L'anello di congiunzione dei laici nella famiglia somasca

 

Nati in carcere e cresciuti in strada [2]

OPERARE LE OPERE DI CRISTO

 

il percorso della santità somasca 

Carissimi fratelli in Cristo,

Se c’è un problema serio nel Cristianesimo di oggi esso è rappresentato da un certo modo ambiguo di considerare la spiritualità1: c’è bisogno di una spiritualità unificata che presenti tutti i battezzati come figli del cielo e figli della terra, capaci al tempo stesso di passione per Dio e passione per l’umanità, disponibili ad essere discepoli di Cristo e suoi testimoni tra la gente2 . Il dono di grazia del Giubileo somasco, che sta per chiudersi, ci deve reintegrare in una vita cristiana unificata attorno a quel preciso itinerario di santità percorso dal Miani e trasmesso a noi come eredità. Solo in una vita unificata dalla santità riusciremo, come ha dimostrato san Girolamo, a confidare in Dio come se tutto dipendesse da Lui e, al tempo stesso, impegnarci generosamente nelle opere di Cristo come se tutto dipendesse da noi3.

Intendo riprendere con questa lettera il tema già trattato della santità somasca integrandolo con due scatti fotografici sulle immagini che ci hanno accompagnato in quest’anno, il carcere e la strada. Cerco di cogliere, questa volta, le due immagini dalla prospettiva dell’operare4, o della attuazione della missione, dopo averle presentate come elementi peculiari della nostra spiritualità. La necessità di partire da un’altra angolatura per scattare nuovamente due fotografie ci rimanda all’affermazione evangelica di Giovanni “il Padre mio opera, ed anch’io opero”5. Con questo si intende riconoscere il fondamento cristologico dell’attività apostolica illuminata dal nostro carisma che si presenta nella Chiesa come servizio a Cristo nei poveri6 . Inoltre credo si tratti anche della prospettiva più consona per crescere nella comunione dentro la Famiglia somasca, nella quale convergono vocazioni diverse: quella religiosa e quella laicale. Il comune riferimento ai poveri di Cristo da servire permette di scoprire la personale chiamata alla santità, in corrispondenza con la propria vocazione, e ci rende nel mondo affamati ed assetati di giustizia ed operatori di pace7. Operare nella comunione ecclesiale, fondati su Cristo, a beneficio dei suoi poveri rende il nostro percorso di santità veramente maturo: il Signore ci darà carità perfetta, umiltà profonda e pazienza per amore di Dio8.

Provo dunque a scattare nuovamente due fotografie al carcere ed alla strada di Girolamo cercando di guardare nell’obiettivo con i suoi occhi. Sono gli occhi bagnati dalle lacrime, come appaiono nell’ultima lettera, ed attenti ai bisogni ed al cuore dei fratelli come ce li presenta l’amico biografo9.

1a istantanea – NATI IN CARCERE: operare le opere del Signore su noi stessi10 perché il Crocifisso voglia aprire gli occhi della nostra cecità domandandogli misericordia

Tutta l’iconografia, che per secoli ha ritratto il nostro Fondatore reso più libero dall’esperienza del carcere, conserva sempre i simboli delle catene e dei ceppi. Se ci fossero dubbi sulla identità del personaggio rappresentato, la presenza di questi due elementi ci riporterebbe con certezza al patrizio veneto miracolosamente liberato dalla Vergine, come raccontato nel IV libro dei Miracoli della Madonna Grande di Treviso. Però nel messaggio scaturito dall’iconografia ceppi, manette e catene hanno assunto un significato ben diverso da quello originale e per cui sono state costruite: non sono più i segni della sconfitta e della prigionia, ma del ringraziamento per la libertà riavuta in dono. Dio, non la Repubblica Veneta, in Cristo ha pagato il riscatto della liberazione di Girolamo! E Dio, lo possiamo affermare senza ombra di dubbio, continua a pagare il riscatto della liberazione di ogni uomo, lacerato dalle più diverse ferite, colpito nella dignità e privato di futuro. Per noi figli del Miani ceppi e catene sono segni di vittoria, sono il richiamo all’atto di fede da rinnovare continuamente; ci rimandano all’unico necessario: “nostro fine è Dio, fonte di ogni bene, in Lui solo e non in altri dobbiamo confidare … il benigno nostro Signore ci ha messo alla prova per accrescere la fede ed esaudire l’orazione santa”11.

