in te, proviamo una così viva malinconia per le nostre lentezze, che sentiamo il bisogno di allungare il passo per camminarti vicino. Asseconda, pertanto, il nostro desiderio di prenderti per mano, e accelera le nostre cadenze di camminatori un po’ stanchi. Divenuti anche noi pellegrini nella fede, non solo cercheremo il volto del Signore, ma, contemplandoti quale icona della sollecitudine umana verso coloro che si trovano nel bisogno, raggiungeremo in fretta “la città” recandole gli stessi frutti di gioia che tu portasti un giorno a Elisabetta lontana.                                                                                  (Don Tonino Bello)

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Preghiera (spontanea)

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3 Lasciar crescere…
  • Una delle catene che Girolamo, dopo la sua conversione, imparerà a rompere… sarà quella dell’intolleranza. Intolleranza verso se stesso e verso gli altri. Lentamente, e con infinita pazienza, si accorge che “solo Dio è buono e che Cristo opera in quegli strumenti che vogliono lasciarsi guidare dallo Spirito Santo”.

Dal Vangelo di Matteo (13, 24-30)

Un’altra parabola espose loro così: “Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”.

  • La parabola, così lontana dalla nostra logica e dai nostri comportamenti, insegna che nel campo del mondo ci sono i buoni e i cattivi e che esistono in tutti i tempi dei servi impazienti che vorrebbero anticipare il giudizio di Dio. Ma gli uomini non sanno giudicare perché non conoscono né il metro di Dio né il cuore dell’uomo. Il bene e il male devono crescere fino alla completa maturazione. Il centro della parabola non sta nella scoperta della zizzania e neppure nel giudizio finale della separazione del grano dalla zizzania, ma più propriamente nell’ordine di non stappare la zizzania. La meraviglia e lo scandalo dei servi sta proprio in questo atteggiamento paziente e lungimirante di Dio. La Chiesa di tutti i tempi è sempre stata agitata dagli scandali e dai peccati dei cristiani. Per ogni situazione problematica vale il detto di Paolo: “Non vogliate giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio” (1Cor 4,5). Al tempo di Gesù c’erano i farisei che pretendevano di essere santi e perciò si separavano dalla moltitudine dei peccatori. C’era il movimento di Qumran con la sua idea di rigida santità che esigeva il rifiuto di tutti gli impuri. C’era Giovanni il Battista che annunciava il messia che avrebbe separato il grano dalla pula (Mt 3,12). Viene Gesù e si mescola con i peccatori, li accoglie e mangia con loro (Lc 15,2). Addirittura ha un traditore nel gruppo dei dodici che si è scelto. Possiamo dunque dire che zeloti, farisei e tanti altri pretendevano che il regno di Dio intervenisse in modo netto, chiaro e definitivo. In questo contesto si capisce la forza polemica della parabola di Gesù: la politica del regno di Dio è divina, fatta di tolleranza e di misericordia. L’elemento della sorpresa da parte dei servitori quando scoprono la zizzania fa pensare che la parabola si applichi alla comunità cristiana che scopre nel suo seno imperfezioni e controtestimonianze al vangelo. La Chiesa non deve diventare una comunità di puri e di perfetti, estromettendo i deboli e gli inadempienti. Buon grano e zizzania devono crescere insieme fino alla mietitura. Anche perché Dio solo sa chi è buon grano e chi è zizzania.

Imparare ad avere pazienza (3 Lettera)

Signor Lodovico, carissimo in Cristo. “Con la vostra pazienza salverete le vostre anime”. Mi pare che mi potete comprendere; purtroppo somigliamo alla semente, che cade tra le pietre, cioè a quelli che “credono per un certo tempo, ma nell’ora della prova vengono meno”. Deve essere nostro impegno sopportare il prossimo, scusarlo dentro di noi, pregare per lui e poi trovare il modo di parlargli, usando parole piene di mansuetudine e di carità cristiana, pregando il Signore che vi renda degno di suggerire all’interessato tali efficaci parole, da portare luce nella sua coscienza a riguardo dell’errore, proprio mentre gli state parlando con mite pazienza. Infatti il Signore permette tale errore a profitto vostro e dell’errante: voi dovete imparare ad avere pazienza e a sperimentare l’umana fragilità, lui, con il vostro aiuto, deve imparare ad accogliere la luce per ravvedersi e così sia glorificato il Padre celeste nel suo Cristo. Quando ci si offre una di queste occasioni, dobbiamo evitare di comportarci in modo contrario a quanto detto, come sarebbe mormorare, denigrare, corrucciarsi, spazientirsi, dire: – non sono un santo io; sono comportamenti intollerabili; è gente che non sa controllarsi, e cose simili -; e così perdere il merito della buona azione, scaricando su altri la responsabilità, dicendo: -sarebbe bene che il tale gli parlasse, oppure gli scrivesse e lo ammonisse, certamente farebbe meglio di me; a me non crederà; io non sono buono a fare questo…- Ma dobbiamo pensare che solo Dio è buono e che Cristo opera in quegli strumenti che vogliono lasciarsi guidare dallo Spirito Santo.                                        (san Girolamo)

  • Un uomo, che si sentiva orgoglioso del verde tappeto del suo giardino, un brutto giorno scoprì che il suo bel prato era infestato da una grande quantità di “denti di leone”. Cercò con tutti i mezzi di liberarsene, ma non poté impedire che divenissero una vera piaga. Alla fine si decise di scrivere al ministero dell’Agricoltura, riferendo tutti gli sforzi che aveva fatto, e concluse la lettera chiedendo: “Che cosa posso fare?”. Giunse la risposta: “Le suggeriamo d’imparare ad amarli”.
  •  Autentica piaga è per una persona non accettare gli avvenimenti, non amare tutto ciò che c’è nel suo giardino. Se non si può averla vinta con tanti “denti di leone” che esistono, è necessario apprendere una nuova tecnica: quella dell’amore. Imparare ad amare non è per nulla facile, poiché bisogna perdere, impiegare molto tempo per ascoltare gli altri. Il vivere assieme, è come essere piantato in un giardino. In essa ci sono ogni specie di fiori e piante… Alcuni fioriscono più degli altri; alcuni in un tempo, altri più tardi. Ci sono addirittura piante che non fioriscono mai. Però tutte hanno una funzione, una missione. I primi cristiani erano di “un cuor solo ed un’anima sola, e nessuno riteneva niente come proprio, anzi tutto era di tutti” (Atti 4,32).

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Preghiera (spontanea)

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4 Con cuore libero

  • Non è stato facile per Girolamo arrivare ad una profonda e radicale libertà di cuore. Dopo l’esperienza della prodigiosa liberazione dal carcere, ha dovuto iniziare un lungo cammino di conversione. Solo alla fine di tale percorso scriverà: “Poiché il nostro fine è Dio, fonte di ogni bene, dobbiamo confidare in lui solo e non in altri”.

 

Dal Vangelo di Matteo (6, 25-34)

Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

* L´esperienza della paternità di Dio rivoluziona la convivenza umana e genera una vita comunitaria fraterna, seme di una nuova società. Gesù non invita a vivere senza preoccupazione per la realtà, ma a cambiare l´oggetto della preoccupazione. Di fatto, se il desiderio umano cercasse l´autentico regno di Dio, raggiungeremmo semplicemente un autentico benessere per tutti. Questa esortazione è in relazione con le beatitudini e con il Padrenostro. Nelle beatitudini i poveri sono detti felici, e qui si spiega che chi vive senza angustia per i beni di questo mondo è perché ha messo il regno di Dio al centro della propria vita e aspetta tutto da Dio. Nel Padrenostro i discepoli sono invitati a chiedere il pane necessario per oggi, cioè a mettere tutta la fiducia nel Padre del cielo, dal quale il discepolo riceve tutto. Il Regno chiede una convivenza, dove non ci sia accumulazione ma condivisione, di modo che tutti abbiano quello che è necessario per vivere. Il Regno è la nuova convivenza fraterna, nella quale ogni persona si sente responsabile dell´altro. Questo modo di vedere il Regno aiuta a capire le parabole degli uccelli e dei fiori, già che, per Gesù, la Provvidenza divina passa attraverso l´organizzazione fraterna. Preoccuparsi per il Regno e la sua giustizia è lo stesso che preoccuparsi per accettare Dio come Padre ed essere fratelli e sorelle degli altri. Di fronte al crescente impoverimento causato dalla globalizzazione economica, la soluzione concreta, che il vangelo ci presenta, e che i poveri troveranno per la loro sopravvivenza è la solidarietà e l´organizzazione. Sarebbe anti-evangelico dire a un padre di famiglia senza lavoro, povero, con otto figli e con la moglie ammalata: “Non preoccuparti con quello che mangerai o berrai!” (Mt 6, 25-28). Questo lo possiamo dire quando, imitando Dio come lo fa Gesù, ci organizziamo tra di noi per poter condividere, garantendo ai fratelli la sopravvivenza. In bocca del sistema dei ricchi, le parole di Gesù si possono trasformare in armi mortali contro i poveri. In bocca del povero, possono essere una via di uscita reale e concreta per una convivenza migliore, più giusta e più fraterna.

 

Il Signore ci provvederà (5° Lettera)

Carissimo fratello in Cristo. La pace del Signore sia con voi. Per mezzo del vostro messer Francesco ho ricevuto la vostra lettera e letto quanto mi scrivete. Non è necessario che vi preoccupate tanto per la questua, con la quale si è fatto poco raccolto, perché il Signore ci provvederà di queste cose opportunamente; egli infatti ci dice che dobbiamo cercare prima di tutto il regno di Dio. L’invio per la questua in codesto luogo non aveva altro scopo che quello di darvi un’occasione di meritare, per cui, avendo fatto da parte vostra ciò che vi è stato possibile, il Signore resterà soddisfatto di voi; infatti presso di lui, che è benignissimo, la buona volontà supplirà alla scarsezza della raccolta. Quanto a fare un altro tentativo il prossimo anno, Dio sa quello che sarà allora.           (san Girolamo)

  • Uno straniero, che camminava verso un villaggio si fermò sulla soglia di una povera capanna. Chiese alla donna, che stava seduta fuori della capanna qualcosa da mangiare. – “Mi dispiace al momento non ho niente”. – “Non si preoccupi. Ho nella bisaccia un sasso per minestra: se mi darete il permesso di metterlo in una pentola di acqua bollente, preparerò la zuppa più deliziosa del mondo. Mi occorre una pentola molto grande per favore”.
    La donna era incuriosita, gli diede una pentola e andò a confidare il segreto del sasso per minestra a una vicina di casa. Quando l’acqua cominciò a bollire, c’erano tutti i vicini, accorsi a vedere lo straniero e il suo sasso. Egli depose il sasso nell’acqua, poi ne assaggiò un cucchiaio ed esclamò con aria beata: – “Ah, che delizia! Mancano solo delle patate”. – “Io ho delle patate in cucina”. Pochi minuti dopo era di ritorno con una grande quantità di patate tagliate a fette, che furono gettate nel pentolone. Allora lo straniero assaggiò di nuovo il brodo. – “Eccellente… Se solo avessimo un po’ di carne e un po’ di verdura, diventerebbe uno squisito stufato”. Un’altra massaia corse a casa a prendere della carne; un’altra portò carote e cipolle. Dopo aver messo anche quelle nella zuppa, lo straniero assaggiò il miscuglio e chiese ancora: – “Manca solo un po’ di sale!” – “Eccolo!” – “Scodelle e piatti per tutti”. La gente corse a casa a prendere scodelle e piatti. Qualcuno portò anche frutta e manioca. Tutti sedettero mentre lo straniero distribuiva grosse porzioni della sua incredibile minestra. Tutti provavano una strana felicità, ridevano, chiacchieravano e gustavano il loro pasto in comune. Dopo essere rimasto un po’ con loro, lo straniero, in mezzo all’allegria generale scivolò fuori silenziosamente. Lasciò però il sasso miracoloso affinché potessero usarlo tutte le volte che volevano per preparare la minestra più buona del mondo.

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Preghiera (spontanea)

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5 Confidare solo in Dio

  • In occasione dell’anno giubilare, nel messaggio alla famiglia somasca, Benedetto XVI scrive: “La testimonianza dei santi dice che occorre confidare solo in Dio: le prove infatti, a livello sia personale sia istituzionale, servono per accrescere la fede. Dio ha i suoi piani, anche quando non riusciamo a comprendere le sue disposizioni”.

 

Dal Vangelo di Matteo

(8, 23-27)

Essendo poi salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: “Salvaci, Signore, siamo perduti!”. Ed egli disse loro: “Perché avete paura, uomini di poca fede?”. Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. I presenti furono presi da stupore e dicevano: “Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?”.

(7, 24-27)

“Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile ad un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile ad un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”.

* Per chi si trova su una barca quando viene una tempesta non ci sono alternative: bisogna affrontare il pericolo, non è possibile fuggire. E soltanto possibile la preghiera; e gli apostoli ricorrono alla preghiera. Gesù dormiva. Accostatosi a lui, lo svegliarono dicendo: “Salvaci, Signore, siamo perduti”. E Gesù, “levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia”.
Però Gesù fa un rimprovero agli apostoli. La loro preghiera non era animata da una grande fede, ma piuttosto da una grande paura. Se ci siamo imbarcati con Gesù, non dobbiamo aver paura: non abbiamo niente da temere. L’importante è proprio essere imbarcati con Gesù, anche se lui sembra dormire, se è presente siamo sicuri. Questo non vuoi dire che avremo un’esistenza tranquilla, al riparo da ogni sofferenza, da ogni prova; ma vuoi dire che siamo sicuri dell’aiuto del Signore e della vittoria finale. San Paolo, con un tono di sfida, nella sua lettera ai Romani, dice:
“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori, per virtù di Colui che ci ha amati”. Se siamo con Cristo, siamo più che vincitori. Ci è chiesto, quindi, di avere un animo da vincitori; non cedere alla paura, ma ricorrere con fiducia al Signore nei pericoli, nelle prove, nelle sofferenze. Chiedere al suo amore di darci il rimedio alla situazione difficile, perché è sempre nel suo amore che si trova il rimedio. Se siamo preoccupati di rimanere nell’amore di Cristo, possiamo essere sicuri di essere sempre vincitori.