Ma finché camminiamo su questa terra la vittoria non è mai conseguita una volta per sempre: si è continuamente in situazione di combattimento. Girolamo ne era cosciente e per questo ha continuato a presentarsi come nuovo soldato di Cristo ed a guardare a Lui come suo Capitano, e per il medesimo motivo la Congregazione ai suoi inizi applicava a sé l’immagine della milizia12. Così ceppi e catene sono anche i segni di ferite: ferite rimarginate, guarite, ma pur sempre visibili nelle cicatrici rimaste. In ogni periodo della vita e ovunque andiamo, portiamo con noi i segni delle nostre prigionie passate e scorgiamo i rischi di quelle possibili e pur sempre in agguato.

Tralasciando di considerare le ferite che possiamo subire nella vita di consacrazione e di apostolato, vorrei evidenziare quelle più facili da procurare e procurarci: le lacerazioni relative alle relazioni quotidiane, quelle che provengono dallo stare insieme nella vita di comunità o di famiglia, quelle legate agli ambienti di tutti i giorni, dai luoghi di lavoro a quelli di riposo e di amicizia. Apparentemente si tratta di ferite meno pericolose; ma per chi è chiamato ad essere discepolo di Cristo, a “riformare il popolo cristiano a quello stato di santità che fu al tempo degli apostoli” … a restaurare “il modello della sua santa chiesa dei primi tempi”13, sono le più difficili da curare, quelle che continuamente rischiano di riaprirsi rendendo così la nostra devozione non trasparente, il nostro lavoro poco efficace e pesante e soprattutto la carità falsa ed inutile14. E’ per questo che Girolamo nelle sue lettere continuamente ci richiama ad essere attenti a tali relazioni, a curare il nostro atteggiamento ed il nostro sguardo in modo particolare verso i fratelli della Compagnia. Riporto, quasi per intero, due passaggi dalla terza e sesta lettera che ben esprimono il richiamo del nostro Fondatore a curare le ferite sempre possibili nelle relazioni quotidiane tra fratelli: ovviamente è la seconda frase del suo testamento quella sempre maggiormente a rischio!

Ecco la cura dell’atteggiamento verso i fratelli: deve essere nostro impegno sopportare il prossimo, scusarlo dentro di noi, pregare per lui, trovare il tempo di parlargli usando parole piene di mansuetudine e di carità cristiana … ed evitare di comportarci in modo contrario come mormorare, denigrare, corrucciarsi, spazientirsi, dire: – non sono un santo io; sono comportamenti intollerabili; è gente che non sa controllarsi -; e così perdere il merito della buona azione, scaricando sugli altri la responsabilità. Ecco le domande per correggere lo sguardo: come possono presumere di adempiere tali impegni senza carità, senza umiltà di cuore, senza sopportare il prossimo, senza procurare la salvezza del peccatore e pregare per questo scopo, senza mortificazione, senza effettiva povertà e prudente castità, senza obbedienza e osservanza delle norme in uso? Vivranno dunque da ipocriti ed ostinati? Perciò non so dir altro se non pregarli per le piaghe di Cristo ad essere pieni di umiltà, carità, sensibilità spirituale; a essere pronti a sopportarsi l’un l’altro; ad obbedire e rispettare le sante norme cristiane; ad essere mansueti e benigni con tutti, specialmente con quelli di casa.

La cura prescrittaci dal Fondatore e l’attenzione allo sguardo amorevole e caritatevole verso quelli di casa non ci esonereranno dal portare sempre con noi catene e ceppi. Ma questi, come è stato per Lui e prima per Paolo ed Ignazio di Antiochia, saranno il segno che siamo stati insigniti di un’altissima onorificenza, cioè delle catene di Cristo che portiamo ovunque con noi; ed allora non ci diremmo solo cristiani o somaschi, ma lo saremo veramente15!

2a istantanea – CRESCIUTI IN STRADA: operare le opere del Signore a beneficio dei fratelli più piccoli con i quali intendiamo vivere e morire

Usciti dalle strettoie dei nostri carceri personali e comunitari, ci incamminiamo sulla strada per impegnarci nella liberazione dei nostri fratelli più piccoli e abbandonati: i poveri di Cristo.

La strada dalla notte del 27 settembre 1511 a quella tra il 7 e l’8 febbraio 1537 è indubbiamente il palcoscenico dell’essere e dell’operare di san Girolamo. È la strada il luogo degli incontri e delle decisioni che gli hanno cambiato la vita. È scendendo in strada, dopo aver abbandonato il suo palazzo, dove si è fatto povero, dove ha servito i poveri, dove ha seguito il Crocifisso16.