…se starete forti nella fede  (2 Lettera)

Il terzo motivo è per provarvi come si prova l’oro nel crogiolo: le scorie e le impurità che sono in esso si consumano nel fuoco, mentre l’oro buono si conserva e cresce di valore. Così fa il buon servo di Dio che spera in lui: sta saldo nelle tribolazioni e poi Dio lo conforta e gli dà in questo mondo il cento per uno di ciò che lascia per amor suo, e nell’altro la vita eterna. Si è comportato in questo modo con tutti i santi. Così si comportò con il popolo d’Israele; dopo le numerosi tribolazioni che ebbe in Egitto, non solo lo fece uscire con molti miracoli dall’Egitto e lo nutrì di manna nel deserto, ma gli diede la terra promessa. Voi lo sapete, perché vi è stato assicurato da me e da altri, che similmente farà Dio con voi, se starete forti nella fede. E al presente ve lo ripeto e affermo più che mai: se voi state forti nella fede durante le tentazioni, il Signore vi consolerà in questo mondo, vi farà uscire dalla tentazione e vi darà pace e quiete in questo mondo, in questo mondo, dico, temporaneamente e nell’altro per sempre.                                                                                  (san Girolamo)

  • Le esperienze felici danno allegria alla vita; ma le esperienze dolorose le danno profondità e solidità. Ciò non significa che dobbiamo cercare la sofferenza o favorire il dolore, di questo si incarica la stessa vita quotidiana. E’ importante però, quando si presenta la sofferenza, non maledire la vita, accettarla con uno sguardo di fede e scoprire la “ricchezza misteriosa” che nasconde.  Ogni sofferenza, prova e dolore… ci mette in contatto con l’Uomo dei dolori: Cristo Gesù. Lui ci ripete: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 28-30).

– Un ateo precipitò da una rupe. Mentre rotolava giù, riuscì ad afferrare il ramo di un alberello, e rimase sospeso fra il cielo e le rocce trecento metri più sotto, consapevole di non poter resistere a lungo. Allora ebbe un’idea. “Dio!”, gridò con quanto fiato aveva in gola. Silenzio! Nessuna risposta. “Dio!”, gridò di nuovo. “Se esisti, salvami e io ti prometto che crederò in te e insegnerò agli altri a credere”. Ancora silenzio! Subito dopo fu lì lì per mollare la presa dallo spavento, nell’udire una voce possente che rimbombava nel burrone. “Dicono tutti così quando sono nei pasticci”. “No, Dio, no!” egli urlò, rincuorato. “Io non sono come gli altri. Non vedi che ho già cominciato a credere, poiché sono riuscito a sentire la tua voce? Ora non devi far altro che salvarmi e io proclamerò il tuo nome fino ai confini della terra”. “Va bene”, disse la voce. “Ti salverò. Staccati dal ramo”. “Staccarmi dal ramo?”, strillò l’uomo sconvolto.
“Non sono mica matto!”.

 

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Preghiera (spontanea)

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6 La Parola che libera

  • Travolti e inondati da tante (troppe) parole, slogan, chiacchiere e discorsi, proclami e messaggi, oggi, rischiamo di diventare incoscientemente e semplicemente degli “schiavi”. Abbiamo urgente bisogno della Parola che libera. Girolamo ne ha fatto esperienza.

 

Dal Vangelo di Luca  (8, 5-15)

“Il seminatore uscì a seminare la sua semente. Mentre seminava, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la divorarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e appena germogliata inaridì per mancanza di umidità. Un’altra cadde in mezzo alle spine e le spine, cresciute insieme con essa, la soffocarono. Un’altra cadde sulla terra buona, germogliò e fruttò cento volte tanto”. Detto questo esclamò: “Chi ha orecchi per intendere, intenda!”. Poi disse ai suoi discepoli: “Il significato della parabola è questo: Il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché non credano e così siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, accolgono con gioia la parola, ma non hanno radice; credono per un certo tempo, ma nell’ora della tentazione vengono meno. Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione. Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza”.

  • Si direbbe che questa è tra le parabole più importanti, visto che è Gesù stesso a darne la spiegazione. Sembra che voglia dire: se non si comprende questa non si capiscono neppure le altre parabole. Ed in effetti essa mostra come ascoltare il Vangelo. Il primo elemento che risalta nella parabola, però, non riguarda l’ascoltatore bensì il seminatore, molto generoso nello spargere il seme (la Parola). Egli lo getta ovunque, anche sulla strada, anche tra le pietre, sperando che possa trovare qualche lembo di terra ove attecchire e crescere. Per Gesù, primo seminatore, non c’è nessun terreno che non sia idoneo a ricevere il Vangelo. E il terreno è la vita di ogni uomo e di ogni donna, a qualunque cultura ed etnia si appartenga. La parabola, tuttavia, non intende classificare gli uomini, per cui gli uni sarebbero terreno cattivo e gli altri terreno buono. In verità, ciascuno di noi rassomiglia a tutti i tipi di terreno, a volte è sassoso, altre volte pieno di spine, altre ancora si lascia sopraffare dagli affanni e altre volte è terreno buono. La parabola è un invito pressante ad aprire il proprio cuore per accogliere la Parola di Dio ed averne una perseverante cura. Il Signore, infatti, continuerà ad uscire di buon mattino per seminare il Vangelo nei nostri cuori. E lo fa ancora oggi. Lo sta facendo con te, ora, nel campo del tuo cuore. Si concede alla tua aridità, ai tuoi sassi e alle tue spine, perché Dio è lungimirante: per quanto fallimentari possano sembrare i risultati, c’è un angolo di terra buona nel cuore di ogni uomo, anche nel tuo, che può dare frutto. Dunque, è a questo fazzoletto di terra che dobbiamo guardare ogni qualvolta siamo tentati di gettare la spugna, con noi stessi e con gli altri. Nessuno è solo pietra e spine. Ecco perché non dobbiamo sposare il disfattismo dicendo: “Ma chi me lo fa fare? Ne va la pena? Cambiare, si può?”. Al contrario, dobbiamo dire con la vita: “Signore, mi fido di Te!”.

…il frequente ascolto della parola di Dio… (Anonimo 5)

Quando piacque al benignissimo Iddio (che per sua clemenza ama e predestina i suoi figli fin dall’eternità, prima ancora della creazione del mondo) di muovergli perfettamente il cuore e con santa ispirazione di attrarlo a sé dalle occupazioni del mondo, avvenne che il frequente ascolto della parola di Dio lo inducesse a ricordarsi della sua ingratitudine e delle offese fatte al suo Signore. Frequentava le chiese, ascoltava le predicazioni e partecipava alle messe. Assorto in santi pensieri, il servo di Dio (Girolamo), all’udire spesse volte quel passo del vangelo: “Chi vuole essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”, attirato dalla divina grazia, decise di imitare il più perfettamente possibile il suo caro maestro Cristo.

  • Molti marosi e minacciose tempeste ci sovrastano, ma non abbiamo paura di essere sommersi, perché siamo fondati sulla roccia. Infuri pure il mare, non potrà sgretolare la roccia. Ho con me la sua Parola: questa è il mio bastone, la mia sicurezza, il mio porto tranquillo. Anche se tutto il mondo è sconvolto, ho tra le mani la Scrittura, leggo la Parola. Essa è la mia sicurezza e la mia difesa. (san Giovanni Crisostomo)

– Tre monaci, tutti e tre studiosi della Bibbia, andarono un giorno da un grande uomo di preghiera per chiedergli come pregare la Parola. Il primo raccontò di aver letto la Bibbia da capo a fondo e di averla imparata a memoria. Il secondo disse di averla letta e riletta fino ad avere imparato a cantarla. Il terzo, intimidito dalla sapienza dei primi due, non osava parlare; l’uomo di Dio lo incoraggiò ed egli disse di essere riuscito a leggere una frase soltanto, ma di averla macinata giorno e notte nella mente e nel cuore, senza aver potuto andare più avanti. Il grande uomo di preghiera rispose: “E’ questo il modo di pregare la Parola”.

  • Una domenica, verso mezzogiorno, una giovane donna stava lavando l’insalata in cucina, quando le si avvicinò il marito che, per prenderla in giro, le chiese: «Mi sapresti dire che cosa ha detto il parroco nella predica di questa mattina?». «Non lo ricordo più», confessò la donna. «Perché allora vai in chiesa a sentir prediche, se non le ricordi?». «Vedi, caro: l’acqua lava la mia insalata e tuttavia non resta nel paniere; eppure la mia insalata è completamente lavata». Non è importante prendere appunti. È importante lasciarsi «lavare» dalla Parola di Dio

 

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Preghiera (spontanea)

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Preghiera per il Giubileo 

O Vergine Maria, che hai spezzato le catene del tuo servo Girolamo, rivolgi a noi i tuoi occhi misericordiosi in questo anno giubilare.

Noi ricorriamo a Te, Madre nostra e Madre degli Orfani, in ogni istante della vita, ma specialmente quando la tristezza, lo sconforto, l’incomprensione e la tentazione affievoliscono il desiderio di seguire la via del Figlio tuo Crocifisso e Risorto.

Desiderosi di consacrarci radicalmente alla riforma del popolo cristiano, apriamo a Te il nostro cuore e ti presentiamo i cuori di tutti i sofferenti, in particolare dei piccoli e dei poveri che ci impegniamo ad accogliere e servire in umiltà e fervore.

Fiduciosi nella tua materna intercessione vogliamo fare memoria di quanto hai compiuto in san Girolamo, e diventare testimoni della tua potente grazia che hai riversato in lui mettendolo nel numero dei tuoi cari figli e lo hai reso santo. Per ottenere anche noi questa grazia ricorriamo a Te, Madre delle grazie, osando dire le sue stesse parole.

O gloriosa Vergine Maria prega il tuo dilettissimo Figlio per tutti quanti noi, perché si degni di concederci di essere umili e mansueti di cuore, di amare Dio sopra ogni cosa ed il prossimo come noi stessi, perché estirpi i nostri vizi ed accresca le virtù concedendoci la Sua santa pace.

O santa Madre del Redentore, noi sappiamo che il dolcissimo tuo Figlio Gesù è benignissimo verso di noi, prega dunque che ci dia la grazia di comprendere la sua volontà e di eseguirla, perché Lui vuole sempre qualcosa di buono da noi, ma noi non sempre vogliamo o riusciamo ad ascoltarlo.

Guardando a Te, umile Serva dell’Altissimo, comprendiamo che il tuo Figlio riempie di carità quanti, come Te, hanno grande fede e speranza. Concedici, dunque, di rimanere forti nella fede e nella speranza in Lui solo, perché Cristo, nostro Maestro, possa operare cose grandi in noi esaltando gli umili, e ci impedisca nei momenti della prova di tornare indietro, ma ci renda come Te forti nella fede.

O Maria, Vergine Madre di Dio, Madre delle grazie, sorgente di misericordia, nostra fiducia e sostegno degli orfani, gioia degli afflitti e liberazione degli oppressi, aiutaci a riconoscere ogni giorno: “Domine, dirupisti vincula mea!”.

E come già hai fatto con san Girolamo a Castelnuovo di Quero trasforma il nostro CARCERE nel tuo SANTUARIO.               Amen

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Indulgenza plenaria

La PENITENZIERIA APOSTOLICA, su speciale mandato del Sommo Pontefice, e facendo assolutamente volentieri conoscere la paterna benevolenza del medesimo, in onore di S. Girolamo Miani, concede con piacere un Anno Giubilare con annessa Indulgenza Plenaria, da lucrarsi dai fedeli davvero pentiti sotto le consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice), che potranno anche applicare per modo di suffragio alle anime dei fedeli che dimorano in Purgatorio.

A. – in tutte le Case religiose e Chiese affidate alla cura pastorale dei Somaschi: nei giorni in cui si aprirà e si chiuderà solennemente l’anno giubilare (giorno 27 Settembre 2011 e giorno 27 Settembre 2012), nella solennità del Fondatore (8 Febbraio 2012), nel giorno anniversario in cui S. Girolamo fu dichiarato Patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata (14 Marzo 2012), nel giorno del natale dell’Ordine (29 Aprile 2012);

B. – nella casa per esercizi spirituali di Quero, nel Santuario di S. Maria Maggiore di Treviso, nel Santuario di S. Girolamo Miani di Somasca, nel Santuario del Santissimo Crocifisso di Como, nella Basilica detta del Calvario in Salvador: un giorno qualunque dell’anno giubilare.

 (Fortunato S.R.E. Card. Caldelli – Penitenziere Maggiore – 4.03.2011)

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Qual è la misura del dono?

Omelia di P. Franco Moscone

Preposito Generale dei Padri Somaschi

Somasca, 8 febbraio 2011

“Fratelli nel sacerdozio, sorelle e fratelli nella vita religiosa, stimate autorità civili, amiche e amici tutti devoti di San Girolamo presenti oggi nella chiesa e nel santuario, come tutto abbiamo visto, è una giornata bellissima, una giornata di sole, serena, credo anche sufficientemente tiepida per la stagione in cui siamo. E l’augurio, allora, che ci facciamo e che ci viene anche dalla natura stessa, è che questa festa di San Girolamo porti nel nostro cuore e nella nostra mente quella serenità, quella luce, quel calore che può veramente renderci, come abbiamo ascoltato nella seconda Lettura, “robusti nell’uomo interiore”, ossia in quell’immagine di Dio che, come uomini e come donne, portiamo dentro di noi fin dalla nascita, diventare robusti in questo uomo interiore come lo è stato e continua a dimostrarcelo il nostro Padre Fondatore Girolamo Emiliani.