Nel 1972 il Card. Michele Pellegrino nella cattedrale di Torino, al termine dell’ordinazione sacerdotale, disse a don Luigi Ciotti17 “la tua parrocchia sarà la strada”. Un programma operativo che per noi Somaschi non ha nulla di nuovo o profetico. Questa affermazione, piuttosto strana per quegli anni, ancora oggi ci permette di guardare con profondità ed attenzione il nostro operare in tutti i possibili settori della nostra missione apostolica, così come è descritta nel capitolo VIII delle Costituzioni. Se l’etimologia del termine parrocchia ci rimanda al greco para-oikia, che va tradotto casa accanto-vicino-attorno alle case18, allora ci possiamo domandare: che cosa sta accanto o vicino o attorno ad ogni casa? Che cosa collega le case tra loro rendendole villaggio e città? La risposta è evidente: ciò che sta accanto alle case collegandole tra loro è la strada! Mi viene allora da affermare che la traduzione somasca del termine parrocchia possa essere strada: la strada è la nostra parrocchia, a noi tocca, in qualsiasi campo operiamo, essere costruttori di strade tra le case. In altre parole ci tocca essere esperti di relazioni e comunicazioni per coloro che hanno perso la sicurezza delle loro “case” danneggiate o perché non sono state offerte loro occasioni per costruire relazioni stabili e sicure. Costruendo strade (= relazioni mature e permanenti) daremo case a chi non le ha, metteremo le case in relazione tra loro e costruiremo città. Quelle costruite dal nostro impegno apostolico saranno città poste sul monte, sostenute dalla forza ed eloquenza del Vangelo, saranno rocca stabile, contribuiranno alla solidità della società ed alla riforma della Chiesa: allora sì che si potrà dire che abbiamo fatto parrocchia19. Un discorso equivalente può essere riferito ad un secondo impegno legato alla missione somasca: educare. Educare non significa “imporre” (come ha inteso una certa pedagogia deviata del XX secolo), ma esattamente il contrario! Educare, da e-ducere, significa “tirare fuori e mettere per strada permettendo di camminare”: educare è il verbo della libertà! Educare è l’esperienza di Girolamo “tirato fuori” dal carcere e “condotto” sulla strada di Treviso la notte tra il 27 e 28 settembre 1511. Educare è l’esempio di vita di Girolamo sempre per strada a “raccogliere” ed “accogliere” chi non aveva libertà o gli veniva negata. Educare è, come Girolamo, saper guardare al futuro da qualsiasi situazione limite o estrema, che sia il carcere a cui era costretto da Mercurio Bua, o il letto di morte in casa degli Ondei. Sì, educare è aver fatto i propri patti con Cristo (= stretto con Lui Alleanza); educare è poter dire sempre, a tutti ed ovunque con la forza della propria testimonianza di vita che c’è speranza per la tua discendenza, che il Signore crea una cosa nuova sulla terra20 .

Infine è per strada dove Girolamo incontra e riconosce il suo caro Maestro e Capitano Cristo. E per strada Cristo si presenta a Girolamo con due volti.

• Il primo volto è quello di Cristo che, per amore verso l’umanità, porta la Croce e che il Servo dei Poveri intende seguire e servire disprezzando il mondo. È il volto più evidente ed eloquente del nostro benignissimo Signore: questo volto dobbiamo contemplare con amore perché, da Lui affascinati, possiamo scoprirlo e curarlo nei nostri fratelli sfigurati nel volto.

• Il secondo volto è quello del Cristo Risorto e Pellegrino. È il Cristo di Emmaus, che si accosta a noi quando fa sera, quando lo scendere del buio e l’allungarsi delle ombre ne rende difficile il riconoscimento. È il volto che mi rimanda alla Chiesa, che mi fa stringere al prossimo riconoscendolo mio fratello, fratello affidatomi da amare, per camminare insieme … perché da cristiani e discepoli è meglio fare un passo assieme che due (o anche più) da soli21.

Se poi ci viene il coraggio di volgere lo sguardo più in basso, là dove si poggiano i piedi per camminare, ossia alla strada stessa, allora scopriremo un terzo volto di Cristo. È il Cristo “strada, verità e vita” che educa i suoi discepoli. Il Cristo-strada è quello che addirittura si fa calpestare perché possiamo procedere sicuri verso la meta.

Così la strada, a noi figli e discepoli di Girolamo Emiliani, presenta ben tre volti di Cristo: il fratello sofferente da servire, il pellegrino anonimo a cui far spazio nel nostro cuore, la strada che si fa calpestare per condurci alla meta.

Contemplazione e preghiera

Anche noi oggi, a distanza di cinque secoli, possiamo essere sicuri che c’è Qualcuno che ci fa uscire dal carcere, che ci cura le ferite e ci accompagna per strada: è la Vergine Maria. Come ha fatto con Girolamo, così Maria continui a fare con ognuno di noi: ci liberi, ci conduca per mano, ci attragga a sé e ci conduca al Suo Figlio e ai suoi figli più piccoli.