Delle Letture della Parola di Dio che abbiamo ascoltato e scelte per identificare la sua vita, la frase che mi piace di più è quella che abbiamo cantato nel salmo responsoriale, che sono parole di Gesù, riprese poi anche da Paolo: “Il Signore ama chi dona con gioia”. Ci dicono l’amore di Dio, di cui tutti abbiamo estremamente bisogno, e senza il quale non esisteremmo, e ci dicono il nostro desiderio, senza il quale non rimarremmo in vita, che è quello della gioia, di una gioia senza fine. Amore di Dio e gioia del cuore dell’uomo. Girolamo Emiliani è esempio di questa possibilità, di questo incontro di amore di Dio e di gioia autentica dell’uomo.

Domenica scorsa mi sono trovato a celebrare San Girolamo in una nostra parrocchia del milanese; c’erano tanti bambini in prima fila e allora ho tentato di dialogare con loro – non me lo permetto oggi, visto che in prima fila c’è anche il sindaco – e ho fatto questa domanda: “Ma qual è la misura del dono? Se il Signore ama chi dona, che cosa dobbiamo donare e quanto dobbiamo donare?”. In una società, come la nostra, che fa del mercato la legge unica e fondamentale di tutto, legge indiscutibile, più degli stessi comandamenti di Dio, il “quanto” dobbiamo donare credo non sia una domanda superficiale o inutile. Ebbene, dialogando con i bambini, perché è vero, come il Vangelo stesso di San Girolamo ci ricorda, di lì vengono le verità, perché non sono ancora sufficientemente rovinate, a volte, dalla storia e dall’ambiente, mi hanno risposto: “Il Signore vuole che doniamo la vita”. E quanto doniamo di questa vita? Un pezzetto, un braccio … No. Tutto, tutto. La misura del dono di Dio e la richiesta di questo dono è la totalità: tutto.

San Girolamo Emiliani, che ricordiamo, contempliamo, preghiamo, veniamo su per pregarlo, è esempio di questa possibilità: è possibile donare a Dio e ai fratelli, che ce lo rappresentano carnalmente quaggiù, la nostra vita e donarla tutta, non solo parzialmente. Donarla poi, chiaramente, nelle dimensioni e nelle modalità della vocazione che ognuno ha: familiare, nel matrimonio, nel laicato, nella vita religiosa, nel sacerdozio, nella missione. Ma, se è diversa la modalità, unica deve essere la quantità, ossia, totalità. Girolamo Emiliani è esempio esimio di questo ed è per questo che è santo.

Un mio confratello che è professore emerito di Sacra Scrittura e conosce bene l’ebraico, mi spiegava che “santo” vuol dire “totale”. Quando ero alunno avevo capito questo, che la traduzione di santo vuol dire totalità. Ma allora totalità di che cosa? Totalità di questo: di saper donare tutta la vita, tutto se stesso.

Chiediamo a San Girolamo che ci metta in questa dimensione della totalità.

Possibile, ma non facile! Non è stato facile per lui. Perché, a volte, abbiamo bisogno, per donare tutto, che capiti qualche cosa che ci toglie tutto, o, per lo meno, ci toglie quello che noi ritenevamo necessario. A Girolamo è successo questo. In quel mese di agosto del 1511 e, in particolare, in quel giorno, il 27 di agosto, non per sua volontà, ovviamente, sarebbe stato fuori di ogni logica, perse tutto, gli fu tolto tutto: gli fu tolta la sua carriera, l’impegno per cui era stato mandato a Castenuovo di Quero. Si trovò sconfitto nel progetto che aveva fatto e desiderato della sua vita e che la stessa Serenissima Repubblica di Venezia gli aveva riconosciuto ed affidato. Si è trovato senza niente, peggio ancora, si è trovato privo di libertà, in carcere e, dopo un mese, forse anche senza più speranza di uscirne vivo. Da una situazione di sconfitta, di perdita totale, non per sua volontà e per sua scelta, ma per un avvenimento, dato dalla storia e dalla grazia e dalla misericordia di Dio, Girolamo si trova improvvisamente visitato, visitato dalla grazia del Signore, attraverso la Vergine Maria e si trova libero, privo di tutto, perché non avevo più l’esercito, anche se piccolo, alle sue dipendenze, non aveva più che quello che la Repubblica gli aveva affidato da difendere, non aveva più nulla addosso, se non una veste stracciata e i segni di quella prigionia: le catene. L’unica cosa che gli era rimasta era il segno di una sconfitta, di un disastro, ma quel segno era anche l’inizio di una novità: la libertà vera, quella che solo Dio può dare e garantire. Inizia di lì, da quell’esperienza di sconfitta e di perdita, non per scelta sua, ma per situazione della storia e per grazia di Dio, la novità della sua vita e la bellezza di quella libertà che lo portò ad essere uomo veramente libero totalmente per sé e, soprattutto, per gli altri, fino a poter dire – credo non lontano di qui, ma allora già fuori della sua patria, perché aveva attraversato l’Adda, andando verso Milano – “Con questi miei fratelli più piccoli io voglio vivere e morire”. Non c’è altra parola, secondo me, che meglio identifichi il nostro Fondatore e Padre Girolamo Emiliani. Poter dire “Con questi miei fratelli io voglio vivere e morire” significa essere arrivati, credo, a quella totalità di cui il Signore Gesù parlò a quel giovane: “Va!”, e andare e segno di libertà, “vendi”, può ancora sembrare commerciale, ma non tenerlo per te, “dallo”, liberati, “dallo ai poveri”, “Poi torna, vieni”, “legati a me”, le nuove e “catene”, i nuovi legami non sono quelli del carcere di Quero, ma quelli che nascono da qui, “Seguimi”, nel servizio di queste persone con  le quali sei stato chiamato a vivere e morire.

A distanza di cinquecento anni da quell’avvenimento anche noi, innanzitutto come religiosi, che ci ispiriamo a lui, e religiose cresciute nell’alveo di questo canale di spiritualità che è Girolamo Emiliani, vogliamo ripetere per il mondo, per la società e per la Chiesa, che la libertà vera sta in queste parole: “Va, vendi quello che hai. Dallo ai poveri. Vieni e seguimi”. E così possiamo vivere e morire con i fratelli e incontrare il Fratello vero, il Signore Crocefisso e Risorto”.

La “nostra orazione”

La «nostra orazione»

G. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Amen. Padre nostro. Ave Maria


Dolce padre nostro Signore Gesù Cristo,

ti preghiamo per la tua infinita bontà

di riformare il popolo cristiano a quello stato di santità,

che fu al tempo dei tuoi apostoli.

Ascoltaci, o Signore, perché benigna è la tua misericordia

e nella tua immensa tenerezza volgiti verso di noi.

Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, abbi pietà di noi.

Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, abbi pietà di noi.

Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, abbi pietà di noi.

Nella via della pace, della carità e della prosperità

mi guidi e mi difenda la potenza di Dio Padre, la sapienza del Figlio

e la forza dello Spirito Santo e la gloriosa Vergine Maria.

L’angelo Raffaele, che era sempre con Tobia,

sia anche con me in ogni luogo e via.

O Gesù buono, o Gesù buono, o Gesù buono,

amore mio e Dio mio, in te confido, io non sia confuso.