Concludo questo percorso sulla santità somasca, suddiviso in due lettere, invitando a volgere lo sguardo su un quadro d’inizio settecento, conservato nella quadreria di Casa Madre a Somasca22, e che ci consegna una piccola orazioncina, che per il tenore e la lunghezza doveva essere cara anche al Fondatore. L’orazioncina, così recita in latino: MARIA, TRAHE NOS POST TE! Si tratta di una rappresentazione di Maria Assunta in cielo. A Lei volgiamo, come i giovani raffigurati in basso (convittori e novizi), il nostro sguardo e ripetiamo in forma di giaculatoria la breve preghiera: Maria, attiraci dietro di te! Così sarà possibile anche per noi che intendiamo imitare Girolamo Emiliani arrivare al termine della nostra vita avendo il Paradiso in mano!23.

Confortiamoci tutti nel Signore e la pace di Cristo sia con noi24,

p. Franco Moscone crs

Preposito generale

 

Castelnuovo di Quero, 27 settembre 2012 – solennità della Mater Orphanorum

___________________________________________________

1  cfr. Benedetto XVI, Spe salvi, 16: «Come si è arrivati a interpretare la “salvezza dell“anima“ come fuga davanti alla responsabilità per l“insieme, e a considerare di conseguenza il programma del cristianesimo come ricerca egoistica della salvezza che si rifiuta al servizio degli altri?»

2  Ho adattato un’affermazione di p. J. Rodriguez Carballo ofm, Maestro generale dei Francescani Minori, fatta alla 78esima assem- blea USG, Roma novembre 2011.

3  Testo tratto da VC 73, ma riferibile anche a 2Lett 7ss e An 8

4  Il verbo operare ritorna continuamente sulla bocca del nostro Fondatore e nelle prime Fonti. Due esempi: “Dobbiamo pensare che solo Dio è buono e che Cristo opera in quegli strumenti che vogliono lasciarsi guidare dallo Spirito santo” (3Lett 7); “chiamato a Roma per operare l’opera del Signore” (C1555, 9).

5  Gv 5, 17

6  CCRR nn 66 e 67

7  Mt 5, 1ss

8  NsOr 13

9  6Lett 12-13 e An 12, 5

10  Non possiamo dimenticare che spesso il nostro modo di vivere è condizionato dal contesto culturale che sfida da ogni parte la vita consacrata. Cfr. Giovanni Paolo II, Vita Consecrata, 87-92

11  2Lett 2-3

12  An 6, 8 e Monita 353

13  NsOr 2 e 20

14  Ho combinato il richiamo di Paolo in 1Cor 13 con l’affermazione di Girolamo in 1Lett 22

15  Ignazio di Antiocchia, Lettera ai cristiani di Magnesia (dall’Ufficio di lettura della XVI domenica del tempo ordinario). Le citazi- oni precedenti da: 3Lett 2-6 e 6Lett 6-13

16  CCRR1 e An 15, 8

17 Don Luigi Ciotti, sacerdote della diocesi di Torino, è il fondatore del Gruppo Abele per la lotta alle tossicodipendenze, ed è presi- dente dell“Associazione antimafia Libera. Ha tenuto una relazione al 4° convegno del MLS ad Albano Laziale nell“agosto 2011, http://www.vitasomasca.it/vitasomasca/don%20ciotti.html (anche in Vita Somasca, anno LIII nn.156-157).

18  La preposizione para in greco precisa il senso di accostamento, supporto, vicinanza o di sussidio. La preposizione para richiama poi la consolante presenza di Colui che compie l’azione di parakalein: il Paraclito, lo Spirito Santo. Cfr le note sul termine para/ oikia in Dizionario Etimologico (www.etimo.it).

19  Mt 5, 14 e Mt 16, 18 e la spiritualità della Nostra Orazione.

20  Rimando al racconto del transito di san Girolamo come dall’Anonimo 15 collegato col testo di Geremia 31.

21  Lc 24, 13-32; 1Lett 5-6; Il servizio dell“Autorità ed Obbedienza, CIVCSVA n. 25 A.

22 Si tratta di un quadro di autore ignoto, probabilmente d“inizio XVIII secolo. La notizia più antica c“è lo dà al Collegio Gallio di Como nel 1757 nell“Oratorio dei Convittori, mentre nel 1798 risulta nell“inventario dei beni della basilica di Somasca. Per molti anni, fino al 1986, sarà sull“altare della cappella del Noviziato dando così un particolare significato di attrazione spirituale tanto all’immagine che alla scritta.

23  Lettera del Guillermi

24  Fine 2Lett ed inizio 5Let

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