Segue l’esortazione per impetrare una vera confidenza nel Signore

G. Confidiamo nel nostro Signore benignissimo e abbiamo vera speranza in lui solo, perché tutti coloro che sperano in lui, non saranno confusi in eterno, e saranno stabili, fondati sopra la ferma pietra e, per ottenere questa santa grazia, ricorreremo alla Madre delle grazie, dicendo: Ave Maria

G. Ancora ringraziamo il nostro Signore Dio e Padre celeste di tutti i doni e grazie che ci ha fatto e che di continuo ci fa, pregandolo che per l’avvenire si degni di soccorrerci in tutte le necessità sia temporali che spirituali: Padre nostro

G. Preghiamo ancora la Madonna che si degni di pregare il suo dilettissimo Figliolo per tutti quanti noi, perché si degni di concederci di essere umili e mansueti di cuore, di amare la sua divina Maestà sopra ogni cosa e il prossimo nostro come noi stessi e perché estirpi i nostri vizi, accresca le virtù e ci dia la sua santa pace: Ave Maria

[G. Dio vi dia la pace (i presentì si scambiano la pace).]

1L. Ancora preghiamo Dio per la sua Chiesa perfettissima in cielo, cioè per i beati, perché ne accresca il culto;

per la Chiesa perfetta in terra, cioè per quelli che sono nella sua grazia,

perché accresca loro le virtù e grazia e li conservi nell’osservanza dei suoi comandamenti;

per la Chiesa imperfetta, cioè i peccatori, perché conceda loro conversione di vita e remissione dei peccati;

per la Chiesa purgante, perché li liberi dalle pene e dia loro la gloria eterna;

per quelli che potranno essere sua Chiesa, perché doni loro il lume. della fede. Padre nostro. Ave Maria

Momento di silenzio nel quale si domandano le cose predette mentalmente al Signore.

2L. Poi una Ave Maria per tutte le famiglie religiose, soprattutto quelle che ci sono più vicine. Ave Maria

3L. Poi una Ave Maria per tutti i nostri fratelli somaschi presenti e assenti;

per quelli che stanno per entrare in queste sante opere;

per coloro che hanno incarichi di responsabilità e per tutti gli altri nostri fratelli che sono loro affidati da servire,

perché il Signore dia loro carità perfetta, umiltà profonda e pazienza per amore di sua Maestà. Ave Maria

4L. Poi per tutti i benefattori di tutte le opere, per tutti quelli che danno aiuto, consiglio e favore a tutte queste opere: Ave Maria

G. Poi per … (intenzioni spontanee). Ave Maria

1L. Poi per tutti quelli che si raccomandano alle nostre orazioni, per quelli che pregano Dio per noi e per quelli per i quali siamo in debito di pregare, per i nostri amici e nemici e per tutti i fedeli defunti, soprattutto per i nostri genitori e i nostri fratelli e sorelle, parenti e amici, e tutti gli altri nostri fratelli della Compagnia e tutti i defunti di queste opere pie: Ave Maria

G. Eleviamo la mente a Dio e preghiamolo che si degni per la sua misericordia di esaudire le orazioni fatte così miseramente, che supplisca lui per tutti i difetti fatti da noi, perché è lui principio, mezzo, fine e compimento di ogni bene.

Momento di silenzio nel quale fare queste ed altre orazioni come il Signore ci ispira.

G. Umiliamoci tutti al cospetto del nostro Padre celeste come figlioli prodighi che abbiamo dissipato ogni nostro bene spirituale e temporale, vivendo malamente, e perciò domandiamogli misericordia, dicendo:

Misericordia, concedici la tua misericordia. Figlio del Dio vivo.

O Dio, sii propizio a me peccatore.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Quindi il sacerdote (o il Presidente) dice un’orazione come il Signore gli ispira.

1) Dolcissimo Padre nostro Signore Gesù Cristo, la tua potenza e la materna intercessione di Maria,hanno liberato S. Girolamo dal carcere e dalla sua vita di peccato, fa’ che noi pure, per sua intercessione, siamo liberati dalla schiavitù del male e aderiamo con tutto il cuore alla novità del Vangelo. Amen

2) Dolcissimo Padre nostro Signore Gesù Cristo, tu non abbandoni il tuo gregge e a tutti ti fai incontro perché ti possano ritrovare.Con amore di Padre hai soccorso S. Girolamo sulla via del ritorno a Te. Per sua intercessione fa’ che la tua grazia non passi invano accanto a noi: rendici attenti a cogliere i doni delle sante ispirazioni e delle amicizie che portano al bene per giungere, attraverso loro, alla gioia di una piena comunione con Te che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen

3) Dolcissimo Padre nostro Signore Gesù Cristo, tu hai voluto che S.Girolamo nella prova cercasse rifugio nella materna intercessione di Maria, concedi a noi di riconoscere sempre in Lei “la Madre” a cui ricorrere fiduciosi nelle necessità e “il Modello” della vita evangelica alla cui scuola imparare ad amarti sopra ogni cosa e a servirti nei fratelli. Amen

4)Dolcissimo Padre nostro Signore Gesù Cristo, nel tuo infinito amore hai chiamato San Girolamo a seguirti ed egli, acceso dal tuo amore, seppe accogliere la tua parola con prontezza e con gioia profonda.

Egli ti scelse e ti seguì considerando una perdita a motivo di Cristo quello che poteva essere  un guadagno, ma un tesoro inestimabile il tuo possesso, per sua intercessione rendici attenti e docili alla tua voce, fa’ che ritorniamo a te e ci decidiamo per te con tutto il cuore per portare frutti di opere buone. Amen

5) Dolcissimo Padre nostro Signore Gesù Cristo, tu hai rivelato a noi il volto paterno e misericordioso del Padre. Egli continua a chiamare i peccatori a rinnovarsi nel tuo Spirito e manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella grazia del perdono. Concedi anche a noi, sull’esempio di San Girolamo e per sua intercessione, di ritrovare la via del ritorno a Te e di aprirci all’azione dello Spirito santo, per vivere in Cristo la vita nuova, nella lode del tuo nome e nel servizio dei fratelli. Amen

6) Dolcissimo Padre nostro Signore Gesù Cristo, tu vuoi che tutti gli uomini siano salvi e a loro hai affidato la tua parola di salvezza: S.Girolamo l’accolse con fede nel suo cuore, la testimoniò con la vita e la portò con gioia agli altri.  Sul suo esempio fa’ che il nostro cuore si apra alla beatitudine dell’ascolto e docili all’azione dello Spirito possiamo anche noi portare Te ai nostri fratelli. Amen

[Terminata la preghiera, si dicono tre Padre nostro e tre Ave Maria, sotto voce, con le broccia in croce, pregandolo in memoria dei tre chiodi con i quali volle essere crocifìsso, che ci conceda la grazia di disprezzare tutte le cose del mondo e noi  medesimi].

2L. Preghiamo per la Chiesa, perché si degni di riformarla allo stato primitivo della sua santa Chiesa e perché si degni di mettere pace e concordia tra tutti i cristiani.

3L. Preghiamo a onore e gloria di tutti i santi e sante, e di tutti gli angeli, arcangeli, soprattutto di quelli che ci hanno in custodia, perché ci difendano da ogni tentazione del mondo, della carne e del demonio; si degnino di presentare tutte le nostre tiepide orazioni davanti al nostro Signore Dio e pregarlo che ci voglia esaudire e preservare da ogni mormorazione e da ogni giudizio temerario e ci faccia camminare nella verità per la sua santa via. Padre nostro. Ave Maria

G. Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna. Amen


S. Girolamo: una risposta concreta alle emergenze di oggi

Omelia di Mons. Bruno Molinari

vicario episcopale nella zona di Lecco

Somasca 8 febbraio 2011

“Carissimi,

ancora una volta la fede, la devozione, ci hanno condotto a questo suggestivo Santuario di Somasca, che per tutti noi è e deve essere sentito come un “grembo di grazia”, dove sentiamo e sperimentiamo vivamente l’amore del Signore, la tenerezza, la compassione di Dio che ci raggiunge attraverso lo sguardo benevolo, paterno di San Girolamo.

Il mio saluto stasera è per tutti voi quello dell’Arcivescovo di Milano, che stamattina ha celebrato qui solennemente, insieme a tutti i vescovi della Lombardia. Ci conforta il pensiero che anche i nostri Pastori siano venuti qui ad attingere fiducia e speranza da questa sorgente di santità, per continuare a guidare coraggiosamente il popolo cristiano sui sentieri del Vangelo, non sempre facili, ma sempre più necessari per la nostra società, per il nostro tempo che vive una grande confusione, un grande smarrimento, da tanti punti di vista. Allora è importante, nel tempo dello smarrimento, nel tempo della desolazione, riuscire ad avere un riferimento certo, saldo: la città posta sul monte, la lampada posta sopra il candelabro. Questa è la santità per noi.

Certo, il pensiero della santità, a volte, ci sembra così lontano e inattuale, dato il modo di vivere materialista, superficiale che domina intorno a noi, e spesso, purtroppo, anche dentro i noi. Come possiamo descrivere il clima del nostro tempo? Che cosa si legge, in generale, nei comportamenti della gente attorno a noi? Qual è la mentalità che pian piano si diffonde e s’impone, neanche troppo silenziosamente, erodendo delle salde e tradizionali convinzioni cristiane? L’hanno indicato proprio i nostri vescovi negli orientamenti per il prossimo decennio della Chiesa Italiana, in una nota pastorale molto bella dal titolo “Educare alla vita buona del Vangelo”. I vescovi in questa nota, in questi orientamenti, dicono: c’è un’eclisse del senso di Dio nel nostro tempo; è molto offuscata la dimensione dell’interiorità della persona; si fa fatica a dare un senso profondo all’esistenza; c’è sempre più evidente, sempre più forte, la negazione della vocazione trascendente dell’uomo; e poi c’è paura del futuro, c’è frammentazione o, addirittura, disgregazione, del tessuto sociale; la vita è intesa spesso come ricerca di affermazione, attraverso il potere, i soldi, il successo, l’istintività, la sensualità, l’apparenza. Insomma, siamo – parola dei vescovi – “immersi nella cultura del nulla”: nulla di senso, nulla di valore, nulla di rapporti veri e costruttivi. È un mondo che cambia, che corre in modo insensato a volte, senza meta. È un mondo che rischia di crollarci addosso rovinosamente, tanto che, normalmente, credo, succede a me, succederà anche a voi, quando noi stiamo ad ascoltare le notizie dei telegiornali diciamo: “Ma che cosa potrà succedere ancora peggio di quello che già non c’è?”. Un mondo che rischia di crollare.

Ecco, in questo panorama desolante e scoraggiante, verrebbe da dire: “Lasciamo perdere!”, “Non c’è possibilità di ricominciare!”, “Rassegniamoci al deserto di valori che sta sotto i nostri occhi e conquista via via sempre più spazio, cancellando del tutto o quasi quel patrimonio di bene che c’è stato consegnato da generazioni, forse meno istruite, ma certamente molto più credenti, molto più serie, molto più impegnate della nostra!”.

Lasciamo perdere?

I nostri Pastori, invece, con il coraggio di cui parlavo all’inizio di questa riflessione, coraggio che vengono anche ad attingere anche nei luoghi della santità, ci incoraggiamo a non desistere, a credere alla perenne attrattiva della grazia, alla forza del Maestro interiore, e ci invitano a fondarci sulla speranza affidabile, così spesso ricordata da papa Benedetto XVI. Ci invitano a guardare fiduciosamente agli esempi di bene che ci vengono dai santi.  Ecco, i santi sono nostri maestri, testimoni delle meravigliose possibilità della grazia di Dio, sono coloro che sanno rispondere più efficacemente anche alle emergenze che affiorano continuamente in ogni campo. Quante volte proprio i santi si sono fatti risposta di Vangelo alle emergenze del loro tempo. E il nostro tempo è senza emergenze? E come no, ce ne sono! Vediamone almeno tre, tre grandi emergenze del nostro tempo.

  1. Oggi è preoccupante crisi economica, che nasce da un’invincibile mentalità di egoismo, però, dobbiamo essere onesti nell’ammetterlo. Ed ecco l’attualità di un San Girolamo, che senza fare troppe previsioni o bilanci o consuntivi, ha inventato, ha instaurato  una audace economia ispirata all’amore e alla solidarietà. Raccogliendo i piccoli, gli orfani, ha dato concretezza all’insegnamento del profeta Isaia – abbiamo sentito la prima lettura: “Spezza il tuo pane con l’affamato, accogli nella tua casa i poveri”. Ha realizzato la carità nella verità. Ha visto Gesù in ogni fratello, tanto più se umile e indifeso. Ha concretizzato il Vangelo che difende i diritti dei deboli e dei poveri nel nome di Dio. Quindi l’emergenza economica, che noi stiamo attraversando, se l’affrontiamo solo come questione di soldi e di lavoro – ed è anche quello – siamo fuori campo, siamo fuori strada. È un’emergenza molto più profonda: c’è bisogni di valori per affrontarla!
  2. Ancora, oggi è profonda crisi spirituale. Le chiese tendono ad essere meno affollate, meno piene di decenni fa – non questa in questo momento, in tutta questa giornata, certo. Crisi spirituale che fa diminuire pesantemente le vocazioni al sacerdozio, alla vita religiosa, alla vita missionaria. Ed ecco l’attualità di un San Girolamo che, dopo una giovinezza non sempre esemplare, come quella di tanti nostri giovani, si converte, si lascia conquistare dall’esperienza dello Spirito, si consacra a Dio e ai fratelli e, a sua volta, diventa luce, guida spirituale di tanti discepoli che lo seguiranno nella vita nuova dello Spirito. Un cammino intessuto di preghiera, una scala santa di intensa ed esigente formazione spirituale che fa da base solida per qualsiasi vocazione. Ecco, San Girolamo ha dimostrato nei fatti la bellezza del programma che abbiamo ascoltato in questa pagina del Vangelo di Matteo: “Osserva i comandamenti! Non attaccare il cuore a quello che non vale davvero! Vieni e seguimi! Dai tutto ai poveri, dai tutto te stesso, non solo le tue cose!”.
  3. E, infine, oggi è inquietante emergenza educativa, che ha gravi risvolti nella famiglia, nella scuola, nella società. Ed ecco l’attualità di un San Girolamo educatore, che ha messo i piccoli al centro. Ha raccolto attorno a sé i giovani per insegnare loro alla maniera di Gesù, per accompagnarli verso la vita buona del Vangelo.  E tutto questo l’ha condensato in un metodo educativo del tutto nuovo per il suo tempo, come nuovo sarà lo slancio missionario ed educativo di un San Carlo Borromeo, subito dopo di lui e, qualche secolo dopo, quello umile, ma largamente fruttuoso, di un Don Serafino Morazzone, il buon curato di Chiuso, che tante volte è venuto qui, al confine. È la genialità dei santi questa, che scrivono storie di Vangelo nella realtà concreta del tempo in cui vivono. L’emergenza educativa si affronta così: con propositi di santità. I santi sono stati capaci di affrontare certe emergenze.

 

Come Diocesi Ambrosiana, quest’anno si sta vivendo un anno proprio all’insegna della santità, nel quarto centenario della canonizzazione di San Carlo. E mi sembra interessante l’accostamento della santità di San Carlo a quella di San Girolamo. Non si sono conosciuti, perché Girolamo muore nel 1537, Borromeo nasce l’anno seguente. Ma circa trent’anni dopo la sua nascita, Carlo Borromeo nel 1566, ormai arcivescovo di Milano, visita per la prima volta la Valle di San Martino, che allora era ancora parte della diocesi ambrosiana, e proprio qui fonda il primo seminario, per la formazione dei futuri sacerdoti, fuori della città di Milano. Mi vien da pensare, da dire: i santi si trovano subito e facilmente in sintonia. Potremmo dire, in un certo senso, che San Carlo, venendo qui trent’anni dopo la morte di San Girolamo, ha come percepito il fascino, il profumo di santità lasciato qui da San Girolamo.

Ebbene, per concludere, direi che oggi tocca a noi ritrovare questa sintonia con i santi, questa fedeltà al Vangelo, questa speranza incrollabile nel bene, questa vocazione universale alla santità che è seminata anche in noi fin dal nostro battesimo e va coltivata concretamente con scelte e decisioni positive, perché possa effettivamente fiorire, fruttificare, come santità popolare e quotidiana, non fatta di chissà quali grandi pronunciamenti, ma di un cammino di vita spirituale vero, costante, perseverante, concreto.

Ci aiuti il Signore, ci accompagni il nostro amato e venerato San Girolamo. Così sia!”.

Meditazione della prima giornata (3° Incontro)

Dal libro del Genesi (Gn 18, 1-10)

“Il Signore apparve ad Abramo alle querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno.

Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui.

Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo».

Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto».

Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce».

All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.

Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?».

Rispose: «È là nella tenda».

Il Signore riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio».

 

———————————

 

Oggi, stamattina, sei davanti a noi.

Sei davanti alla tenda della nostra vita. In questo preciso momento.

Tre personaggi, forse uno solo…

Infatti, Abramo ti chiama “Mio Signore”.

Sei tu. Non c’è dubbio. Percepiamo la tua presenza.

 

Perché le cose non succedono casualmente, per caso… Tutto risponde a un tuo progetto… a una tua misteriosa chiamata… Il fatto di essere qui, stamattina, certamente lo dobbiamo ai tuoi angeli, tuoi messaggeri invisibile ma reali, terribilmente reali… (“terribile”, in senso positivo, vero, certo).

Sì, siamo circondati dai tuoi angeli, perché tu lo vuoi e così lo disponi…

 

Veniamo da tante parti… Sollecitati da tanti motivi…: curiosità, desiderio, simpatia, amicizia, mistero…, forse qualcosa che è nato e sta nascendo e rinascendo nella nostra esistenza…

 

Anche noi, come Abramo, vogliamo supplicarti stamattina, domani e dopodomani: “Mio Signore, se abbiamo trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dai tuoi servi…”.

 

Come Abramo, oggi, domani e dopodomani… ti daremo acqua perché tu possa lavare i piedi e accomodarti sotto l’albero, vicino alla nostra tenda, la tenda di questo nostro 3° Incontro del MLS.

 

E se tu permetti, ti daremo anche un boccone di pane per rinfrancare il tuo cuore e dopo potrai proseguire… Ma sii nostro ospite in questi 3 giorni. Lasciati accogliere da noi…, ti preghiamo.

 

Lasciati accogliere da noi… per imparare sempre più da Te cosa sia l’accoglienza, l’ospitalità…

 

Oggi, domani e dopodomani… vogliamo, come Abramo, fermarci un istante, fermare il ritmo frenetico della nostra vita, il nostro correre quotidiano dietro a tante cose…; a volte spinti dal nostro incosciente amor proprio, i nostri affari, i nostri interessi, i nostri pensieri, le nostre parole, il nostro tempo (a volte non abbiamo mai tempo)… In fondo corriamo con affanno dietro alla nostra immagine, al nostro egoismo…

 

E così corriamo il rischio di non sapere più accogliere…, di passare accanto all’altro (chiunque esso sia)… il marito, la moglie, i figli, il confratello di comunità, il vicino… senza riconoscere in loro la tua misteriosa presenza, il tuo angelo, i tuoi angeli…

 

Per questo, Signore, se abbiamo trovato grazia ai tuoi occhi non passare oltre… Fermati con noi: ne abbiamo urgente bisogno.

 

Già dall’inizio di questo 3° Incontro del MLS… vogliamo ringraziarti per i regali che ci farai: ci stai regalando tanti angeli, tanti amici-testimoni (alcuni sono già presenti in sala, altri arriveranno più tardi)… che ci faranno dono non delle teorie, ma di un pezzo della loro vita, i racconti e le esperienze (gioiose e a volte dolorose) della loro ricerca…

 

Le loro storie di vita ci ricorderanno la storia e la vita di un’altro, quella di un santo, san Girolamo, che abbiamo incominciato a conoscere più da vicino… Lui, laico e animatore di laici, che ha fatto dell’accoglienza e dell’ospitalità il suo programma di vita, diventando patrono universale degli orfani, dei soli, degli abbandonati, degli emarginati, degli esclusi…

 

E’ diventato casa aperta, senza porte… si è fatto pura accoglienza, cuore ospitale, ponte e rifugio sicuro per tanti…  A lui dobbiamo la nostra presenza stamattina.

 

Finalmente, Signore, vorremmo risentire e riscoprire per noi la promessa che hai fatto ad Abramo: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”.

 

Che cosa stai promettendo a noi, laici e religiosi? Cosa stai promettendo al Movimento laicale somasco? Perché questa “3 giorni” è una tua chiamata personale è una tua iniziativa. Qual è la novità che ci riservi? Che cosa ci stai chiedendo qui e ora? Cosa sta nascendo di nuovo? Presteremo molta attenzione a quello che ci stai suggerendo.

 

Qualcuno ha giustamente affermato che tutti “siamo angeli con una sola ala… Possiamo volare solo abbracciati”. Per questo, ti offriamo Signore il lavoro di questi giorni. Permettici di volare abbracciati.

 

E ti ripetiamo con Abramo: “Non passare oltre senza fermarti dai tuoi servi”.

 

P. Mario Ronchetti crs


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